AUGUSTA - “Masser, Masser”, sussuranno Abdurrahman e i suoi amici. Dell’Europa hanno calpestato per prima cosa l’asfalto spolverato di zolfo del porto di Augusta, chiuso dai camini del petrolchimico. In tasca hanno un telefonino rovinato, e in testa i numeri di parenti e amici in Irlanda, Francia, Italia. Alle spalle l’Egitto, “Al-Masser”, passaggio più o meno breve sulla via del vecchio continente. Mentre camminano dalla banchina alla tendopoli allestita nel porto, assaporano una libertà che non vivevano da settimane, mesi, forse anni. Insieme a loro, somali di Hargeisa, nella regione semi-autonoma del Somaliland, oltre 300 - sono 344 in totale - fra egiziani, sudanesi, eritrei, etiopici, irakeni, yemeniti e un cittadino siriano.
I soccorsi. Avvistati da un aereo della Guardia Costiera nella mattina del 12 maggio, a 160 miglia a sud-est di Capo Passero, estremo punto sud della Sicilia, Abdurrahman e i suoi compagni di viaggio sono stati trasbordati nel pomeriggio sulla nave italiana Peluso, mentre altre 173 persone sono salite a bordo della Rio Segura, vascello della Guardia Civil spagnola in dotazione all’agenzia Frontex, e in 280, in viaggio su un’imbarcazione poco distante, sono stati soccorsi dalla nave finlandese Merkarhu, sempre associata a Frontex. Quattro le operazioni di sbarco nello stesso giorno: tre in Sicilia, ad Augusta, Catania e Palermo, mentre altre 233 persone, tratte in salvo mercoledì 11 dalla nave umanitaria privata Sos Mediterranée, sono giunte a Crotone.
Nel gruppo un solo siriano. Dovevano essere circa 150 i siriani presenti a bordo della Peluso, secondo le informazioni raccolte dalla Guardia Costiera al momento del salvataggio, ma la cifra si è sgonfiata presto. Un solo cittadino siriano e alcune famiglie irakene sono scesi dalla nave a seguito di oltre 100 egiziani, forse dichiaratisi siriani temendo di essere rimpatriati. Non si può dunque ancora ipotizzare una riapertura della rotta del Mediterraneo centrale per i siriani, bloccati in Turchia dopo l’accordo fra Bruxelles e Ankara, mentre le quasi 900 persone sbarcate nei giorni scorsi in Sicilia, indicherebbero piuttosto una crescita degli arrivi dall’Egitto, in quelli che, nella parole della portavoce di Unhcr Carlotta Sami, sono “traversate ancora più lunghe e pericolose rispetto a quelle dalla Libia, in assenza di alternative legali per chi scappa da violenze e persecuzioni”.
Il lungo viaggio di Mohammad. Mohammad, un giovane etiopico di etnia Oromo, conta sulle dita con aria assorta. 14, fa segno. Sono i giorni passati in acqua, dopo una corsa di sei giorni attraverso l’Egitto, da Khartoum, su diverse macchine. Per altri sono 11, o 13, ma tutti sono in mare da giorni, “su quattro barche diverse”, spiega Mohammad, “ci hanno trasportato da una all’altra, avevamo pochissimo da bere e mangiare”. La rotta libica? “Stai scherzando”, dice scoppiando in una risata, “è troppo pericolosa, too much danger”. L’Egitto, che a inizio aprile ha visto le prime partenze del 2016, potrebbe tornare insomma a essere terra di partenza, in ossequio all’etimologia araba del suo nome, “la frontiera”, e a possibili interessi geopolitici del regime di Al Sisi.
