ROMA. Said (il nome è di fantasia) ha lasciato la Somalia per raggiungere l'Europa, in cerca di fortuna. Il viaggio che ha intrapreso a bordo di una bagnarola è finito male, la nave è affondata al largo della Libia e l'incidente è costato la vita a centinaia di persone, migranti come lui disposti a tutto pur di avere un futuro, anche ad attraversare il Mediterraneo ammassati in una stiva. Said è stato soccorso e portato in un centro di accoglienza, ma sono giorni che non parla. I soccorritori non riescono a capire né da dove venga né quale sia il suo vero nome. Quanti anni ha Said? Dove è diretto? Ha problemi di salute? Conosce qualcuno in Europa che può aiutarlo?
Un problema conosciuto ma non ancora affrontato. Pochi lo sanno ma uno dei problemi più grossi che le autorità internazionali devono affrontare nel processo di soccorso ai migranti è che queste persone, spesso molto traumatizzate, non parlano. Una problematica che è da anni oggetto di studio da parte degli psicoanalisti di tutto il mondo, tanto che il tema è stato spesso trattato in congressi e convegni internazionali.
Distrurbo post-traumatico da stress. I rifugiati, sotto shock, non sono in grado di raccontare le loro storie e quindi, per le autorità, è difficile ricostruire le ragioni del loro viaggio e ricevere le informazioni di base necessarie per strutturare un processo di accoglienza. "Inizialmente - spiega Adelia Lucattini, psichiatra e presidente SIPSIeS, Società Internazionale di Psichiatria Integrativa e Salutogenesi - la difficoltà a parlare di ciò che hanno vissuto è dovuta a un problema conosciuto come "post-traumatico da stress". I disturbi mentali che nei secoli scorsi i medici riscontravano in battaglia erano chiamati in vari modi, "cuore del soldato" o "sindrome di Da Costa", dal nome del medico che la descrisse durante la guerra civile americana, o anche "shock nervoso generale". Nel 1915,durante la prima guerra mondiale, Charles Meyers parlò di "shock da granata", mentre Sándor Ferenczi, nel 1919, di "nevrosi traumatica". Con il tempo si è capito che questo disturbo è molto diffuso, e che colpisce anche i civili e non soltanto in situazioni belliche".
La paura di morire. Nei migranti che approdano sulle nostre coste o che affrontano viaggi estenuanti via terra per raggiungere i confini dell'Europa comunitaria, questo problema è dovuto sia alla guerra, che possono aver affrontato da militari o da civili, che alla povertà, alle sevizie e al viaggio stesso, spesso terribile, che hanno sopportato, vittime di trafficanti senza scrupoli e spesso soffrendo fame, freddo e privazioni, temperature gelide in inverno o torride d'estate. Sempre temendo per la propria vita, schiacciati dal terrore di morire per malattie, mancanza di cure o uccisi da qualcun altro.
Il dramma di chi ha una malattia invalidante. "Basti pensare - continua Lucattini - che durante questi viaggi della speranza chi ha una malattia invalidante è costretto, dopo qualche giorno, a fare a meno dei farmaci indispensabili o salvavita, perché spesso questi finiscono durante il percorso e non possono essere reperiti altrimenti". Prima di arrivare a destinazione, poi, i migranti fanno l'ultima estrema esperienza: il mare aperto, profondo, oscuro, pronto a inghiottirli come l'inferno, che sotto forme di diverse esiste in tutte le culture. Un "gorgo muto" di persone che non sanno nuotare e che qualche volta non hanno nemmeno mai visto il mare, all'interno del quale i più deboli rischiano di scomparire.
La sfida è farli rimanere calmi. Soccorritori esperti hanno spiegato più volte che la sfida più ostica, nel momento in cui raggiungono i migranti, è quella di farli rimanere calmi, perché se cadono in acqua difficilmente sarà possibile salvarli e se si accalcano possono morire schiacciati o soffocati. "Il panico li fa affogare, poiché il terrore non mette in condizione di farsi aiutare. Una volta sbarcati e rifocillati a malapena riescono a parlare, se non delle proprie paure di quel momento", precisa l'esperta.
