DEHIBA (Tunisia) - Non sarà molto alto e separerà quel labile confine tra Libia e Tunisia, da Ras Ajidir a Dehiba - 667 chilometri da Tunisi e 327 da Tripoli, in Libia - per 140 miglia. Il muro che il presidente Beji Caid Essebsi sta facendo innalzare da luglio è, in realtà, un ammasso di sacchi di sabbia messi a barriera di là da un fossato profondo poco più di due metri, ma per il governo tunisino dovrebbe bloccare i traffici illeciti nella zona. Il valico di frontiera che passa per Tataouine, negli ultimi anni è diventato uno snodo cruciale per il commercio di armi e droga e, di recente, per il passaggio di jihadisti affiliati al cosiddetto stato islamico (Is). Ma non tutti hanno accolto con favore il progetto della costruzione.
Un muro al confine. "Un muro non fermerà l'avanzata del terrorismo". Ne è convinto Mazen Cherif, analista della sicurezza presso il Centro tunisino per gli Studi sulla Sicurezza Globale, che sta osservando la situazione del Paese. "La Tunisia è molto più in pericolo di quello che si crede, perché è in atto un'involuzione culturale che parte dalle zone al confine con la Libia, ma si estende oltre Tunisi". Secondo le analisi del Centro per la Sicurezza, l'Is si è insinuato da molto tempo nel tessuto tunisino e sta lavorando lentamente dall'interno per cambiare la mentalità e l'atteggiamento dei giovani, partendo dagli strati sociali più deboli. "C'è stato un diffuso aumento della microcriminalità - ha spiegato Cherif - che non è da sottovalutare. Inoltre, abbiamo riscontrato un aumento della diffusione del Captagon, la droga della Jihad".
Molti i potenziali terroristi in Tunisia. I media ne hanno iniziato a parlare dopo gli attacchi di Parigi del 13 novembre, ma dai dati degli analisti è emerso che il consumo è cresciuto da mesi in Tunisia, anche perché è diventato molto più facile acquistarla a poco prezzo. "Abbiamo capito che ci sono moltissimi potenziali terroristi in casa nostra e dobbiamo aiutarli - ha detto Mazen Cherif . Il governo può perdere soldi e tempo a costruire un muro - ha aggiunto - ma il terrorismo è un network che non si ferma in questo modo".
Armi, bombe, droghe: i traffici con la Libia. Per il Centro della Sicurezza Globale, dunque, è necessario che la politica di Essebsi accolga le strategie finora proposte e segua una sola linea d'azione che lavori su tutti i fronti. "La Tunisia chiede sicurezza, ma chiede anche che siano rispettati i diritti umani" - ha detto Hazem Ksouri. Avvocato penalista, esperto in diritto internazionale e membro della coalizione per il controllo delle armi, sta lavorando per prevenire i traffici illeciti dalla Libia. "Da lì arrivano kalashnikov, bombe, pistole, droghe, ma anche oggetti per la casa, giocattoli ed è su questo che si fonda l'economia in alcuni villaggi - spiega Ksouri - E' proprio lì che nascono le nuove fucine del terrorismo, tra giovani di 13-14 anni. Si armano, partono, poi magari si pentono".
I jihadisti che cambiano idea. Hazem Ksouri, infatti, da mesi si occupa di difendere i jihadisti che cambiano idea e vogliono tornare a casa. L'avvocato collabora con le famiglie e li rintraccia per provare a restituirli alla società, pur con mille difficoltà. "Mio figlio è in prigione in Iraq - ha raccontato Fatma - ha 14 anni e non ha ucciso nessuno. Un giorno ha seguito un uomo, mi ha lasciato una lettera e io non l'ho più visto". Ksouri sta seguendo una linea di difesa a Baghdad, ma troverà molti ostacoli anche in Tunisia. La legge tunisina, infatti, condanna i colpevoli di terrorismo, anche se pentiti, e se è vero che nei primi mesi di governo, Essebsi aveva mostrato timide aperture al problema dei ritorni, dopo gli ultimi episodi la questione è chiusa.
Le nuove leve. L'ultimo attacco terroristico del 24 novembre, che ha colpito la guardia presidenziale nel centro di Tunisi, è stato un campanello d'allarme. Si è trattato, infatti, del primo attacco kamikaze di successo in Tunisia e ha confermato i dati dell'intelligence tunisina: il gruppo jihadista salafita tunisino Ansar al-Sharia sta cambiando la sua strategia e ha iniziato a sfruttare le nuove leve. Il responsabile dell'attacco, Houssem Ibdilli, viveva in un quartiere povero della capitale, aveva smesso di studiare, faceva lavoretti precari, commetteva piccoli furtivi, fumava, beveva e non aveva alcuna fede. Poi è stato irretito e gli è stato promesso che sarebbe diventato un martire che avrebbe cambiato il mondo.
"Occorre riprendere il controllo". "La Tunisia ha bisogno di una strategia forte ed efficace per riprendere il controllo - ha commentato ancora Mazen Cherif e non può credere che basterà chiudere i confini o innalzare barriere. I lavori per proseguire la costruzione del muro, intanto, sono già stati appaltati. Cominceranno i primi mesi del 2016 e prevedranno l'istallazione di una rete elettrificata e l'innalzamento di torri di avvistamento, presidiate dai soldati.