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Gran Bretagna, anche lì non si scherza con l'accoglienza: oltre 500 morti tra i migranti

Lo rivela un rapporto presentato al parlamento britannico sui 30mila stranieri che transitano ogni anno negli 11 "CIE" in Gran Bretagna, gran parte dei quali richiedenti asilo, la detenzione rischia di diventare un trauma. Per alcuni è addirittura fatale. Il rapporto dell'Institute for Race Relations fa il punto sui 509 decessi di stranieri, in detenzione o durante operazioni di polizia, dal 1991 a oggi. Corredato da testimonianze e ricostruzioni di casi, "Dying for Justice", ovvero "morire di giustizia"

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ROMA - "Per sopravvivere qui dentro, devi avere forza e combattere. Se cerchi di accettare la situazione, ti deprimerai. Perché vivere così è inaccettabile". Said è uno dei quasi 300 migranti trattenuti nell'IRC, Immigration Removal Center, di Colnbrook, a sud di Londra. Per lui, come per i 30mila stranieri che transitano ogni anno dagli 11 centri di identificazione e espulsione in Gran Bretagna, gran parte dei quali richiedenti asilo, la detenzione rischia di diventare un trauma. Per alcuni è addirittura fatale. In un momento di estrema tensione, fra proteste dei reclusi e mobilitazioni della società civile in tutta l'Inghilterra, un rapporto dell'Institute for Race Relations appena presentato al Parlamento inglese fa il punto sui 509 decessi di stranieri, in detenzione o durante operazioni di polizia, registrati dal 1991 a oggi. Corredato da testimonianze e ricostruzioni di casi, "Dying for Justice", ovvero "morire di giustizia" offre più di una sponda per raccontare, oltre alla crescita del razzismo in un paese alla vigilia delle elezioni, le condizioni di vita, e le morti, nei Cie italiani.

Numeri che pesano, morti di razzismo. "Sono morti senza risposta, che segnano intere famiglie, generazione dopo generazione. Morti per cui lo stato cede spesso la responsabilità a compagnie private, quelle che gestiscono gli IRC, rendendo meno trasparente tutto il sistema. Ma tutto questo deve finire". Colin Prescod, presidente dell'Institute for Race Relations, storico think tank antirazzista britannico, fondato nel 1958, introduce così "Dying for justice". Frutto di anni di lavoro, il rapporto mette sul tavolo numeri che pesano. Dal 1991 al 2014 sono 509 i decessi di stranieri durante perquisizioni, arresti e fermi, in detenzione o nel corso di un rimpatrio forzato. La gran parte di loro, 348 persone, è morta in carcere, mentre 137 immigrati hanno perso la vita nel corso di operazioni di polizia e 24 durante o subito dopo la detenzione negli IRC. Ad accomunarli, oltre alla condizione giuridica di stranieri, una motivazione etnica, riconducibile al colore della pelle o all'appartenenza nazionale. "Anche gli inglesi bianchi vivono le stesse situazioni - sottolineano gli autori del rapporto - ma analizzando questi 509 casi abbiamo trovato un'evidente componente razzista. Basti pensare che i neri sono fermati dalle forze dell'ordine con una frequenza cinque volte superiore ai bianchi". A livello statistico la prima causa di morte è il suicidio, seguito dalla mancanza di cure mediche adeguate e da episodi di uso eccessivo della forza.

