Calais, a migliaia in attesa dell'ultima tappa stretti in un rettangolo di fango
di GBReportage dalla frontiera francese, tra i migranti nei campi di Calais e Grande Synthe. Sognano di oltrepassare la Manica per raggiungere la famiglia, completare gli studi, trovare un lavoro in cui dimostrare la propria determinazione e fame di futuro. Cercano dignità, non assistenza
CALAIS - Il 29 febbraio il governo francese ha ordinato lo sgombero dei campi di Calais e Grand-Synthe, dove più di 6500 migranti vivono nell’attesa di compiere l’ultima tappa del loro tragitto: arrivare in Gran Bretagna. Hanno alle spalle mesi, anni, di viaggio, migliaia di chilometri fatti a piedi, nascosti nei camion o stretti gli uni agli altri in una barca. Sono a poche ore dalla loro destinazione, ma sono bloccati in un fazzoletto di fango. Sognano di oltrepassare la Manica per raggiungere la famiglia, completare gli studi, trovare un lavoro in cui dimostrare la propria determinazione e fame di futuro. Non vogliono restare in Francia: “Integrarsi in un posto in cui non conosco la lingua sarebbe ancora più difficile”, spiega Ferzand, 32 anni e il desiderio di un master in geologia. Gli fa eco Ahmed, 42 anni: “Non ha nessun senso per me restare qui. Ho due fratelli a Birmingham, voglio raggiungere loro. Poi è più facile tro…
CALAIS - Il 29 febbraio il governo francese ha ordinato lo sgombero dei campi di Calais e Grand-Synthe, dove più di 6500 migranti vivono nell’attesa di compiere l’ultima tappa del loro tragitto: arrivare in Gran Bretagna. Hanno alle spalle mesi, anni, di viaggio, migliaia di chilometri fatti a piedi, nascosti nei camion o stretti gli uni agli altri in una barca. Sono a poche ore dalla loro destinazione, ma sono bloccati in un fazzoletto di fango. Sognano di oltrepassare la Manica per raggiungere la famiglia, completare gli studi, trovare un lavoro in cui dimostrare la propria determinazione e fame di futuro. Non vogliono restare in Francia: “Integrarsi in un posto in cui non conosco la lingua sarebbe ancora più difficile”, spiega Ferzand, 32 anni e il desiderio di un master in geologia. Gli fa eco Ahmed, 42 anni: “Non ha nessun senso per me restare qui. Ho due fratelli a Birmingham, voglio raggiungere loro. Poi è più facile trovare lavoro. Ringrazio tutti i volontari per quello che stanno facendo, ma non sono venuto in Europa per questo. Cerco dignità, non assistenza”.
La risposta di Londra non ha esaudito le loro speranze. Il premier David Cameron, nel vertice del 4 marzo scorso con l’omologo Francois Hollande, ha dichiarato che le frontiere sarebbero rimaste chiuse. Alla Francia arrivano altri 20 milioni di euro (oltre ai 60 già destinati) per “la sicurezza di Calais e l’allontanamento dei migranti”, tradotto: fili spinati che circondano il campo e un suggerimento a Parigi a procedere con decisione. Così, da due settimane avanza ininterrotto lo smantellamento della zona sud. “Rimangono in piedi solo la scuola, la biblioteca e la chiesa”, spiega Olivier Vander, volontario belga che ogni fine settimana raggiunge la "giungla" per lavorare con i bambini. “Non ho capito l’obiettivo del governo francese - aggiunge - credono che se spariscono le tende, svaniscono anche le persone, ma ovviamente non è così. Qualcuno ha cercato un nuovo campo, altri hanno accettato di andare nei centri di accoglienza, ma la maggior parte delle persone si è semplicemente spostata qualche centinaio di metri più a nord”.