"Perchè sei fuggito dal tuo Paese?". Anche fornire le proprie generalità diventa difficile, ma gli operatori specializzati sanno come reperire alcuni dati essenziali. Il problema sorge quando è necessario raccogliere la storia di queste persone per capire se sono semplicemente immigrati per motivi economico-sociali o se si tratta invece di profughi provenienti da territori martoriati da guerre o feroci dittature, e - soprattutto - se rischiano la vita tornando nei propri Paesi di origine.
Un senso di grande vergogna. "La difficoltà a parlare di situazioni che hanno provocato traumi psichici - continua Lucattini - può causare vuoti di memoria e blocchi emotivi profondi, spesso inconsci, per cui i migranti traumatizzati non riescono a raccontare che cosa gli è accaduto nel proprio Paese, da quale realtà provengono né da cosa fuggono. Inoltre, agli aspetti traumatici profondi si associa spesso un senso di grande vergogna per quello che è successo, la paura di non essere creduti, il dolore insopportabile di rivivere le situazioni da cui si è fuggiti (particolarmente vero in caso di persecuzioni e torture). Anche per questa ragione spesso non si riesce a capire se si tratta di profughi o semplicemente di immigrati clandestini".
Un lento processo di ricostruzione. Per comprendere l'entità del problema è sufficiente pensare che la raccolta di testimonianze di quello che è avvenuto durante la seconda guerra mondiale, o successivamente in Argentina durante la repressione del regime militare a seguito della uccisione del presidente Allende, molti psicoanalisti sono riusciti a farla solo negli ultimi anni, ricostruendo le esperienze prima dei sopravvissuti ai campi di concentramento e di sterminio, di cui tra tanti si è occupato anche lo psicoanalista Bruno Bettelheim, e poi i racconti di chi in tempi di guerra era bambino o preadolescente, senza contare il lavoro fatto nel tempo dalla Società Psicoanalitica Argentina.
30 anni per elaborare il lutto. Della guerra che ha coinvolto i Paesi dell'ex-Jugoslavia si è invece occupato di recente lo psicoanalista Paolo Fonda, direttore dell'istituto psicoanalitico per l'Europa Orientale, scoprendo che il tempo necessario affinché l'esperienza traumatica possa essere raccontata, quello cioè dell'elaborazione naturale, in mancanza di un trattamento psicoterapeutico o psicoanalitico immediato, è di circa trent'anni.
L'importanza della collaborazione con gli specialisti. "Gli studiosi - precisa Lucattini - stanno ancora cercando di spiegare in modo più dettagliato come mai la mente umana abbia necessità di tempi così lunghi e se esistono metodiche che permettano ai sopravvissuti, o in questo caso ai migranti, di raggiungere uno stato di benessere sufficiente da poter interagire prima che trascorra un periodo di tempo così ampio. Per queste ragioni, le autorità potrebbero essere aiutate dalla collaborazione di esperti formati nel dialogo e nel trattamento di persone sotto shock, traumatizzate da poco tempo e quindi affette da "disturbo postraumatico da stress", o da più tempo, e quindi con "disturbo da disadattamento", o ancora provenienti da situazioni croniche di conflitto e quindi affette da traumi importanti derivanti da guerre, carestie, persecuzioni, esilio durante l'infanzia e l'adolescenza".
L'individuazione di persone affette da disturbi psichiatrici. Questi esperti potrebbero, conclude l'esperta, attraverso colloqui terapeutici, riuscire a reperire le informazioni necessarie per aiutare i profughi traumatizzati. Altra possibile utilità, se pur riguardante solo una esigua minoranza dei migranti o talvolta casi isolati, ma comunque interessante per autorità e cittadini, é che una equipe, un gruppo di esperti ben formati, lavori con le autorità giudiziarie per l'individuazione di persone affette da disturbi psichiatrici, e quindi patologicamente tendenti a compiere attività di tipo delinquenziale, dai reati più semplici agli atti di terrorismo. Nell'interesse di tutti, e soprattutto dei pazienti.