Minori, un aumento preoccupante. “Il dato che ci preoccupa di più”, sottolinea Andrea Berlardinelli, coordinatore italiano di Emergency, “è l’aumento continuo dei minori non accompagnati”. Mentre i colleghi dell’’organizzazione umanitaria visitano alcune delle persone appena sbarcate, fra cui una bambina di sei anni, colpita alla mascella durante uno spostamento brusco della barca, Belardinelli traccia le linee di un’attività che l’ong svolge in Sicilia dal 2013. “Qui visitiamo persone che hanno vissuto traumi incredibili, e i minori sono sempre i più vulnerabili - spiega - proprio per questo è sul loro trattamento che si misura l’efficacia del sistema di prima accoglienza, ed Emergency sta cercando di offrire, oltre alle cure più urgenti, uno spazio di ascolto psicologico dopo lo sbarco”. A confermare la tendenza sono gli operatori di Save The Children, secondo cui 4500 minori hanno raggiunto le coste italiane nei primi quattro mesi del 2016, a fronte dei 1600 nello stesso periodo dello scorso anno. Sarebbero 99 quelli sbarcati ad Augusta venerdì, quasi tutti egiziani.
Hotspot proibiti alla stampa. Medici, infermieri e mediatori di Emergency operano fra Siracusa, Catania, Augusta e Pozzallo, dove intervengono con un ambulatorio mobile nel momento degli sbarchi. Proprio a Pozzallo, dove in questi giorni si sta tenendo il festival culturale Sabir, promosso da Arci, Anci, Caritas e altre realtà, alcuni giornalisti sarebbero dovuti entrare venerdì nella struttura dell’hotspot, ex-centro di primo soccorso e accoglienza, accesso negato all’ultimo momento dalla Prefettura di Ragusa, a conferma dell’impossibilità per la stampa, da tre mesi ad oggi, di raccontare quello che avviene nei quattro centri istituiti fino ad ora in Italia dall’UE per identificare chi è appena sbarcato. 120 minori sono oggi presenti nell’hotspot, mentre i 99 arrivati ad Augusta sono rimasti nella tendopoli al porto.
Dall’Irak alla Sicilia. “E’ molto triste”, conclude Belardinelli, “vedere come le persone che stiamo assistendo qui vengono da zone in cui Emergency opera da anni, come l’Irak”. Mentre una giovane coppia di Mosul, scappata alle violenze di Daesh e alle lotte incrociate fra milizie, passa sullo sfondo con uno dei figli in braccio, il coordinatore dell’organizzazione non può fare a meno di denunciare “una politica che tenta di risolvere i conflitti con la forza, innescando nuova violenza e contribuendo alla fuga continua, senza terre sicure, di migliaia e migliaia di persone”.
I soccorsi. Avvistati da un aereo della Guardia Costiera nella mattina del 12 maggio, a 160 miglia a sud-est di Capo Passero, estremo punto sud della Sicilia, Abdurrahman e i suoi compagni di viaggio sono stati trasbordati nel pomeriggio sulla nave italiana Peluso, mentre altre 173 persone sono salite a bordo della Rio Segura, vascello della Guardia Civil spagnola in dotazione all’agenzia Frontex, e in 280, in viaggio su un’imbarcazione poco distante, sono stati soccorsi dalla nave finlandese Merkarhu, sempre associata a Frontex. Quattro le operazioni di sbarco nello stesso giorno: tre in Sicilia, ad Augusta, Catania e Palermo, mentre altre 233 persone, tratte in salvo mercoledì 11 dalla nave umanitaria privata Sos Mediterranée, sono giunte a Crotone.
Nel gruppo un solo siriano. Dovevano essere circa 150 i siriani presenti a bordo della Peluso, secondo le informazioni raccolte dalla Guardia Costiera al momento del salvataggio, ma la cifra si è sgonfiata presto. Un solo cittadino siriano e alcune famiglie irakene sono scesi dalla nave a seguito di oltre 100 egiziani, forse dichiaratisi siriani temendo di essere rimpatriati. Non si può dunque ancora ipotizzare una riapertura della rotta del Mediterraneo centrale per i siriani, bloccati in Turchia dopo l’accordo fra Bruxelles e Ankara, mentre le quasi 900 persone sbarcate nei giorni scorsi in Sicilia, indicherebbero piuttosto una crescita degli arrivi dall’Egitto, in quelli che, nella parole della portavoce di Unhcr Carlotta Sami, sono “traversate ancora più lunghe e pericolose rispetto a quelle dalla Libia, in assenza di alternative legali per chi scappa da violenze e persecuzioni”.