"Qui sembra di stare in prigione". Secondo i piani di Parigi, a Calais possono rimanere 2000 persone, gli altri devono spostarsi nei centri di accoglienza nel sud del Paese.“L’obiettivo dei migranti- racconta ancora Olivier - è trovare un lavoro. Sono molte le motivazioni che li spingono a Londra, ma qualcuno sfiancato dai mesi nel campo accetta di spostarsi a Marsiglia e iniziare qui il processo di richiesta di asilo. I prefabbricati nella zona nord fanno paura “. Jabal spiega il perché: “Per poter accedere devi registrati mettendo la mano, poi loro ti danno un numerino e ogni volta che entri devi inserirlo per poter oltrepassare i tornelli. Non voglio rischiare di essere censito e rimanere bloccato qui. So che c’è il riscaldamento, ma sembra di stare in prigione”.
Si dorme in 30 dove ci si sta in tre. Un dipendente di Vie Active, la società che gestisce l’area, spiega che non c’è nessuna identificazione: “Non prendiamo le impronte digitali, ma semplicemente la morfologia della mano per poter controllare gli accessi e evitare che dormano in trenta dove dovrebbero essere in tre”. Anche se Jabal dovesse convincersi della risposta, ormai non troverebbe più posto, è stata raggiunta la capacità massima: 1500 persone. Così ai confini dei prefabbricati sorgono centinaia e centinaia di tende e ogni giorno se ne piantano di nuove per far spazio a chi è stato costretto a lasciare la zona sud. Hevar, 28 anni, afgano, ha visto la ruspa abbattere la sua tenda mercoledì scorso e ora cerca una nuova sistemazione: “Arrabbiato? No. La prima volta in cui ti succede una cosa orribile il nervosismo ti mangia la pancia, poi te ne succede un’altra e sei solo triste. Quando te ne succedono mille devi imparare a rimanere calmo”.
Da Mossul il superstite di una strade di Daesh. Lo stesso giorno in cui Hevar ha perso il suo ultimo alloggio, Rebah entrava nella sua nuova casa, un prefabbricato in legno. Ha 22 anni, viene da Mossul (Iraq) ed è arrivato nella giungla di Grand Synthe, cittadina di 20mila abitanti a 30 km da Calais, a inizio gennaio: “Viaggiavo da solo. Daesh ha ucciso la mia famiglia e ci ha provato anche con me - dice, mentre mostra una cicatrice sulla testa - ma non ci sono riusciti. Non mi hanno fermato loro, quindi sono convinto che non mi fermi niente. Voglio andare a Londra, me ne hanno parlato bene”. Ha dormito per più di due mesi in una tenda che stava sprofondando nel fango, la settimana scorsa è stato uno dei primi ad arrivare nel nuovo campo attrezzato da Medici senza Frontiere a pochi chilometri dal vecchio spazio. L’Ong ci ha messo 3,1 milioni di euro, ma la gestione spetterà all’associazione Utopia56, il resto lo ha fatto il sindaco Damien Carême.
Impreparati ad accogliere i migranti. “In realtà non eravamo ancora pronti ad accogliere i migranti. Ci servivano almeno altre due settimane - spiega Samantha Van Urke, volontaria olandese - ma quando il governo ha dato l’ordine di sfratto per il vecchio campo, non avevamo altra soluzione e il sindaco ci ha chiesto di accelerare il trasloco. Carême si sta veramente dando da fare, ha praticamente salvato queste persone. Ha permesso di stabilire un campo in questa area, destina tutti i soldi che può a questo progetto. Con il suo esempio sta dimostrando a tutta la Francia, a tutta l’Europa, che la soluzione non sono le ruspe di Calais”. Il nuovo campo prevede duecento capanne in legno, strutture per bagni adeguati e in arrivo c’è una scuola e la cucina. Per ora i pasti vengono cucinati dai volontari che li consegnano tre volte al giorno. C’è anche un piccolo caffè dove vengono distribuite bevande calde e un’ampia zona dove è possibile ricaricare i cellulari.
