Mondo Solidale

FINANZA ETICA

Vita brilla in Borsa a 3 settimane dal debutto
"Reinvestiamo gli utili: così cresce il valore"

La società leader nell'editoria del terzo settore ha esordito all'AIM, mercato riservato alle PMI, il 22 ottobre. E da allora continua a crescere: anche oggi sospesa per eccesso di rialzo. Nonostante non distribuisca dividendi

3 minuti di lettura
ROMA - E' la prima società del terzo settore a entrare in Borsa, e la prima a farlo in Italia pur avendo deciso per statuto che non distribuirà i dividendi, che verranno invece interamente reinvestiti. Vita editoriale s.p.a., la società alla quale fa capo l'omonimo settimanale (da alcuni anni anche frequentatissimo sito Internet), ha debuttato in Borsa il 22 ottobre, con un esordio spumeggiante: +22,34%. Ma adesso, a poco più di tre settimane di distanza, è evidente che non si trattava di un fuoco di paglia, e che il mercato apprezza pienamente il titolo, sospeso stamattina per eccesso di rialzo: "Ci siamo quotati a 0,94 euro, adesso siamo, considerando tutte le oscillazioni, tra 0,90 e un euro: siamo piuttosto contenti. E poi ci hanno spiegato che non bisogna guardare con troppa frequenza le quotazioni...", spiega l'amministratore delegato di Vita, Paolo Migliavacca.

Vita s.p.a. si è quotata all'AIM Italia, il mercato di Borsa Italiana per le piccole e medie imprese, in funzione dall'8 maggio 2009. Ha collocato 2,7 milioni di azioni legate ad un aumento di capitale, raccogliendo 2,53 milioni di euro. La capitalizzazione è attualmente di circa 8 milioni di euro. Il principale azionista, con una quota del 14,7% (scesa rispetto al valore prequotazione, intorno al 20%) rimane Fondazione Vita, costituita, spiega Migliavacca, "dai soggetti che hanno dato vita al settimanale, sia i giornalisti che imprenditori", tra i quali il presidente (e direttore editoriale) Riccardo Bonacina. Seguono la società Partecipazioni Interessenze Azionarie (Pia) con il 13,8%, l'Iccrea (8,32%), Consorzio Gino Mattarelli (6,48%), MaIs, holding della famiglia Ceragnoli (4,65%), Istituto Atesino di sviluppo (4%), eredi Caracciolo (4,02%, Carlo Caracciolo acquistò una quota intorno al 5% di Vita nel 2007, "fu la sua ultima operazione editoriale dopo Libération", ricorda con orgoglio l'amministratore delegato di Vita).

Quanto ai nuovi ingressi, le quote si sono distribuite tra 29 soci: "La quotazione era riservata alle istituzioni - precisa Migliavacca - e sono entrate in modo significativo nell'operazione alcune grandi banche popolari, ma anche Banca Intesa, con una quota di poco inferiore al 3%, e alcune fondazioni di origine bancaria".

La particolarità dell'operazione viene sottolineata, già nel giorno del debutto in Borsa, dal titolo di un'agenzia internazionale, Reuters: "Non Profit, matricola Vita non darà dividendo ma va a ruba". Titolo quanto mai azzeccato, visto che nella prima giornata le azioni erano salite a 1,15 euro, dal valore iniziale di 0,94. Niente male visto che, come sottolineava Reuters, Vita non distribuisce profitti: "Noi non siamo una onlus, - dice Migliavacca - siamo una Spa normalissima che però fa una scelta di missione, stabilendo che gli utili non vengano distribuiti ma reinvestiti completamente. Non siamo gli unici: l'ha fatta Microsoft per 30 anni, l'ha fatto Warren Buffet per 60 anni. La differenza è che noi l'abbiamo detto nello statuto, perché volevamo crescere di valore e perché se noi cresciamo di valore cresce anche la nostra possibilità di far crescere le nostre attività. Reinvestiamo per fare valore sociale e valore economico. Borsa Italiana era inizialmente un po' scettica per il nostro statuto particolare, ma ora comincia a valutare l'idea che ci possa essere una certa profondità di portafoglio nelle imprese con le nostre caratteristiche. E del resto nel mondo non profit la partecipazione è in crescita, è aumentata oltre il 3% anche in un anno terribile come il 2009".

Il reinvestimento degli utili è cominciato subito: il settimanale è infatti appena tornato in edicola "ridisegnato", come spiega Bonacina nel suo blog: "Non è un semplice restyling per risvegliare l’interesse di lettori affezionati. È nuovo perché vuole essere più grande, più largo, vuole parlare a nuovi mondi, a nuove persone. Se abbiamo scelto di fare il passo complicato ma entusiasmante di quotare la nostra società in Borsa era quindi per arricchire innanzitutto il prodotto in cui abbiamo sempre creduto, e in cui crediamo ancor di più oggi in tempi così complicati e confusi. In momenti in cui prevale la tentazione di stare in coperta, di aspettare che la bufera passi, abbiamo voluto invece uscire con una formula tutta nuova per poter ogni settimana discutere, lanciare idee, e soprattutto raccontare le storie e le esperienze dei tanti che in Italia fanno buona innovazione, a vantaggio di tutti".

Quotarsi in Borsa, sottolinea Migliavacca, del resto significa anche aver preservato l'autonomia del giornale: l'azionariato diffuso è una formula di grande libertà per un settimanale che, ricorda l'amministratore delegato, "non gode di alcun finanziamento per l'editoria", né concorre al 5 per mille (perché non è una onlus). Per sua fortuna, in quest'ultimo caso, visto che quest'anno i finanziamenti del 5 per mille sono stati decurtati dal governo del 75%.