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FINANZA

Microcredito in forte crescita
"Ma non basta finanziare i progetti"

Perché i prestiti si trasformino davvero in piccole imprese che possano affrancare i titolari dal bisogno, dice il presidente di Banca Etica, bisogna "investire nei percorsi di accompagnamento". Baccini: "Stiamo lavorando su una rete per mettere insieme dati e sinergie, e sulla formazione". Una nuova normativa che richiede "servizi ausiliari di assistenza"

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ROMA - Fino a qualche anno fa parlare di microcredito significa parlare di qualcosa di quasi esotico, uno strumento importante per lo sviluppo dei Paesi più poveri, che si era conquistato definitivamente le prime pagine dei giornali all'indomani dell'assegnazione del Premio Nobel per la Pace al suo 'inventore', l'economista bengalese Muhammad Yunus. Poi, un po' a fatica, anche nei Paesi occidentali si è fatta strada l'idea che di poveri 'non bancabili' siano piene anche le nostre città. Un italiano su quattro infatti non ha accesso al credito, perché si trova in una delle liste 'nere' per non essere stato puntuale nel pagamento del mutuo, per esempio, oppure semplicemente perché non è in grado di fornire adeguate garanzie. Dalle indagini di settore è emerso che persino il 10% dei lavoratori dipendenti non ha un conto in banca. In Italia si è passati dai 331 microcrediti erogati nel 2006 ai 1.909 del 2009, con un portafoglio che, nello stesso anno, è arrivato a sfiorare gli 11 milioni, dai quasi due milioni e mezzo del 2006. Il 30 luglio inoltre è stata approvata una normativa che per la prima volta regola il microcredito all'interno del Testo Unico Bancario, e che riconosce anche ai soggetti non-profit la capacità di erogare microcrediti.

Ma la crescita del microcredito non sta avvenendo senza polemiche: agli intermediari finanziari del terzo settore si sono infatti affiancate le banche tradizionali, guardate spesso con sospetto, forse ricordando una celebre affermazione di Yunus: "Abbiamo visto cosa facevano le banche e abbiamo fatto il contrario". Secondo i dati diffusi a giugno da Ritmi (Rete Italiana Microfinanza) e Fondazione Giordano Dell'Amore, se nel 2007 c'erano stati solo 392 crediti erogati da 27 istituzioni, i quasi 2000 erogati nel 2009 provengono da 32 istituzioni. Inoltre, si tratta di cifre molto più elevate: infatti si passa dai 3.634 euro erogati in media nel 2007 agli 11.000 euro del 2009: dunque si passa da forme che erano soprattutto assistenziali al microcredito vero e proprio, che ha l'obiettivo di favorire la costituzione di una piccola impresa in prevalenza artigianale.

In prima fila nella concessione di microcrediti c'è Banca Etica, un istituto di credito che sicuramente occupa una posizione a sé nel panorama italiano della finanza, tanto da aver rifiutato, per esempio, di partecipare a qualunque titolo alle operazioni di rientro dei capitali collegati allo scudo fiscale. "Dagli ultimi dati di Ritmi - conferma il presidente Ugo Biggeri - emerge che Banca Etica è la banca italiana che fa più progetti di microcredito, un dato che ci ha quasi meravigliato visto che ci sono molti altri soggetti in campo, magari più visibili di noi". Banca Etica nel 2009 ha erogato nel 2009 143 microcrediti socio-assistenziali (a soggetti in difficoltà economica) per un importo complessivo di 619.000 euro, e 24 crediti imprenditoriali (il microcredito vero e proprio, per la costituzione di un'impresa) per un importo complessivo di 306.000 euro.