"Non hai avuto fortuna, torna nella giungla". A differenza del vecchio campo, caotico e colorato, per ora prevale il marrone del legno, gli unici cartelli che lo interrompono sono opera del governo locale. Ai confini dello spazio e nelle strutture interne sono stati appesi degli avvisi che invitano a non correre rischi. Tre triangoli mostrano il pericolo di incidenti per chi prova ad attraversare il confine e una scritta recita: “Attenzione, non aggiungerti alle recenti morti”. Omar, 21 anni, curdo, guarda un manifesto e con un sorriso amaro dice: “Lo hanno tradotto in tre lingue. Avevano paura che non capissimo. Non serve il segnale, lo sappiamo che è rischioso. Degli amici sono morti, altri sono stati picchiati, ma cosa ci rimane da fare?”. Omar ha provato a raggiungere Dover, il porto inglese, almeno dieci volte, vicino a lui c’è chi racconta di essere arrivato a 40: “Non ho mai corso un vero pericolo - racconta- la polizia mi trova e mi dice “no chance, back to the jungle” (non hai avuto fortuna, torna alla giungla), allora io torno e ci riprovo il giorno dopo”. Sostiene di non aver pagato e che nessuno lo fa, anche se un volontario nel campo racconta come funziona il traffico: “Mi è stato detto che per arrivare in Inghilterra vengono chieste 700 sterline e una parte viene data al camionista. I ragazzi più giovani ci provano da soli, ma per le famiglie è più complesso organizzare il passaggio, allora qualcuno accetta di pagare”.
Un camionista italiano: "No, non posso portarvi". Teoria confermata da Federico S., camionista italiano di 55 anni che da 30 gira l’Europa. È fermo con il suo mezzo in una stradina desolata a poca distanza dal porto di Dunkerque (7 chilometri da Grande-Synthe) dove si imbarcano le navi in direzione Gran Bretagna. Davanti a lui cinque colleghi rumeni e un polacco, tutti con “il cassone” (lo spazio posteriore) aperto: “lo fanno per dire ai migranti che non stanno andando a Dover. Così nessuno prova a scassinare niente ed entrare, magari in questo modo gli autisti riescono a farsi qualche ora di sonno. Io li ho incontrati i ragazzi del campo - continua a raccontare - abbiamo passato il pomeriggio insieme. Ho spiegato che non credo nei confini, che tutti dovrebbero essere liberi di spostarsi. Ma non mi possono chiedere di portarli. Oltre al rischio di una multa di cinquemila euro, non voglio mettermi in questa situazione. Siamo stati bene insieme, dopo però sono arrivati gli arroganti: cinque ragazzi con coltello che hanno provato ad entrare nella cabina, non ci sono riusciti e hanno tirato la birra dentro il camion. Ho chiamato la Gendermerie e loro che hanno fatto? Nulla”.
E c'è qualcuno che ci guadagna. Gli agenti della pattuglia che è arrivata a controllare la strada hanno confermato che alcuni migranti del campo provano a partire da lì: “Ci sarà qualcuno che ci guadagna, ma non possiamo dimostrarlo. Noi se vediamo delle persone che provano a salire sui mezzi li diciamo di scendere e tornare al campo”. Mentre Federico racconta la sua storia tre ragazzi con un sacco a pelo sulle spalle si avvicinano ai camion e cercano di capire se troveranno fortuna. “Vedi, io lo conosco il mondo - continua il camionista italiano, mentre mostra il passaporto con i timbri di Russia, Kazakistan e Turchia - se dico le cose significa che le ho viste, non che le ho lette. I migranti per il passaggio pagano sui mille euro. Chi vuole fare soldi non rischia più con le armi o con la droga. Il business oggi è il traffico di merce umana”.
La risposta di Londra non ha esaudito le loro speranze. Il premier David Cameron, nel vertice del 4 marzo scorso con l’omologo Francois Hollande, ha dichiarato che le frontiere sarebbero rimaste chiuse. Alla Francia arrivano altri 20 milioni di euro (oltre ai 60 già destinati) per “la sicurezza di Calais e l’allontanamento dei migranti”, tradotto: fili spinati che circondano il campo e un suggerimento a Parigi a procedere con decisione. Così, da due settimane avanza ininterrotto lo smantellamento della zona sud. “Rimangono in piedi solo la scuola, la biblioteca e la chiesa”, spiega Olivier Vander, volontario belga che ogni fine settimana raggiunge la "giungla" per lavorare con i bambini. “Non ho capito l’obiettivo del governo francese - aggiunge - credono che se spariscono le tende, svaniscono anche le persone, ma ovviamente non è così. Qualcuno ha cercato un nuovo campo, altri hanno accettato di andare nei centri di accoglienza, ma la maggior parte delle persone si è semplicemente spostata qualche centinaio di metri più a nord”.
