ROMA - Incontrai Hassen Hammami che ero da poco rientrato dalla Tunisia liberata. Ero andato per realizzare un documentario sugli eventi di quella rivoluzione repentina, che aveva riacceso la voglia di cambiamento e i cuori di molti nel mondo. Di ritorno, con sulla pelle ancora l'intensità di quei giorni, cercavo per Roma gli echi di quei posti e frequentavo la comunità tunisina mostrando il girato e cercando di colmare alcuni vuoti di comprensione riguardanti il mio materiale. Così un giorno un amico portò con sé, a casa mia, un suo paesano, si trattava di Hassen. Aveva un aspetto grigio, non sano, di chi ha perso l'interesse per la vita. Era visibilmente depresso. Parlando scoprii la sua storia, scoprii che si trattava di malinconia per la sua terra, di una vita che non lo appagava, di sogni andati in fumo. La sua è una storia come tante, tantissime, ma proprio per questo emblematica, rappresentativa e puntuale di quello che sta vivendo una generazione intera che ha provato sulla propria pelle la roulette russa del più battuto dei viaggi: dall'Africa (ma anche dall'Asia) all'Europa. Una traversata che assicura sempre sorprese, ma mai positive.
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Quel giorno, l'inizio della rivoluzione. Hassen era in Italia fino al giorno in cui Bouazizi si immolò col fuoco dando inizio alle proteste che avrebbero portato alla fuga di Ben Ali. Dal giorno della morte del venditore ambulante di Sidi Bousid Hassen sente l'esigenza di voler partecipare al cambiamento e di star vicino alla famiglia in quei giorni caotici. Torna in Tunisia. Lotta, semina e respira cambiamento, crede finalmente che i sogni di una generazione siano realizzabili e che ad ucciderli possa essere solo la paura. Scappato Ben Ali decide che è il momento di tornare in Italia e di inseguire, dopo il sogno collettivo realizzato, il suo sogno personale. Sull'onda dell'entusiasmo torna, ma la vita che trova su questa sponda non ha il sapore dei sogni ad occhi aperti da poco vissuti nel suo paese. Non c'è lavoro né casa, vive all'addiaccio, ma non per presidiare la Kasba, come nei giorni gloriosi ancora vivi nella sua memoria. Gli italiani si sentono presi di mira dall'incremento degli arrivi dei clandestini a Lampedusa e questo crea maggior diffidenza nei suoi confronti.
L'arrivo a Roma. Finalmente arriva a Roma. La capitale non ha molto di più da offrire, ma dà a me l'occasione di incontrarlo. I miei vari tentativi per tirargli su il morale falliscono miseramente e niente lo dissuade dall'isolarsi dalla conversazione per rimanere disteso a pancia in giù sul mio divano. Stanchezza dice, ma il linguaggio del corpo non può nascondere il suo sconforto. Cede solo alla mia offerta di tè preparato alla tunisina. Parliamo, mi mostra delle riprese con il cellulare che documentano il suo viaggio. Gli chiedo se vuole raccontare la sua storia davanti ad una videocamera, quindi non perdiamo tempo e replichiamo davanti all'obiettivo. Dico al nostro amico in comune di tenerlo d'occhio e restargli vicino, lo vedo molto fragile e ciò lo rende imprevedibile.
Un rito di iniziazione. Nelle settimane successive non riesco più ad avere sue notizie, il nostro amico comune mi dice che è andato in Toscana per vedere se lì riusciva a trovare lavoro. Lo perdo di vista. Io, che vivo per viaggiare, rifletto, dopo quell'incontro, su quanto sia fortunato a poterlo fare con libertà e facilità esclusivamente per il passaporto che esibisco. Del resto viaggiare, dai tempi di Ulisse, è in tutte le culture un rito di iniziazione e di formazione imprescindibile per una persona. Penso a quanto sarei diverso se non avessi potuto fare tutte le esperienze che ho collezionato figlie dei miei viaggi e a quanto sarebbe stato frustrante se ciò fosse stato dovuto a un'imposizione dall'alto. Arrivano i giorni delle elezioni e torno in Tunisia per seguirle.
La faccia cupa su un volto soridente. Seduto in un caffè, su Habib Bourghiba, la via principale di Tunisi mi sento chiamare: "Fares! Fares!" mi giro ed un ragazzo che sembra la copia felice di Hassen corre ad abbracciarmi. E' proprio il caso d'integrare la sua intervista. Replichiamo ancora una volta, anche questa volta davanti all'obiettivo c'è lui, ma intorno c'è Tunisi ad abbracciarlo e a ridargli il sorriso. Dopo questo secondo incontro casuale rifletto su quanto stoni una faccia cupa su un volto abituato a sorridere. Ora conosco il vero Hassen e capisco perché quel primo incontro mi aveva colpito e preoccupato a tal punto. Ho sentito Hassen 10 giorni fa, ora ha un bar, è felice della sua vita e si gode la primavera a Tunisi che profuma di fiori.
