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Morti nel Mediterraneo: se a salvarli sono solo i privati

La missione filantropica di Regina e Christopher Catrambone. "Così abbiamo fondato l'organizzazione MOAS  -  Migrant Offshore Aid Station e, con il budget a nostra disposizione, abbiamo iniziato a cercare una nave adatta. Non siamo miliardari, abbiamo rinunciato a investire in altre imprese perché siamo convinti che aiutare gli altri è un modo per aiutare anche sé stessi e migliorare la società in cui si vive.
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ROMA - Una giacca che galleggia a filo d'acqua a largo tra Lampedusa e Tunisi, ultima testimonianza alla deriva di un naufragio avvenuto chissà quando e chissà dove esattamente. È la vista di quella giacca la scintilla che nell'estate del 2013, prima ancora di Mare Nostrum, ha innescato la missione filantropica di Regina e Christopher Catrambone, lei calabrese e lui statunitense di origini calabresi, che si trovavano a bordo della loro barca in vacanza sul Mediterraneo; un mare per i più sinonimo di spensieratezza, i cui fondali però nascondono come un tetro segreto i cadaveri di migliaia di migranti che hanno provato ad attraversarlo per raggiungere le porte d'Europa. È così che la vita dei coniugi Catrambone è cambiata, e con essa anche quella dei circa 3mila migranti, principalmente siriani e palestinesi, che hanno tratto in salvo tra agosto e ottobre 2014 a bordo della Phoenix, la nave che hanno acquistato ed equi…
ROMA - Una giacca che galleggia a filo d'acqua a largo tra Lampedusa e Tunisi, ultima testimonianza alla deriva di un naufragio avvenuto chissà quando e chissà dove esattamente. È la vista di quella giacca la scintilla che nell'estate del 2013, prima ancora di Mare Nostrum, ha innescato la missione filantropica di Regina e Christopher Catrambone, lei calabrese e lui statunitense di origini calabresi, che si trovavano a bordo della loro barca in vacanza sul Mediterraneo; un mare per i più sinonimo di spensieratezza, i cui fondali però nascondono come un tetro segreto i cadaveri di migliaia di migranti che hanno provato ad attraversarlo per raggiungere le porte d'Europa. È così che la vita dei coniugi Catrambone è cambiata, e con essa anche quella dei circa 3mila migranti, principalmente siriani e palestinesi, che hanno tratto in salvo tra agosto e ottobre 2014 a bordo della Phoenix, la nave che hanno acquistato ed equipaggiato per operazioni di ricerca e soccorso.


La nascita di MOAS. "Non potevamo restare indifferenti di fronte all'immane bisogno di fermare questa moria in mare", ci dice Regina, intervistata in esclusiva da Repubblica. "Così abbiamo fondato l'organizzazione MOAS  -  Migrant Offshore Aid Station e, con il budget a nostra disposizione, abbiamo iniziato a cercare una nave adatta. Non siamo miliardari, abbiamo rinunciato a investire in altre imprese perché siamo convinti che aiutare gli altri è un modo per aiutare anche sé stessi e migliorare la società in cui si vive. D'altronde anche noi siamo migranti, sebbene molto più fortunati: mio marito ha lasciato New Orleans a seguito delle devastazioni dell'uragano Katrina; ci siamo conosciuti in Calabria, dove entrambi siamo originari, e insieme ci siamo trasferiti a Malta". MOAS, con sede a Malta, è una missione filantropica senza precedenti: è la prima volta, infatti, che dei privati provvedono in modo strutturale ad operazioni di soccorso in mare dei migranti. Un altro aspetto caratterizzante della iniziativa riguarda l'uso della tecnologia, e in particolare dei droni, a scopi socio-umanitari.