Un problema conosciuto ma non ancora affrontato. Pochi lo sanno ma uno dei problemi più grossi che le autorità internazionali devono affrontare nel processo di soccorso ai migranti è che queste persone, spesso molto traumatizzate, non parlano. Una problematica che è da anni oggetto di studio da parte degli psicoanalisti di tutto il mondo, tanto che il tema è stato spesso trattato in congressi e convegni internazionali.
Distrurbo post-traumatico da stress. I rifugiati, sotto shock, non sono in grado di raccontare le loro storie e quindi, per le autorità, è difficile ricostruire le ragioni del loro viaggio e ricevere le informazioni di base necessarie per strutturare un processo di accoglienza. "Inizialmente - spiega Adelia Lucattini, psichiatra e presidente SIPSIeS, Società Internazionale di Psichiatria Integrativa e Salutogenesi - la difficoltà a parlare di ciò che hanno vissuto è dovuta a un problema conosciuto come "post-traumatico da stress". I disturbi mentali che nei secoli scorsi i medici riscontravano in battaglia erano chiamati in vari modi, "cuore del soldato" o "sindrome di Da Costa", dal nome del medico che la descrisse durante la guerra civile americana, o anche "shock nervoso generale". Nel 1915,durante la prima guerra mondiale, Charles Meyers parlò di "shock da granata", mentre Sándor Ferenczi, nel 1919, di "nevrosi traumatica". Con il tempo si è capito che questo disturbo è molto diffuso, e che colpisce anche i civili e non soltanto in situazioni belliche".
La paura di morire. Nei migranti che approdano sulle nostre coste o che affrontano viaggi estenuanti via terra per raggiungere i confini dell'Europa comunitaria, questo problema è dovuto sia alla guerra, che possono aver affrontato da militari o da civili, che alla povertà, alle sevizie e al viaggio stesso, spesso terribile, che hanno sopportato, vittime di trafficanti senza scrupoli e spesso soffrendo fame, freddo e privazioni, temperature gelide in inverno o torride d'estate. Sempre temendo per la propria vita, schiacciati dal terrore di morire per malattie, mancanza di cure o uccisi da qualcun altro.
Il dramma di chi ha una malattia invalidante. "Basti pensare - continua Lucattini - che durante questi viaggi della speranza chi ha una malattia invalidante è costretto, dopo qualche giorno, a fare a meno dei farmaci indispensabili o salvavita, perché spesso questi finiscono durante il percorso e non possono essere reperiti altrimenti". Prima di arrivare a destinazione, poi, i migranti fanno l'ultima estrema esperienza: il mare aperto, profondo, oscuro, pronto a inghiottirli come l'inferno, che sotto forme di diverse esiste in tutte le culture. Un "gorgo muto" di persone che non sanno nuotare e che qualche volta non hanno nemmeno mai visto il mare, all'interno del quale i più deboli rischiano di scomparire.
La sfida è farli rimanere calmi. Soccorritori esperti hanno spiegato più volte che la sfida più ostica, nel momento in cui raggiungono i migranti, è quella di farli rimanere calmi, perché se cadono in acqua difficilmente sarà possibile salvarli e se si accalcano possono morire schiacciati o soffocati. "Il panico li fa affogare, poiché il terrore non mette in condizione di farsi aiutare. Una volta sbarcati e rifocillati a malapena riescono a parlare, se non delle proprie paure di quel momento", precisa l'esperta.