"Qui sembra di stare in prigione". Secondo i piani di Parigi, a Calais possono rimanere 2000 persone, gli altri devono spostarsi nei centri di accoglienza nel sud del Paese.“L’obiettivo dei migranti- racconta ancora Olivier - è trovare un lavoro. Sono molte le motivazioni che li spingono a Londra, ma qualcuno sfiancato dai mesi nel campo accetta di spostarsi a Marsiglia e iniziare qui il processo di richiesta di asilo. I prefabbricati nella zona nord fanno paura “. Jabal spiega il perché: “Per poter accedere devi registrati mettendo la mano, poi loro ti danno un numerino e ogni volta che entri devi inserirlo per poter oltrepassare i tornelli. Non voglio rischiare di essere censito e rimanere bloccato qui. So che c’è il riscaldamento, ma sembra di stare in prigione”.
Si dorme in 30 dove ci si sta in tre. Un dipendente di Vie Active, la società che gestisce l’area, spiega che non c’è nessuna identificazione: “Non prendiamo le impronte digitali, ma semplicemente la morfologia della mano per poter controllare gli accessi e evitare che dormano in trenta dove dovrebbero essere in tre”. Anche se Jabal dovesse convincersi della risposta, ormai non troverebbe più posto, è stata raggiunta la capacità massima: 1500 persone. Così ai confini dei prefabbricati sorgono centinaia e centinaia di tende e ogni giorno se ne piantano di nuove per far spazio a chi è stato costretto a lasciare la zona sud. Hevar, 28 anni, afgano, ha visto la ruspa abbattere la sua tenda mercoledì scorso e ora cerca una nuova sistemazione: “Arrabbiato? No. La prima volta in cui ti succede una cosa orribile il nervosismo ti mangia la pancia, poi te ne succede un’altra e sei solo triste. Quando te ne succedono mille devi imparare a rimanere calmo”.
Da Mossul il superstite di una strade di Daesh. Lo stesso giorno in cui Hevar ha perso il suo ultimo alloggio, Rebah entrava nella sua nuova casa, un prefabbricato in legno. Ha 22 anni, viene da Mossul (Iraq) ed è arrivato nella giungla di Grand Synthe, cittadina di 20mila abitanti a 30 km da Calais, a inizio gennaio: “Viaggiavo da solo. Daesh ha ucciso la mia famiglia e ci ha provato anche con me - dice, mentre mostra una cicatrice sulla testa - ma non ci sono riusciti. Non mi hanno fermato loro, quindi sono convinto che non mi fermi niente. Voglio andare a Londra, me ne hanno parlato bene”. Ha dormito per più di due mesi in una tenda che stava sprofondando nel fango, la settimana scorsa è stato uno dei primi ad arrivare nel nuovo campo attrezzato da Medici senza Frontiere a pochi chilometri dal vecchio spazio. L’Ong ci ha messo 3,1 milioni di euro, ma la gestione spetterà all’associazione Utopia56, il resto lo ha fatto il sindaco Damien Carême.
Impreparati ad accogliere i migranti. “In realtà non eravamo ancora pronti ad accogliere i migranti. Ci servivano almeno altre due settimane - spiega Samantha Van Urke, volontaria olandese - ma quando il governo ha dato l’ordine di sfratto per il vecchio campo, non avevamo altra soluzione e il sindaco ci ha chiesto di accelerare il trasloco. Carême si sta veramente dando da fare, ha praticamente salvato queste persone. Ha permesso di stabilire un campo in questa area, destina tutti i soldi che può a questo progetto. Con il suo esempio sta dimostrando a tutta la Francia, a tutta l’Europa, che la soluzione non sono le ruspe di Calais”. Il nuovo campo prevede duecento capanne in legno, strutture per bagni adeguati e in arrivo c’è una scuola e la cucina. Per ora i pasti vengono cucinati dai volontari che li consegnano tre volte al giorno. C’è anche un piccolo caffè dove vengono distribuite bevande calde e un’ampia zona dove è possibile ricaricare i cellulari.