"Abbiamo anche due droni". "Abbiamo contattato esperti di diritto marittimo che ci hanno permesso di arrivare dove siamo arrivati: dietro di noi ci sono tante persone che rendono possibili le attività di MOAS. La fase preparatoria della missione è partita nell'estate 2013, prima di Mare Nostrum, annunciato e avviato a ottobre; noi a quel tempo eravamo già alla ricerca della nave. Finalmente nel gennaio 2014 abbiamo trovato la Phoenix, una nave statunitense di 40 metri adatta come stazza e stabilità per essere adibita anche all'atterraggio e decollo dei droni - ne abbiamo due, di ultima generazione, gli stessi usati dalle navi della Marina Militare italiana.  Sono più veloci dei mezzi via mare e assicurano una maggiore visibilità, disponendo di due telecamere, tra cui una termica che permette di captare immediatamente le immagini a filo d'acqua; sono come calamite di immagini. Oltre ai droni, la Phoenix è equipaggiata anche con due gommoni a scafo rigido per approcciare i natanti in difficoltà e un personale di circa 20 unità tra medici e soccorritori".

Il raccordo con le autorità. Naturalmente, perché ciò sia possibile è necessario un raccordo con le autorità competenti. Esiste un centro di coordinamento internazionale che stabilisce quale imbarcazione debba recarsi dove, oltre alla costante collaborazione con le autorità maltesi, specie per l'uso dei droni Camcopter S-100, affittati direttamente dalla casa produttrice austriaca Schiebel. Ed è la Austrian Airspace ad aver individuato, insieme a Malta, un quadrante di azione dove far operare i droni, dispiegati anche in acque internazionali. MOAS è tenuta ad avvisare quando si alzano in volo, a che altezza, nonché il percorso che compiono, il cosiddetto in and out.  

Da noi il primo screening sanitario. "MOAS è una stazione di aiuto in mare, quindi le persone soccorse dovrebbero restare con noi il meno possibile  -  sebbene alcune volte siamo stati chiamati a effettuare trasbordi direttamente a Porto Empedocle o Pozzallo, e in quei casi i migranti sono rimasti con noi per 36 ore. Operiamo come un'ambulanza per il soccorso immediato. Una volta intervenuti, individuiamo prima i casi più delicati - i bambini, le persone disidratate o con febbre - e facciamo un primo screening sanitario. Poi nutriamo tutti, gli diamo vestiti asciutti e puliti. La priorità è comunque salvarli: dargli un giubbotto salvagente e tirarli fuori dalla carretta dove hanno viaggiato è il primo passo. In alcuni casi coordiniamo i tempi di intervento con le autorità; altre volte bisogna intervenire d'urgenza perché le imbarcazioni stanno materialmente affondando. Quando ci avviciniamo a soccorrerli ci chiedono se siamo delle Nazioni Unite".

La seconda missione dal prossimo maggio a ottobre. La prima fase operativa di MOAS è durata circa 60 giorni, fino a esaurimento budget. Subito dopo, attraverso il sito MOAS. eu, è stata lanciata una campagna di crowd-funding per proseguire le operazioni, ma senza particolare successo. "Il nostro  -  ci conferma Regina - nasce come un progetto tampone, con un budget limitato. Speravamo che la nostra iniziativa avrebbe ispirato anche altri, ma nessun grande donatore si è fatto avanti; abbiamo invece registrato molte piccole donazioni da singole persone che ringrazio di cuore. Ma sono ottimista e voglio sperare che una cordata di imprenditori venga smossa da questo articolo!". Così, in attesa di capitani e capitali coraggiosi, MOAS si prepara alla seconda missione, che partirà il prossimo maggio e durerà fino a ottobre. E se nella prima missione la collaborazione con Mare Nostrum è stata ottima, per questa restano molti punti interrogativi. "Non avevamo alcun accordo scritto con l'Italia, e con Mare Nostrum operavamo sulla base di un gentlemen agreement.  Con Triton non sappiamo se e come potremo cooperare. Siamo comunque tutti sotto lo stesso centro di coordinamento, vedremo una volta che torneremo in mare".

