ROMA - L'articolo della Commissaria al Commercio Cecilia Malmström ha, se non altro, il merito di richiamare alcune delle preoccupazioni legate al TTIP. Un piccolo passo in avanti rispetto alla completa mancanza di dibattito o informazioni, ma un tentativo di risposta assolutamente insufficiente alla crescente opposizione che ha portato a inizio ottobre alla consegna a Bruxelles di 3.260.000 firme di cittadini europei contrari al trattato.
Il segreto più grande d'Europa. Suona tristemente ironico leggere di negoziati "apertamente sottoposti al vaglio del pubblico", quando wikileaks offre un premio di 100.000 euro per chi riuscisse a rivelare "il segreto più ricercato d'Europa", ovvero i contenuti di un accordo che rimane chiuso nelle stanze della Commissione. L'articolo segnala le ricadute economiche, quando anche le previsioni più ottimistiche prevedono al massimo una crescita di poche frazioni di punto di PIL, tra un decennio. Analogamente, i richiami ai diritti umani o al lavoro minorile hanno davvero poco a che fare con l'accordo e appaiono una minuscola foglia di fico per nascondere la volontà di piallare al ribasso regole e diritti, non certo di arrivare a un'armonizzazione verso l'alto.
La vera partita sono le barriere non tariffarie. Tra USA e UE, i limiti all'export non sono dazi e tariffe, nella gran parte dei casi già molto bassi. La vera partita del TTIP sono le barriere non tariffarie, ovvero proprio le normative ambientali, quelle sociali o sul lavoro. Lo stesso si può dire per i presunti vantaggi per l'occupazione o le PMI, quando il TTIP va in direzione diametralmente opposta. Con l'accordo un singolo investitore potrebbe citare in giudizio uno Stato sovrano - presso tribunali ad hoc che si riuniscono a porte chiuse - qualora una qualsiasi normativa sociale o ambientale dovesse essere giudicata "eccessiva" o semplicemente dovesse limitarne i profitti. Una possibilità riservata unicamente agli investitori esteri, ovvero alle multinazionali, con buona pace non solo dei presunti vantaggi per le PMI ma persino del principio per cui "la legge è uguale per tutti".
L'Italia rischia di perdere molto, con rare eccezioni. Tranne che per poche grandi imprese, l'Italia rischia di perdere moltissimo. Solo per fare un esempio pensiamo a un sistema agroalimentare di eccellenza che sarebbe pesantemente minacciato nel momento in cui una multinazionale dovesse pretendere di fare cambiare il sistema di certificazioni e controlli o quello delle indicazioni geografiche tipiche perché considerato un limite alla possibilità di vendere cibo scadente in tutta Europa. E gli esempi analoghi potrebbero essere innumerevoli.
Dunque, un accordo pessimo da ogni punto di vista. La stessa Commissaria Malmström conclude ricordando che "il dibattito sul TTIP ha dimostrato che [gli europei] vogliono anche essere certi che i benefici economici non si ottengano a discapito dei nostri valori e della nostra identità". Peccato che tali benefici sarebbero - nel migliore dei casi - estremamente modesti, i costi sociali e ambientali al contrario enormi, e il dibattito è dovuto unicamente al lavoro di informazione dal basso. Sempre più persone che si oppongono all'idea dei "diritti" di poche multinazionali davanti a quelli dei cittadini. Un'opposizione che non può che uscire rafforzata nel vedere come la Commissione non riveda in nessun modo le proprie posizioni, ma si limiti a scrivere articoli per intensificare l'attività promozionale per un accordo pessimo, da ogni punto di vista.
* Andrea Baranes è presidente della Fondazione Culturale Responsabilità Etica, della rete di Banca Etica
Il segreto più grande d'Europa. Suona tristemente ironico leggere di negoziati "apertamente sottoposti al vaglio del pubblico", quando wikileaks offre un premio di 100.000 euro per chi riuscisse a rivelare "il segreto più ricercato d'Europa", ovvero i contenuti di un accordo che rimane chiuso nelle stanze della Commissione. L'articolo segnala le ricadute economiche, quando anche le previsioni più ottimistiche prevedono al massimo una crescita di poche frazioni di punto di PIL, tra un decennio. Analogamente, i richiami ai diritti umani o al lavoro minorile hanno davvero poco a che fare con l'accordo e appaiono una minuscola foglia di fico per nascondere la volontà di piallare al ribasso regole e diritti, non certo di arrivare a un'armonizzazione verso l'alto.
La vera partita sono le barriere non tariffarie. Tra USA e UE, i limiti all'export non sono dazi e tariffe, nella gran parte dei casi già molto bassi. La vera partita del TTIP sono le barriere non tariffarie, ovvero proprio le normative ambientali, quelle sociali o sul lavoro. Lo stesso si può dire per i presunti vantaggi per l'occupazione o le PMI, quando il TTIP va in direzione diametralmente opposta. Con l'accordo un singolo investitore potrebbe citare in giudizio uno Stato sovrano - presso tribunali ad hoc che si riuniscono a porte chiuse - qualora una qualsiasi normativa sociale o ambientale dovesse essere giudicata "eccessiva" o semplicemente dovesse limitarne i profitti. Una possibilità riservata unicamente agli investitori esteri, ovvero alle multinazionali, con buona pace non solo dei presunti vantaggi per le PMI ma persino del principio per cui "la legge è uguale per tutti".
L'Italia rischia di perdere molto, con rare eccezioni. Tranne che per poche grandi imprese, l'Italia rischia di perdere moltissimo. Solo per fare un esempio pensiamo a un sistema agroalimentare di eccellenza che sarebbe pesantemente minacciato nel momento in cui una multinazionale dovesse pretendere di fare cambiare il sistema di certificazioni e controlli o quello delle indicazioni geografiche tipiche perché considerato un limite alla possibilità di vendere cibo scadente in tutta Europa. E gli esempi analoghi potrebbero essere innumerevoli.
Dunque, un accordo pessimo da ogni punto di vista. La stessa Commissaria Malmström conclude ricordando che "il dibattito sul TTIP ha dimostrato che [gli europei] vogliono anche essere certi che i benefici economici non si ottengano a discapito dei nostri valori e della nostra identità". Peccato che tali benefici sarebbero - nel migliore dei casi - estremamente modesti, i costi sociali e ambientali al contrario enormi, e il dibattito è dovuto unicamente al lavoro di informazione dal basso. Sempre più persone che si oppongono all'idea dei "diritti" di poche multinazionali davanti a quelli dei cittadini. Un'opposizione che non può che uscire rafforzata nel vedere come la Commissione non riveda in nessun modo le proprie posizioni, ma si limiti a scrivere articoli per intensificare l'attività promozionale per un accordo pessimo, da ogni punto di vista.
* Andrea Baranes è presidente della Fondazione Culturale Responsabilità Etica, della rete di Banca Etica