Non che la presenza di un numero sempre maggiore di operatori, non necessariamente provenienti dal terzo settore, debba essere vista come un aspetto negativo, precisa Biggeri: "E' positivo che crescano i numeri e gli operatori, e che quindi la tematica delle persone non bancabili cominci ad essere considerata anche dagli intermediari mainstream. Però bisogna considerare due aspetti: il primo è che i progetti di microcredito rischiano il fallimento se non si considera il principio delle "garanzie relazionali". Il microcredito non viene concesso in assenza totale di garanzia, ma in presenza di garanzie di tipo per l'appunto "relazionali". Andrebbe a questo proposito rivista la normativa che vieta di dare credito a persone protestate o segnalate, ben difficile da aggirare. Per evitare il fallimento dei progetti, inoltre, sono fondamentali i percorsi di accompagnamento". Una necessità riconosciuta anche dalla nuova legge sul microcredito, che prevede l'opportunità di "servizi ausiliari di assistenza".

Anche il microcredito, insomma, ha bisogno di formazione, di business plan, altrimenti è assistenza ai bisognosi, ma non decolla come progetto imprenditoriale, sia pure minimo. La pensa così anche Mario Baccini, presidente del Comitato nazionale italiano permanente per il microcredito, istituito con il decreto legge 10 gennaio 2006, n. 2 (costituito però in altra forma l'anno precedente, nell'ambito dell'Anno nazionale del microcredito). Il Comitato in effetti non è stato inizialmente accolto bene dal mondo del volontariato: alcuni anni fa il settimanale Vita, molto apprezzato all'interno del Terzo Settore, lo definì "Il Comitato Fantasma". Definizione sulla quale, almeno apparentemente, sembrava trovarsi d'accordo il ministro dell'Economia Giulio Tremonti, che lo aveva fatto includere all'inizio di quest'anno nell'elenco degli "enti inutili", da sopprimere nell'ambito dell'ultima manovra finanziaria, alfine di ottenere cospicui risparmi sulla spesa pubblica. In effetti però non solo il Comitato per il microcredito in ultima analisi non è mai entrato a far parte della lista ufficiale degli enti 'inutili', ma a settembre ha ottenuto anche una ulteriore attribuzione di funzioni, quella dell'assistenza allo start-up delle microimprese. 

Mario Baccini non entra nelle polemiche, limitandosi a rilevare che "con Vita siamo in ottimi rapporti, quel titolo magari è dipeso da quel giornalista in particolare", e che "il Comitato per il microcredito non è mai stato in alcuna lista ufficiale degli 'enti inutili'". Passando invece alla sostanza, ricorda come la costituzione del Comitato come ente di diritto pubblico risponda "all'appello di Kofi Annan", e che l'obiettivo del Comitato è quello di "mettere in una rete tutte le grandi sinergie italiane che si occupano del microcredito come mezzo di lotta all'estrema povertà e all'esclusione sociale". "Non siamo una banca - spiega Baccini - però abbiamo siglato e stiamo ancora siglando numerosi fondi di garanzia, a cominciare da quelli con Unioncamere e con l'Unione delle Province Italiane".

Fra i principali compiti del Comitato, ricorda ancora Baccini, c'è quello di favorire il passaggio dal microcredito all'impresa. Si tratta di un'attività economica, non di carità: "La Caritas e altre istituzioni fanno un'attività meritoria di sostegno alle famiglie povere, assistenza sociale, ma il microcredito è un'altra cosa - afferma Baccini - Significa costituire un'impresa, con una dotazione che al massimo può arrivare ai 30.000 euro, che il beneficiario deve restituire, una volta che la sua azienda comincia a funzionare. Compito nostro è quello di individuare le persone adatte, e di formarle. Abbiamo avviato un corso per avere nostri formatori preparati, con l'Università di Bologna. Non è sempre facile trovare tra gli ex detenuti, gli immigrati, i disoccupati persone con attitudini alla costituzione di un'impresa. Però questo può essere uno strumento vero per combattere l'esclusione da un lato, e la crisi dall'altro. Proprio con gli ex detenuti abbiamo avviato da poco a Caltagirone un progetto che utilizza i soldi della mafia".