Mondo Solidale

Grecia, un luogo d'accoglienza possibile nell'isola dei rifugiati, che rischia di chiudere

A Lesvos, che con i suoi soli 10 km dalla Turchia è diventata meta privilegiata per tanti viaggiatori forzati, anche PIKPA, l'unica struttura no-profit per la ricezione dei migranti

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LESVOS (Grecia) - "Ogni mese che passa, battiamo un nuovo record," dice Eleni Velivasaki, avvocato responsabile per i richiedenti asilo sull'isola di Lesvos. Mentre la Grecia, secondo paese europeo dopo l'Italia per numero di rifugiati, è impreparata a far fronte alla crisi in corso, sulle isole egee il problema si amplifica. A Lesvos, che con i suoi soli 10 km dalla Turchia è diventata meta privilegiata per tanti viaggiatori forzati, anche PIKPA, l'unica struttura no-profit per la ricezione dei migranti, rischia di chiudere.
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I dati. Secondo l'ultimo rapporto dell'Agenzia Rifugiati dell'ONU (UNHCR), a Lesvos ci sono stati all'incirca 5000 nuovi arrivi in aprile e più di 7,200 a maggio. La situazione sull'isola è fuori controllo. Sul dramma in corso concordano sia le persone fuggite da paesi in conflitto, soprattutto da Afghanistan, Siria e Pakistan, sia chi a Lesvos, isola di 86,000 abitanti, si dà da fare per garantire aiuto legale, medico o sociale ai migranti  -  come Velivasaki o Efi Latsoudi, fondatrice di PIKPA o "Villaggio di Tutti Insieme".

Mohamed e Nuweiba. "Ero da poco tornato ad Aleppo da Mosca, quando la guerra è iniziata," racconta Mohamed, da due mesi a PIKPA assieme alla moglie Nuweiba. "Poi è arrivato l'IS e le cose sono peggiorate ancora. In Siria non c'è lavoro, le scuole sono chiuse, manca il cibo, l'acqua e l'elettricità." Mohamed e Nuweiba non volevano andarsene ma la loro è stata una scelta forzata. "Quando poi mio padre è stato ammazzato lungo la strada da una bomba, è stato chiaro il da farsi," sussurra lei. Parte della famiglia ha trovato rifugio in Giordania, un'altra parte in Libano, mentre Mohamed e Nuweiba per 1000 euro sono stati trafficati in Turchia. A Izmir non hanno dovuto aspettare che qualche giorno per trovare l'ennesimo trafficante pronto a stiparli con altri cinquanta in minuscoli gommoni verso la Grecia.
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La procedura. A Lesvos per i migranti o richiedenti asilo è persino più complicato che altrove. Bisogna farsi arrestare dalla guardia costiera, incaricata di registrare e consegnare i migranti alla polizia del centro di Moria, fuori dalla capitale Mitilene, che si occupa poi di redigere i documenti di soggiorno temporaneo e la successiva deportazione. Mohamed e Nuweiba sono entrati in contatto telefonico con le autorità portuali durante la traversata ma altre migliaia di migranti sbarcano su spiagge desolate del nord e, non potendo contare su alcun aiuto, camminano per oltre 60 km fino a Mitilene, per "farsi volontariamente arrestare". Dopo l'arresto è la volta di Moria, dove più di 1,500 migranti sono smistati tra le tende, senza coperte, acqua, cibo o servizi igienici, e vere e proprie celle, da cui non possono uscire.

PIKPA.  Pochissimi sono i migranti che vogliono rimanere in Grecia per via della crisi economica e le poche chance di ottenere asilo - accordato solo all'1% dei richiedenti, secondo il Consiglio per l'Integrazione degli Immigrati di Salonicco. La stragrande maggioranza prosegue illegalmente per i Balcani. Ai siriani è accordato un piccolo privilegio: un permesso di soggiorno di sei mesi, invece che di tre, estendibile, finché la situazione nel paese non accenna a migliorare. E' lì che subentra PIKPA, centro di accoglienza per migranti, gestito come organizzazione benefica da alcuni locali e Latsoudi in testa.

Uno spazio alternativo. Da quando è stato fondato nel 2012 per l'iniziativa collettiva di organizzazioni no-profit, volontari e locali, "PIKPA si è proposto come spazio alternativo ai centri di detenzione nell'accoglienza dei rifugiati," spiega Latsoudi. "A quel tempo non esisteva nessuna struttura, a parte orribili stazioni di polizia, e la gente dormiva dappertutto in uno scenario surreale," ma non molto diverso da quello attuale con famiglie, donne e bambini, a occupare ogni angolo di Mitilene e del centro di Moria. "Con un budget minimo rispetto a quello devoluto per Moria, dove la gente vive in condizioni disastrose, e il supporto della comunità, sapevamo di poter fare un buon lavoro," dice Latsoudi.

Un villaggio aperto a tutti. Così da otto, agli inizi, fino a cento cinquanta persone, nel momento di massima affluenza, PIKPA oggi ospita gratuitamente soprattutto chi vuole stare per lunghi periodi - come alcuni siriani - e che, una volta rilasciato da Moria, non ha un posto dove stare. "Il nostro villaggio è aperto a tutti ma ognuno deve supportare PIKPA come può, partecipando al lavoro collettivo, e non essere coinvolto in attività criminali," spiega Latsoudi. "Gli ospiti cucinano e tengono lo spazio pulito, mentre noi raccogliamo cibo dalla comunità e soldi dall'estero e da altre organizzazioni."

PIKPA è in pericolo. Da marzo il sindaco Spiros Galinos minaccia di chiudere PIKPA e convertirlo in un centro sportivo per atleti. "Non siamo contrari all'idea ma il sindaco deve pensare a un altro centro per i migranti; purtroppo ogni nostra richiesta rimane inascoltata," dice Latsoudi. All'inadeguatezza, abbinata alla poca volontà, del sistema di trovare una soluzione al dramma dei profughi sull'isola, si aggiunge l'atteggiamento restio della comunità locale. "All'inizio erano in tanti ad aiutarci ma ora poche persone sono coinvolte," spiega Latsoudi. "Da un lato, è per via della difficoltà emotiva nel farsi carico di situazioni così drammatiche, e lo capisco, ma dall'altro è perché le autorità mettono i migranti in cattiva luce, facendoli apparire come criminali." Così, invece di fare di PIKPA un modello d'integrazione, si tenta di distruggere anche quel poco che di buono è stato fatto per la realizzazione di una soluzione pacifica e condivisa. Oggi, più che mai, salvare PIKPA è di fondamentale importanza.