* Kami Fares, italo-palestinese, 30 anni. Laureato al Dams di Roma, è sceneggiatore e autore di documentari in Tunisia, Angola e Grecia. Ha partecipato all'Academy di Repubblica
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Quel giorno, l'inizio della rivoluzione. Hassen era in Italia fino al giorno in cui Bouazizi si immolò col fuoco dando inizio alle proteste che avrebbero portato alla fuga di Ben Ali. Dal giorno della morte del venditore ambulante di Sidi Bousid Hassen sente l'esigenza di voler partecipare al cambiamento e di star vicino alla famiglia in quei giorni caotici. Torna in Tunisia. Lotta, semina e respira cambiamento, crede finalmente che i sogni di una generazione siano realizzabili e che ad ucciderli possa essere solo la paura. Scappato Ben Ali decide che è il momento di tornare in Italia e di inseguire, dopo il sogno collettivo realizzato, il suo sogno personale. Sull'onda dell'entusiasmo torna, ma la vita che trova su questa sponda non ha il sapore dei sogni ad occhi aperti da poco vissuti nel suo paese. Non c'è lavoro né casa, vive all'addiaccio, ma non per presidiare la Kasba, come nei giorni gloriosi ancora vivi nella sua memoria. Gli italiani si sentono presi di mira dall'incremento degli arrivi dei clandestini a Lampedusa e questo crea maggior diffidenza nei suoi confronti.
L'arrivo a Roma. Finalmente arriva a Roma. La capitale non ha molto di più da offrire, ma dà a me l'occasione di incontrarlo. I miei vari tentativi per tirargli su il morale falliscono miseramente e niente lo dissuade dall'isolarsi dalla conversazione per rimanere disteso a pancia in giù sul mio divano. Stanchezza dice, ma il linguaggio del corpo non può nascondere il suo sconforto. Cede solo alla mia offerta di tè preparato alla tunisina. Parliamo, mi mostra delle riprese con il cellulare che documentano il suo viaggio. Gli chiedo se vuole raccontare la sua storia davanti ad una videocamera, quindi non perdiamo tempo e replichiamo davanti all'obiettivo. Dico al nostro amico in comune di tenerlo d'occhio e restargli vicino, lo vedo molto fragile e ciò lo rende imprevedibile.
Un rito di iniziazione. Nelle settimane successive non riesco più ad avere sue notizie, il nostro amico comune mi dice che è andato in Toscana per vedere se lì riusciva a trovare lavoro. Lo perdo di vista. Io, che vivo per viaggiare, rifletto, dopo quell'incontro, su quanto sia fortunato a poterlo fare con libertà e facilità esclusivamente per il passaporto che esibisco. Del resto viaggiare, dai tempi di Ulisse, è in tutte le culture un rito di iniziazione e di formazione imprescindibile per una persona. Penso a quanto sarei diverso se non avessi potuto fare tutte le esperienze che ho collezionato figlie dei miei viaggi e a quanto sarebbe stato frustrante se ciò fosse stato dovuto a un'imposizione dall'alto. Arrivano i giorni delle elezioni e torno in Tunisia per seguirle.
La faccia cupa su un volto soridente. Seduto in un caffè, su Habib Bourghiba, la via principale di Tunisi mi sento chiamare: "Fares! Fares!" mi giro ed un ragazzo che sembra la copia felice di Hassen corre ad abbracciarmi. E' proprio il caso d'integrare la sua intervista. Replichiamo ancora una volta, anche questa volta davanti all'obiettivo c'è lui, ma intorno c'è Tunisi ad abbracciarlo e a ridargli il sorriso. Dopo questo secondo incontro casuale rifletto su quanto stoni una faccia cupa su un volto abituato a sorridere. Ora conosco il vero Hassen e capisco perché quel primo incontro mi aveva colpito e preoccupato a tal punto. Ho sentito Hassen 10 giorni fa, ora ha un bar, è felice della sua vita e si gode la primavera a Tunisi che profuma di fiori.
* Kami Fares, italo-palestinese, 30 anni. Laureato al Dams di Roma, è sceneggiatore e autore di documentari in Tunisia, Angola e Grecia. Ha partecipato all'Academy di Repubblica