ROMA - Uomini e donne costretti a fuggire dal proprio paese, spesso per salvare la vita. Alle spalle hanno lasciato tutto: la casa, il lavoro, la propria identità, ma soprattutto la famiglia e i figli. Bambini e ragazzini rimasti soli, spesso in condizioni precarie. Sono i racconti di vita di migliaia di rifugiati che per colpa della burocrazia devono aspettare anni prima di poter riabbracciare i propri familiari. Per aiutarli ad affrontare queste difficoltà il Consiglio italiano per i rifugiati (Cir) ha appena avviato il progetto: "Ritrovarsi per ricostruire".
L'obiettivo è quello di favorire il progetto di ricongiungimento per 300 famiglie di rifugiati o di persone che si trovano in Italia con altre forme di protezione internazionale. "Con questo progetto li sosteniamo nella ricerca del lavoro e della casa - spiega Christopher Hein, direttore del Cir - , requisiti richiesti a coloro che vogliono far arrivare in Italia mogli, mariti o figli. Le loro condizioni di vita sono difficili. Non hanno né conoscenze né una rete familiare e, a volte, sono vittime di xenofobia. Non è facile per loro trovare un'occupazione e un alloggio".
Sono migliaia le persone che ogni anno scappano dall'Africa o dall'Asia, da tutti quei paesi dove la parola democrazia non è ancora realtà. A fine 2009 i rifugiati in Italia erano 54.965, mentre in Europa 1.641.877. Nell'ultimo anno il numero di persone che è arrivato in Europa e ha chiesto asilo politico è salito dell'8 per cento (le richieste sono diventate 236.936 rispetto alle 219.557 del 2008).
A fare richiesta di ricongiungimento familiare non sono solo i rifugiati, in fuga perché vittime di persecuzioni religiose, per la propria razza, per le opinioni politiche o perché appartenenti a un determinato gruppo sociale. Spesso lascia la patria anche chi si trova ad affrontare una guerra, chi teme per la propria vita o rischia di essere torturato e per questo, una volta arrivato in Italia, ottiene la cosiddetta 'protezione sussidiaria'.
Nel 2009 le domande di ricongiungimento familiare fatte da immigrati, persone con protezione sussidiaria e rifugiati sono state complessivamente 70.585. Ma non è facile far arrivare i figli in Italia. Le storie che raccontano questa realtà spesso poco conosciuta sono fatte di lunghe trafile burocratiche, di attesa e angoscia. E' quello che ha dovuto affrontare E. S.. In Camerun era insegnante di scuola materna, ma il marito era un oppositore del governo. Così anche lei se n'è dovuta andare. E' successo tutto in modo inaspettato: una sera ha visto la polizia davanti a casa ed è fuggita senza salutare i due figli, di otto e di 15 anni. Dopo la fuga, per la giovane donna l'unico pensiero è stato quello di farsi raggiungere dai familiari in Italia. Ma dal momento della richiesta di ricongiungimento l'attesa è durata quasi cinque anni. Solo nel 2009 la donna è riuscita a superare gli ostacoli burocratici e a riabbracciare i suoi figli.
"Lo scopo del progetto è affrontare situazioni come questa. Serve supporto legale nella procedura per ottenere i documenti necessari. Anche per le pratiche è necessario avere denaro e per questo è previsto un fondo destinato alle spese. Fra l'altro lavoriamo a stretto contatto con la Croce rossa per contattare i parenti in patria", dice Hein.
Il progetto, finanziato dalla presidenza del Consiglio dei ministri con il fondo dell'otto per mille dell'Irpef, verrà avviato in 11 città italiane: Milano, Gorizia, Udine, Varese, Bergamo, Verona, Roma, Cosenza, Crotone, Catanzaro e Catania. "Ritrovare chi si è lasciato indietro è fondamentale per ricostruire la propria identità. Passare dall'impossibilità di rivedersi, dalle distanze e dalle separazioni forzate, alla vicinanza è importante per ricostruire il futuro - conclude Hein - Con questo progetto abbiamo come obiettivo quello di creare un modello da applicare anche in altre aree del paese".
L'obiettivo è quello di favorire il progetto di ricongiungimento per 300 famiglie di rifugiati o di persone che si trovano in Italia con altre forme di protezione internazionale. "Con questo progetto li sosteniamo nella ricerca del lavoro e della casa - spiega Christopher Hein, direttore del Cir - , requisiti richiesti a coloro che vogliono far arrivare in Italia mogli, mariti o figli. Le loro condizioni di vita sono difficili. Non hanno né conoscenze né una rete familiare e, a volte, sono vittime di xenofobia. Non è facile per loro trovare un'occupazione e un alloggio".
Sono migliaia le persone che ogni anno scappano dall'Africa o dall'Asia, da tutti quei paesi dove la parola democrazia non è ancora realtà. A fine 2009 i rifugiati in Italia erano 54.965, mentre in Europa 1.641.877. Nell'ultimo anno il numero di persone che è arrivato in Europa e ha chiesto asilo politico è salito dell'8 per cento (le richieste sono diventate 236.936 rispetto alle 219.557 del 2008).
A fare richiesta di ricongiungimento familiare non sono solo i rifugiati, in fuga perché vittime di persecuzioni religiose, per la propria razza, per le opinioni politiche o perché appartenenti a un determinato gruppo sociale. Spesso lascia la patria anche chi si trova ad affrontare una guerra, chi teme per la propria vita o rischia di essere torturato e per questo, una volta arrivato in Italia, ottiene la cosiddetta 'protezione sussidiaria'.
Nel 2009 le domande di ricongiungimento familiare fatte da immigrati, persone con protezione sussidiaria e rifugiati sono state complessivamente 70.585. Ma non è facile far arrivare i figli in Italia. Le storie che raccontano questa realtà spesso poco conosciuta sono fatte di lunghe trafile burocratiche, di attesa e angoscia. E' quello che ha dovuto affrontare E. S.. In Camerun era insegnante di scuola materna, ma il marito era un oppositore del governo. Così anche lei se n'è dovuta andare. E' successo tutto in modo inaspettato: una sera ha visto la polizia davanti a casa ed è fuggita senza salutare i due figli, di otto e di 15 anni. Dopo la fuga, per la giovane donna l'unico pensiero è stato quello di farsi raggiungere dai familiari in Italia. Ma dal momento della richiesta di ricongiungimento l'attesa è durata quasi cinque anni. Solo nel 2009 la donna è riuscita a superare gli ostacoli burocratici e a riabbracciare i suoi figli.
"Lo scopo del progetto è affrontare situazioni come questa. Serve supporto legale nella procedura per ottenere i documenti necessari. Anche per le pratiche è necessario avere denaro e per questo è previsto un fondo destinato alle spese. Fra l'altro lavoriamo a stretto contatto con la Croce rossa per contattare i parenti in patria", dice Hein.
Il progetto, finanziato dalla presidenza del Consiglio dei ministri con il fondo dell'otto per mille dell'Irpef, verrà avviato in 11 città italiane: Milano, Gorizia, Udine, Varese, Bergamo, Verona, Roma, Cosenza, Crotone, Catanzaro e Catania. "Ritrovare chi si è lasciato indietro è fondamentale per ricostruire la propria identità. Passare dall'impossibilità di rivedersi, dalle distanze e dalle separazioni forzate, alla vicinanza è importante per ricostruire il futuro - conclude Hein - Con questo progetto abbiamo come obiettivo quello di creare un modello da applicare anche in altre aree del paese".