Immigrazioni: mediatore culturale, un mestiere nel caos, ma presto qualcosa cambierà
di SALVATORE GIUFFRIDALa sua funzione è strategica per l'integrazione dei migranti. Integrazione alla quale - a quanto pare non ha creduto davvero mai nessuno. Le istituzioni non hannomai dato un quadro di leggi omogeneo. L'obiettivo è dare una qualifica e dei riquisiti uguali per tutti. Entro un anno, forse un quadro definitivo e forse anche un albo nazionale
ROMA - Sono fondamentali per guidare il percorso di integrazione degli immigrati, negli ospedali, nelle scuole, negli uffici pubblici, per non dire delle carceri e dei centri d'accoglienza. Eppure, i mediatori culturali non hanno un Albo né sono inseriti nel contratto collettivo nazionale, lavorano in condizioni spesso precarie, senza tutele né prospettive. Difficile sapere con precisione quanti siano: le stime del Viminale parlano di almeno 8.000, di cui circa il 70% donne.
Disattesa la "Turco-Napolitano". L'incapacità delle istituzioni nazionali di dare un quadro normativo omogeneo, l'assenza di una strategia di lungo corso, la riduzione dei fondi e i tagli alla spesa pubblica, sono le principali cause del limbo in cui si trovano i mediatori culturali, che non hanno un disciplina giuridica né un percorso di formazione univoco, nonostante la legge n.40 - la Turco-Napolitano - prevedesse già nel 1998 che "le istituzioni possono avvaler…
ROMA - Sono fondamentali per guidare il percorso di integrazione degli immigrati, negli ospedali, nelle scuole, negli uffici pubblici, per non dire delle carceri e dei centri d'accoglienza. Eppure, i mediatori culturali non hanno un Albo né sono inseriti nel contratto collettivo nazionale, lavorano in condizioni spesso precarie, senza tutele né prospettive. Difficile sapere con precisione quanti siano: le stime del Viminale parlano di almeno 8.000, di cui circa il 70% donne.
Disattesa la "Turco-Napolitano". L'incapacità delle istituzioni nazionali di dare un quadro normativo omogeneo, l'assenza di una strategia di lungo corso, la riduzione dei fondi e i tagli alla spesa pubblica, sono le principali cause del limbo in cui si trovano i mediatori culturali, che non hanno un disciplina giuridica né un percorso di formazione univoco, nonostante la legge n.40 - la Turco-Napolitano - prevedesse già nel 1998 che "le istituzioni possono avvalersi di mediatori qualificati con permesso di soggiorno non inferiore a due anni". Il regolamento del Testo Unico per l'Immigrazione assegnò poi agli enti locali il compito di gestirne le modalità di impiego e nel 2011 la professione del mediatore fu classificata dall'Istat come "tecnico del reinserimento e integrazione sociale".
"Non s'è mai creduto davvero all'integrazione". Eppure sono sempre falliti i tentativi in Parlamento di dare forme di tutele contrattuali e criteri omogenei di formazione e impiego. La ragione, per molti, è semplice: secondo un funzionario del Comune di Roma, "i governi hanno sempre agito in emergenza, senza un piano strutturato. Non hanno mai creduto veramente nell'integrazione". Per Oliviero Forti, responsabile Caritas Immigrazione, "la questione è ferma da anni. Ora tutto si è indebolito a causa della crisi e delle emergenze umanitarie che hanno attirato l'attenzione dell'amministrazione e i fondi a disposizione". Che sono sempre di meno: fino a due anni fa lo Sportello della prefettura di Roma, una delle realtà più efficaci per regolarizzazioni e ricongiungimenti familiari, riceveva oltre 350mila euro all'anno dal ministero. Ora la somma è meno di 150mila e si ridurrà ancora.
Solo iniziative saltuarie. Oggi non vi sono certezze per i mediatori, quasi sempre assunti con contratti a tempo o come lavoratori autonomi; in più, i (pochi) soldi sono impiegati per iniziative saltuarie e isolate. Ma l'incertezza riguarda anche le istituzioni, in particolare le province: solo due anni fa a Roma i mediatori erano circa 40 e coprivano tutto il territorio. Adolphe Nzobatinyia era uno di loro: "aiutavamo anche gli italiani, perché l'integrazione non è solo unilaterale: facevamo un servizio di assistenza reciproca. Ora si rischia il caos". Oggi, molti di quei mediatori sono impiegati pubblici: insomma, fanno un lavoro completamente diverso.
Le richieste. I mediatori chiedono di istituire un Albo per loro e un "Albo delle associazioni di mediazione interculturale": vogliono essere riconosciuti con requisiti certi e omogenei. Il rischio è di perdere professionalità e di andare verso una figura che ha nella traduzione la sua principale funzione. Anche perché molte regioni prevedono l'impiego del mediatore, ma con criteri diversi; ognuna riconosce una propria figura professionale diversa dalle altre, col risultato che difficilmente un mediatore possiede tutti i requisiti per partecipare a un bando e lavorare in una regione diversa.
Questo aspetto, però, è in fase di soluzione. Il Gruppo di lavoro Istituzionale, cofinanziato dall'Ue e composto da terzo settore e istituzioni, ha delineato una qualifica univoca e standard condivisi anche su competenze e formazione, sottolineando la necessità di tenere in egual conto la frequentazione di corsi e master e l'esperienza conseguita sul campo. Nel dossier si delineano pure i requisiti necessari: diploma di scuola secondaria, livello B1 per l'italiano e C1 per almeno una lingua straniera, un percorso formativo ad hoc o aver lavorato in modo continuato nel settore per due anni e non meno di 500 ore.
Novità a fine anno? La "palla" ora passa alla Conferenza delle Regioni che dovrà trovare una sintesi e arrivare a un quadro normativo definitiva e nazionale senza dimenticare le tutele giuridiche, l'aspetto contrattuale, etc. L'iter dovrebbe concludersi entro la fine dell'anno ma non si esclude una ricerca sul campo con un test pilota su regioni diverse e professionisti con competenze simili.