Il controllo non basta bisogna soccorrere.  È tanto lodevole quanto allarmante che di fronte alle ingenti, e in buona parte annunciate, tragedie del mare, si sia reso necessario il ripetuto intervento di un privato. Quella stessa Europa che ha giustamente condannato i respingimenti di Italia e Malta, lascia i migranti in balia delle acque limitandosi a richiamare il diritto internazionale e la legge del mare, mettendo in campo - di concerto con l'Italia, che nel frattempo ha chiuso Mare Nostrum - un'operazione di pattugliamento limitata come Triton, e rifiutando nei fatti di farsi pienamente carico delle proprie frontiere predisponendo anche adeguate misure di ricerca e soccorso, o Search and Rescue (SAR) come si dice a Bruxelles. "È necessario che l'Europa affianchi al controllo del frontiere anche una missione umanitaria in mare, che la si chiami Mare Nostrum o altro. Non si può aspettare che queste persone arrivino a 30 miglia dalle coste italiane, europee, o addirittura sperare che non arrivino affatto. Dov'è finita la nostra etica e moralità? Perché imporsi una distanza limite per salvare delle vite quando sappiamo che sono lì, in pericolo. È un atto di crudeltà, quando invece si potrebbe continuare a soccorrerle presso le piattaforme dell'Eni dove operava anche Mare Nostrum, ad esempio. Non bisogna dimenticare che la sofferenza di queste persone inizia molto prima della traversata in mare. E non ci si può affidare ai mercantili. Noi ci stiamo muovendo per trovare altre navi e creare una flotta. Se non lo faranno loro, lo faremo noi il SAR".

L'inversione di marcia di Italia e Europa. Ora, dopo le tragedie delle ultime settimane, si è assistito a una inversione di marcia sia dell'Italia che dell'Europa. Quello che solo pochi mesi fa è stato salutato come un trionfo, soprattutto dell'Italia e del suo semestre di presidenza europeo, era in realtà la cronaca di un fallimento annunciato. Già un documento operativo della nuova missione Triton sottolineava che "se non pianificato in maniera accurata e annunciato con molto anticipo, il ritiro delle navi dall'area (quella di pattugliamento di Mare Nostrum) potrà risultare in un aumento dei morti". Smorzato anche l'entusiasmo con cui il ministro dell'Interno Alfano sottolineava come "dai 114 milioni spesi nel 2014 con Mare Nostrum, si passa a zero euro, perché l'operazione Triton non graverà sul bilancio italiano". Ora pare che tutti siano consapevoli che quanto "cucito su misura" delle richieste italiane non basti più. Ma forse non è mai bastato, perché la soluzione probabilmente risiede altrove.

Ma né Mare Nostrum né MOAS sono le soluzioni. "È chiaro  -  continua Regina -   che né Mare Nostrum né MOAS sono la soluzione al problema. La soluzione va ricercata nel ristabilire l'equilibrio nei Paesi di origine, e l'Europa dovrebbe profondere un maggiore e più concreto impegno per mettere pace in quei Paesi. Nel frattempo, però, se in mare c'è un problema, allora lo si deve affrontare. Non ci si può nascondere e mettere la testa sotto la sabbia come gli struzzi". Sempre nel frattempo, il ministero della Difesa ha allertato gli armatori sul rischio che gli scafisti possano assalirli per impadronirsi delle loro imbarcazioni. Anche la Phoenix ha più volte avvistato trafficanti e in alcuni casi è stata avvicinata in modo sospetto, riuscendo fortunatamente a smarcarsi solo grazie alla maggiore velocità del mezzo. E alla domanda su quale sia la spinta più forte nel fare quello che fanno, che continuano a fare, impegnandosi in prima persona e non solo come finanziatori, Regina Catrambone risponde decisa: "Lì muoiono persone. Nel 2015, nel Mediterraneo, continuano a morire persone, assiderate, annegate. Cos'altro dovrebbe spingerci?" Un monito forte e chiaro che, passando da Roma, si spera arrivi fino a Bruxelles.