Mondo Solidale

Il Sud del mondo prova a ridisegnare gli equilibri globali: basterà a ridurre le disuguaglianze?

Il Sud del mondo prova a ridisegnare gli equilibri globali: basterà a ridurre le disuguaglianze?

Un nuovo equilibrio economico sarà davvero solidale solo se la ricchezza si tradurrà in diritti e protezione sociale e non in nuove concentrazioni di potere

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ROMA – C’è chi vede all’orizzonte un nuovo equilibrio economico, con i Paesi a lungo considerati periferie del sistema internazionale che stanno conquistando un ruolo crescente nella definizione delle sue regole, oltre che nei suoi mercati. La storia dei BRICS (acronimo che comprende Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica) comincia nel 2001, quando l’economista Jim O’Neill conia la sigla BRIC, senza la S del Sudafrica, per indicare le economie destinate ad accrescere il proprio peso globale. Poi, da classificazione economica, il gruppo diventa un progetto di cooperazione politica e finanziaria: nel 2009 si tiene il primo vertice e nel 2011 entra il Sudafrica. Con l’allargamento, sono diventati una piattaforma del cosiddetto Grande Sud.

Dalla finanza alla produzione. Come scrive Pino Arlacchi, ex vicesegretario delle Nazioni Unite, in un’analisi pubblicata da Remocontro, queste economie contribuiscono a ridisegnare in meglio gli equilibri globali attraverso produzione industriale, investimenti e circuiti finanziari alternativi. La Cina ha contribuito a ridurre i costi delle tecnologie rinnovabili; la cooperazione tra economie emergenti ha ampliato l’accesso a infrastrutture, energia e beni industriali. Secondo UNCTAD, il commercio di merci tra i membri BRICS è cresciuto da 84 miliardi di dollari nel 2003 a circa 1.170 miliardi nel 2024.

La povertà non si combatte soltanto con gli aiuti. Finanziare infrastrutture, sviluppare industrie locali e diversificare i partner commerciali può aiutare i Paesi a basso reddito a ridurre la dipendenza dalle materie prime e dalla volatilità dei mercati. Energia meno costosa, reti di trasporto e tecnologie produttive possono favorire occupazione e accesso ai servizi. Ma la crescita del Pil, si sa ormai, non coincide necessariamente con una riduzione delle disuguaglianze: investimenti concentrati, debito insostenibile e lavoro precario possono lasciare indietro intere comunità. La sfida è distribuire i benefici della crescita.

Oltre l’egemonia del dollaro. È proprio su questo terreno che si inserisce la lettura di Arlacchi: la stabilità economica mondiale, sostiene, non dipende più esclusivamente da un egemone occidentale, ma può essere alimentata da più economie capaci di produrre beni, infrastrutture e sicurezza economica. La tenuta della domanda cinese e asiatica durante le recessioni, insieme alla ricerca di circuiti di pagamento alternativi al dollaro, offre ai Paesi emergenti maggiori margini di autonomia. La Nuova Banca di Sviluppo dei BRICS, istituita nel 2014, rappresenta uno degli strumenti di questa trasformazione.

L’idea è privilegiare gli investimenti produttivi invece della speculazione. Il progetto si presenta così come una migliore alternativa a un sistema nel quale la finanza globale, il dollaro e le istituzioni economiche internazionali hanno storicamente attribuito agli Stati Uniti e all’Occidente un peso determinante. L’idea è privilegiare gli investimenti produttivi rispetto alla speculazione e consentire ai Paesi del Sud di finanziare infrastrutture e sviluppo senza dipendere da un unico centro di potere. Ma tra le ambizioni dichiarate e i risultati concreti resta una distanza: il dollaro conserva la propria centralità e i BRICS non costituiscono un sistema economico integrato.

La ricchezza cresce per chi? Se lo chiedono le economie occidentali e quelle emergenti. Resta una domanda essenziale. Anche quando l’economia cresce, chi incassa davvero i benefici? La ricchezza prodotta può concentrarsi nelle mani di multinazionali, grandi investitori e gruppi industriali, mentre salari, diritti e condizioni di vita dei lavoratori restano indietro. È un rischio che riguarda tanto le economie occidentali quanto quelle emergenti. La capacità produttiva cinese, per esempio, ha contribuito a rendere più accessibili alcune tecnologie, ma questo non garantisce automaticamente una distribuzione equa dei profitti né condizioni di lavoro dignitose.

Un nuovo modello? Il Grande Sud potrà proporre un modello diverso da quello occidentale, nel quale la produzione sia subordinata alla finanza e la crescita misurata anche attraverso il benessere collettivo? Oppure riprodurrà le stesse disuguaglianze, sostituendo ai vecchi centri di potere nuovi protagonisti? L’ascesa dei BRICS non offre ancora risposte definitive. Pone, piuttosto, una domanda che riguarda tutti: in un mondo in cui la ricchezza si sposta e il potere si ridistribuisce, chi avrà davvero accesso alle opportunità che ne derivano? Un nuovo equilibrio economico sarà davvero solidale soltanto se la ricchezza prodotta si tradurrà in diritti e protezione sociale, invece di alimentare nuove concentrazioni di potere.

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