Il lungo viaggio di Mohammad. Mohammad, un giovane etiopico di etnia Oromo, conta sulle dita con aria assorta. 14, fa segno. Sono i giorni passati in acqua, dopo una corsa di sei giorni attraverso l’Egitto, da Khartoum, su diverse macchine. Per altri sono 11, o 13, ma tutti sono in mare da giorni, “su quattro barche diverse”, spiega Mohammad, “ci hanno trasportato da una all’altra, avevamo pochissimo da bere e mangiare”. La rotta libica? “Stai scherzando”, dice scoppiando in una risata, “è troppo pericolosa, too much danger”. L’Egitto, che a inizio aprile ha visto le prime partenze del 2016, potrebbe tornare insomma a essere terra di partenza, in ossequio all’etimologia araba del suo nome, “la frontiera”, e a possibili interessi geopolitici del regime di Al Sisi.
Minori, un aumento preoccupante. “Il dato che ci preoccupa di più”, sottolinea Andrea Berlardinelli, coordinatore italiano di Emergency, “è l’aumento continuo dei minori non accompagnati”. Mentre i colleghi dell’’organizzazione umanitaria visitano alcune delle persone appena sbarcate, fra cui una bambina di sei anni, colpita alla mascella durante uno spostamento brusco della barca, Belardinelli traccia le linee di un’attività che l’ong svolge in Sicilia dal 2013. “Qui visitiamo persone che hanno vissuto traumi incredibili, e i minori sono sempre i più vulnerabili - spiega - proprio per questo è sul loro trattamento che si misura l’efficacia del sistema di prima accoglienza, ed Emergency sta cercando di offrire, oltre alle cure più urgenti, uno spazio di ascolto psicologico dopo lo sbarco”. A confermare la tendenza sono gli operatori di Save The Children, secondo cui 4500 minori hanno raggiunto le coste italiane nei primi quattro mesi del 2016, a fronte dei 1600 nello stesso periodo dello scorso anno. Sarebbero 99 quelli sbarcati ad Augusta venerdì, quasi tutti egiziani.
Hotspot proibiti alla stampa. Medici, infermieri e mediatori di Emergency operano fra Siracusa, Catania, Augusta e Pozzallo, dove intervengono con un ambulatorio mobile nel momento degli sbarchi. Proprio a Pozzallo, dove in questi giorni si sta tenendo il festival culturale Sabir, promosso da Arci, Anci, Caritas e altre realtà, alcuni giornalisti sarebbero dovuti entrare venerdì nella struttura dell’hotspot, ex-centro di primo soccorso e accoglienza, accesso negato all’ultimo momento dalla Prefettura di Ragusa, a conferma dell’impossibilità per la stampa, da tre mesi ad oggi, di raccontare quello che avviene nei quattro centri istituiti fino ad ora in Italia dall’UE per identificare chi è appena sbarcato. 120 minori sono oggi presenti nell’hotspot, mentre i 99 arrivati ad Augusta sono rimasti nella tendopoli al porto.
Dall’Irak alla Sicilia. “E’ molto triste”, conclude Belardinelli, “vedere come le persone che stiamo assistendo qui vengono da zone in cui Emergency opera da anni, come l’Irak”. Mentre una giovane coppia di Mosul, scappata alle violenze di Daesh e alle lotte incrociate fra milizie, passa sullo sfondo con uno dei figli in braccio, il coordinatore dell’organizzazione non può fare a meno di denunciare “una politica che tenta di risolvere i conflitti con la forza, innescando nuova violenza e contribuendo alla fuga continua, senza terre sicure, di migliaia e migliaia di persone”.