GINEVRA – Dalla fine di settembre ad oggi, migliaia di persone hanno abbandonato le proprie case nella provincia di Cabo Delgado, nel Nord del Mozambico, dove sono ospitate, secondo gli ultimi rilevamenti, oltre 205.000 sfollati, distribuiti in 84 siti; più della metà sono bambini. Secondo i nuovi dati dell'Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM), la fuga è dovuta a nuove ondate di violenza e al timore di attacchi da parte di “gruppi armati non statali”. Donne e bambini rappresentano quasi l'80 per cento dei nuovi arrivati. L'instabilità persistente costringe le famiglie a scappare, esercitando una pressione crescente sulle comunità che le accolgono.
La solita maledizione delle ricche risorse naturali. Il Mozambico sta affrontando il drammatico, consueto paradosso descritto come una delle più evidenti espressioni della "maledizione delle risorse". Malgrado che il sottosuolo e le coste del Paese custodiscano ricchezze immense, si ritrova ad essere tra i 5 Paesi più poveri al mondo per reddito pro capite, secondo la Banca Mondiale. Tutto questo appare ormai insostenibile e sta alimentando – come in altre aree del continente – la nascita e il radicamento di formazioni armate violente di ispirazione religiosa nel Nord del Paese.
Dieci anni di terrorismo, tra decapitazioni, saccheggi, rapimenti e 6.600 morti. I gruppi islamisti nella provincia di Cabo Delgado agiscono, pressoché indisturbati, dal 2017. E’ l'epicentro di un conflitto armato condotto da un gruppo jihadista locale Al-Shabaab (affiliato al cosiddetto Stato Islamico) senza alcun legame con l'omonimo gruppo che da molti anni tiene in scacco la Somalia. In quasi 10 anni di attacchi terroristi, che hanno previsto decapitazioni decapitazioni pubbliche, saccheggi di ogni sorta e rapimenti di persone, hanno causato oltre 6.600 morti e costretto alla fuga più di 1,3 milioni di sfollati.
Le formazioni armate che si fregiano (e spesso si nascondono) dietro le sigle. Dal linguaggio asciutto dei rapporti delle organizzazioni delle Nazioni Unite non c’è modo – per ragioni comprensibili, del resto – di capire cosa c’è oltre una definizione come “gruppi armati non statali”. I dati che svelano nuove o già esistenti crisi umanitarie, escludono spesso le ragioni profonde dell’esistenza di formazioni armate, che si fregiano (e spesso si nascondono) dietro sigle come Al Shabaab, Ansar al-Sunna wal Jammah, o Ahlu Sunna wal Jama'a, che alla fine sono la stessa cosa.
Il nesso tra l’islam armato e l'emarginazione politica, economica e sociale di intere aree. E’ ampiamente documentato che esiste un nesso diretto tra la proliferazione dei gruppi islamisti in Africa – oggi è il continente più interessato dal terrorismo di quella matrice – e l'emarginazione politica, economica e sociale di intere aree della sua popolazione, che ormai conta 1 miliardo e 595 milioni di persone, dove l’età media dei suoi abitanti è di 19 anni e mezzo. E’ poi l'idea religiosa a fornire la cornice retorica e identitaria a tutto. Ma all’origine ciò che fomenta le radicalizzazioni sono la povertà acuto, l'isolamento economico e l’assenza totale di prospettive.
Intanto l’emergenza cibo, alloggi e cure mediche è lì che fomenta rabbia. Il cibo è l'esigenza più urgente, segnalata dall'88 per cento delle persone intervistate. Per il 71% delle persone sfollate, la priorità è un alloggio, mentre il 44% necessita di assistenza sanitaria. "Sempre più famiglie cercano rifugio in comunità che ospitano già persone sfollate a causa della violenza – racconta Dana Graber Ladek, capo missione dell'OIM in Mozambico – quasi otto persone su dieci sono donne e bambini – aggiunge – queste comunità hanno urgentissimo bisogno di tutto per sopravvivere. Senza un aiuto tempestivo, la vita potrebbe diventare ancora più difficile, sia per le famiglie sfollate che per chi le accoglie".
In molti sono stati costretti a fuggire più di una volta. In un arco di tempo tra il 21 settembre e il 13 ottobre, 5.794 persone sono state costrette a sfollare; altre 1.235 sono fuggite tra il 14 e il 27 ottobre. Il totale sale così a 7.029 persone in poco più di cinque settimane. Alcune di esse sono state costrette a fuggire più di una volta, il che le rende ancora più vulnerabili. Donne e bambini, ancora una volta, continuano a essere i più colpiti: nell'ultimo periodo di due settimane, si contano 584 bambini e 386 donne tra gli sfollati, pari al 78 per cento del totale. Tra loro figurano 87 donne in gravidanza, 58 anziani, 18 persone con disabilità e quattro minori non accompagnati o separati dai propri familiari.