"Non hai avuto fortuna, torna nella giungla". A differenza del vecchio campo, caotico e colorato, per ora prevale il marrone del legno, gli unici cartelli che lo interrompono sono opera del governo locale. Ai confini dello spazio e nelle strutture interne sono stati appesi degli avvisi che invitano a non correre rischi. Tre triangoli mostrano il pericolo di incidenti per chi prova ad attraversare il confine e una scritta recita: “Attenzione, non aggiungerti alle recenti morti”. Omar, 21 anni, curdo, guarda un manifesto e con un sorriso amaro dice: “Lo hanno tradotto in tre lingue. Avevano paura che non capissimo. Non serve il segnale, lo sappiamo che è rischioso. Degli amici sono morti, altri sono stati picchiati, ma cosa ci rimane da fare?”. Omar ha provato a raggiungere Dover, il porto inglese, almeno dieci volte, vicino a lui c’è chi racconta di essere arrivato a 40: “Non ho mai corso un vero pericolo - racconta- la polizia mi trova e mi dice “no chance, back to the jungle” (non hai avuto fortuna, torna alla giungla), allora io torno e ci riprovo il giorno dopo”. Sostiene di non aver pagato e che nessuno lo fa, anche se un volontario nel campo racconta come funziona il traffico: “Mi è stato detto che per arrivare in Inghilterra vengono chieste 700 sterline e una parte viene data al camionista. I ragazzi più giovani ci provano da soli, ma per le famiglie è più complesso organizzare il passaggio, allora qualcuno accetta di pagare”.
Un camionista italiano: "No, non posso portarvi". Teoria confermata da Federico S., camionista italiano di 55 anni che da 30 gira l’Europa. È fermo con il suo mezzo in una stradina desolata a poca distanza dal porto di Dunkerque (7 chilometri da Grande-Synthe) dove si imbarcano le navi in direzione Gran Bretagna. Davanti a lui cinque colleghi rumeni e un polacco, tutti con “il cassone” (lo spazio posteriore) aperto: “lo fanno per dire ai migranti che non stanno andando a Dover. Così nessuno prova a scassinare niente ed entrare, magari in questo modo gli autisti riescono a farsi qualche ora di sonno. Io li ho incontrati i ragazzi del campo - continua a raccontare - abbiamo passato il pomeriggio insieme. Ho spiegato che non credo nei confini, che tutti dovrebbero essere liberi di spostarsi. Ma non mi possono chiedere di portarli. Oltre al rischio di una multa di cinquemila euro, non voglio mettermi in questa situazione. Siamo stati bene insieme, dopo però sono arrivati gli arroganti: cinque ragazzi con coltello che hanno provato ad entrare nella cabina, non ci sono riusciti e hanno tirato la birra dentro il camion. Ho chiamato la Gendermerie e loro che hanno fatto? Nulla”.
E c'è qualcuno che ci guadagna. Gli agenti della pattuglia che è arrivata a controllare la strada hanno confermato che alcuni migranti del campo provano a partire da lì: “Ci sarà qualcuno che ci guadagna, ma non possiamo dimostrarlo. Noi se vediamo delle persone che provano a salire sui mezzi li diciamo di scendere e tornare al campo”. Mentre Federico racconta la sua storia tre ragazzi con un sacco a pelo sulle spalle si avvicinano ai camion e cercano di capire se troveranno fortuna. “Vedi, io lo conosco il mondo - continua il camionista italiano, mentre mostra il passaporto con i timbri di Russia, Kazakistan e Turchia - se dico le cose significa che le ho viste, non che le ho lette. I migranti per il passaggio pagano sui mille euro. Chi vuole fare soldi non rischia più con le armi o con la droga. Il business oggi è il traffico di merce umana”.