"Perchè sei fuggito dal tuo Paese?". Anche fornire le proprie generalità diventa difficile, ma gli operatori specializzati sanno come reperire alcuni dati essenziali. Il problema sorge quando è necessario raccogliere la storia di queste persone per capire se sono semplicemente immigrati per motivi economico-sociali o se si tratta invece di profughi provenienti da territori martoriati da guerre o feroci dittature, e - soprattutto - se rischiano la vita tornando nei propri Paesi di origine.
Un senso di grande vergogna. "La difficoltà a parlare di situazioni che hanno provocato traumi psichici - continua Lucattini - può causare vuoti di memoria e blocchi emotivi profondi, spesso inconsci, per cui i migranti traumatizzati non riescono a raccontare che cosa gli è accaduto nel proprio Paese, da quale realtà provengono né da cosa fuggono. Inoltre, agli aspetti traumatici profondi si associa spesso un senso di grande vergogna per quello che è successo, la paura di non essere creduti, il dolore insopportabile di rivivere le situazioni da cui si è fuggiti (particolarmente vero in caso di persecuzioni e torture). Anche per questa ragione spesso non si riesce a capire se si tratta di profughi o semplicemente di immigrati clandestini".
Un lento processo di ricostruzione. Per comprendere l'entità del problema è sufficiente pensare che la raccolta di testimonianze di quello che è avvenuto durante la seconda guerra mondiale, o successivamente in Argentina durante la repressione del regime militare a seguito della uccisione del presidente Allende, molti psicoanalisti sono riusciti a farla solo negli ultimi anni, ricostruendo le esperienze prima dei sopravvissuti ai campi di concentramento e di sterminio, di cui tra tanti si è occupato anche lo psicoanalista Bruno Bettelheim, e poi i racconti di chi in tempi di guerra era bambino o preadolescente, senza contare il lavoro fatto nel tempo dalla Società Psicoanalitica Argentina.
30 anni per elaborare il lutto. Della guerra che ha coinvolto i Paesi dell'ex-Jugoslavia si è invece occupato di recente lo psicoanalista Paolo Fonda, direttore dell'istituto psicoanalitico per l'Europa Orientale, scoprendo che il tempo necessario affinché l'esperienza traumatica possa essere raccontata, quello cioè dell'elaborazione naturale, in mancanza di un trattamento psicoterapeutico o psicoanalitico immediato, è di circa trent'anni.
L'importanza della collaborazione con gli specialisti. "Gli studiosi - precisa Lucattini - stanno ancora cercando di spiegare in modo più dettagliato come mai la mente umana abbia necessità di tempi così lunghi e se esistono metodiche che permettano ai sopravvissuti, o in questo caso ai migranti, di raggiungere uno stato di benessere sufficiente da poter interagire prima che trascorra un periodo di tempo così ampio. Per queste ragioni, le autorità potrebbero essere aiutate dalla collaborazione di esperti formati nel dialogo e nel trattamento di persone sotto shock, traumatizzate da poco tempo e quindi affette da "disturbo postraumatico da stress", o da più tempo, e quindi con "disturbo da disadattamento", o ancora provenienti da situazioni croniche di conflitto e quindi affette da traumi importanti derivanti da guerre, carestie, persecuzioni, esilio durante l'infanzia e l'adolescenza".
L'individuazione di persone affette da disturbi psichiatrici. Questi esperti potrebbero, conclude l'esperta, attraverso colloqui terapeutici, riuscire a reperire le informazioni necessarie per aiutare i profughi traumatizzati. Altra possibile utilità, se pur riguardante solo una esigua minoranza dei migranti o talvolta casi isolati, ma comunque interessante per autorità e cittadini, é che una equipe, un gruppo di esperti ben formati, lavori con le autorità giudiziarie per l'individuazione di persone affette da disturbi psichiatrici, e quindi patologicamente tendenti a compiere attività di tipo delinquenziale, dai reati più semplici agli atti di terrorismo. Nell'interesse di tutti, e soprattutto dei pazienti.