Michele, un italiano a Colnbrook. "Proprio due giorni fa un uomo pakistano, credo fosse un richiedente asilo, ha tentato di impiccarsi nel giro scale, appendendo una stringa alla ringhiera. L'abbiamo trovato a terra inerme, sotto shock, e con un compagno di stanza lo abbiamo rialzato. Per fortuna la stringa si era rotta subito". A raccontarlo, in un inglese dall'accento marcato, è Michele Di Palma. A dispetto del nome e dei documenti, dell'Italia Di Palma sa poco o nulla, tanto meno la lingua. "Capisco qualcosa, ma parlo molto poco. Sono nato in Svizzera da genitori italiani e nel 1972, avevo 7 anni, tutta la nostra famiglia si è trasferita in Inghilterra. L'Italia la conosco pochissimo, eppure potrei trovarmi all'aeroporto di Roma da un momento all'altro, avendo poi difficoltà a tornare qui, dai miei cinque figli, tutti inglesi, e dai miei genitori ormai anziani". Da quasi cinque mesi Di Palma è trattenuto nel centro di Colnbrook, vicenda paradossale all'interno dell'Unione Europea. "Avevo appena finito di scontare tre anni di carcere - spiega - ma invece di lasciarmi andare mi hanno portato qui, dicendo che ero un immigrato illegale. Non so quanto resterò e, oltre a non poter vedere i miei figli, devo sopportare condizioni di vita estreme, sporcizia e mancanza di cure. Posso dire con certezza che è peggio del carcere". Proprio l'indeterminatezza della detenzione, che può durare anni, e l'assenza di cure mediche adeguate, sono secondo il rapporto gli aspetti più critici delle condizioni di vita nei centri.

Italia e Regno Unito: numeri simili, impunità diffusa. "La privatizzazione dei servizi di detenzione - sottolinea "Dying for justice" - rende gli internati più vulnerabili di fronte agli abusi, e fa si che il governo si deresponsabilizzi". Pur essendo tenute a aprire un processo per ogni morte, infatti, fino ad ora le corti inglesi non hanno mai emesso sentenze di condanna definitiva per le 24 persone decedute in detenzione dal 2000 ad oggi. Una situazione, ci ha spiegato Gabriella Guido, portavoce della campagna LasciateCIEntrare, che ricorda molto quella italiana. Guido ha fornito a Repubblica una lista di 23 persone morte nei Cie fra il 1998, anno della loro apertura come Centri di Permanenza Temporanea, e il febbraio 2015. Morti dovute a suicidio, in almeno sei casi, alla mancata valutazione delle condizioni di salute, in altrettanti casi e ad arresto cardiaco, constatazione medica che non restituisce la causa del malore. Sei persone persero la vita in un unico episodio: durante un incendio nel centro "Serraino Vulpitta" di Trapani, nel 1999, rimasero bloccate in una stanza, senza uscita di sicurezza. "Si parla giustamente dei morti in mare, ma dovremmo iniziare a parlare dei morti nei Cie, così come nei centri di accoglienza per rifugiati, di cui non abbiamo ancora dati. E chiedere giustizia: per il caso di un uomo caduto dal tetto nel Cie di Gradisca nel 2014, abbiamo presentato 20 esposti, insieme a altre organizzazioni, ma fino ad ora non c'è una sola risposta".

Parte l'inchiesta, continuano il business e le morti. A smuovere le acque nel Regno Unito, oltre al rapporto di Institute for Race Relations, sono stati a inizio marzo alcuni video girati sotto copertura nei centri di detenzione e messi in onda per tre sere da Bbc Channel 4. Le frasi razziste delle guardie private e gli ambienti fatiscenti dei Removal Center hanno fatto da contrappunto al rapporto della commissione parlamentare d'inchiesta sulla detenzione dei migranti, diffuso in contemporanea alle trasmissioni tv, che ha chiesto la revisione completa del sistema detentivo e la riduzione a 28 giorni del tempo massimo di reclusione. Una commissione analoga inizierà a lavorare in Italia dal 26 marzo, quasi cinque mesi dopo l'approvazione alla Camera, dopo che, pochi giorni fa, la Lega Nord ha nominato il proprio  rappresentante.

Ci vuole un lavoro scrupoloso. "Auspichiamo - dice Guido - che si faccia un lavoro scrupoloso di indagine e controllo, da un punto di vista della gestione del denaro pubblico come della correttezza nell'assegnazione e gestione degli appalti, garantendo trasparenza e tutela dei diritti dei migranti. Il business continua a essere capillare, è venuta l'ora di smantellarlo". Continuano, anche, i decessi su cui la commissione italiana dovrebbe indagare: risale al 16  marzo la morte, in condizioni non chiare, di un richiedente asilo ghanese ospitato al Cara di Mineo, in provincia di Catania.