DA BORDO DELLA NAVE BOURBON AGOS - Questa è la testimonianza appena raccolta da Ahmad Al Rousan, mediatore del team a bordo della nave Bourbon Agos.
L'ennesima notizia di un naufragio arriva sulla radio di bordo della nave Buorbon Argos di Medici Senza Frontiere nel Mediterraneo. Vorremmo raggiungere le coordinate che sentiamo alla radio, arrivare veloci, volare per essere utili. Ma siamo a 8 ore di distanza. È straziante sapere che purtroppo non potrai arrivare in tempo. È come un pugno nello stomaco. È straziante sapere che i mezzi a disposizione nell'area di maggiori partenze non sono sufficienti. Mi sento ancora peggio quando leggo i giornali e sento solo parlare di come l'Europa intende bloccare, invece di soccorrere o accogliere. Mi ricorderò sempre della poesia di un ragazzo siriano sopravvissuto ad un naufragio, una lettera scritta alla mamma a nome di un suo carissimo amico che non ce l'ha fatta.
La poesia di un ragazzo siriano. "Mi dispiace, mamma, perché la nave è affondata e non potrò arrivare a destinazione.. Mi dispiace per i subacquei e i ricercatori, ma non conosco il nome del mare dove sono annegato. State tranquilli, dipartimenti per i rifugiati, non sarò un peso per voi. Grazie, o mare, che mi hai accolto senza un visto e senza un passaporto. Grazie ai pesci che si divideranno il mio corpo senza chiedermi della mia religione o della mia appartenenza politica. Grazie ai canali televisivi che trasmetteranno la notizia della nostra morte per cinque minuti, per un paio di giorni. Grazie a voi che sarete tristi quando sentirete la notizia. Scusate se sono annegato..."
Da un'altra nave si chiede latte per un bambino di 2 mesi. Nel frattempo, ancora un'altra comunicazione alla radio, un'altra chiamata di aiuto. Una nave con 500 persone nell'area di Pantelleria chiede del latte per un bambino di 2 mesi. La mamma non ha più latte da dare a suo figlio. Mi chiedo come fa ad averlo, come può dopo tutto quello che le può essere successo in Libia, o con lo stress della traversata. In questo momento, mentre navighiamo verso l'area di ricerca e soccorso, penso ai momenti in cui scendo in mare sul motoscafo per approcciare il gommone o l'imbarcazione in difficoltà durante le operazioni di ricerca e soccorso. Un momento delicato nell'operazione di soccorso. Sono mediatore interculturale, scendo nel mare con un obiettivo chiaro e uno scopo ben preciso: comunicare con le persone che stanno per essere salvate.
Il momento delicato dell'avvicinamento al gommone dei migranti. Devo riuscire prima di tutto a tranquillizzarli, a trasmettere loro che nessuno verrà riportato dall'inferno da cui è partito. Quando ti trovi nel mare e hai davanti a te un gommone strapieno o una barca di legno carica all'inverosimile, è indispensabile capire il prima possibile lo stato in cui si trovano le persone a bordo e la situazione dell'imbarcazione. È un momento molto delicato, ma tutto deve essere fatto con la massima tranquillità. Utilizzo dei messaggi molto semplici. Cerco di trasmettere sicurezza, ma soprattutto spiego alle persone perché siamo nel mare. Utilizzo messaggi chiari: "Vi porteremo tutti in Italia, state calmi". È importante ripetere che nessuno verrà riportato in Libia. Quando ci avviciniamo, cerco subito di capire che lingua si parla a bordo. È importante trasmettere sicurezza per riuscire a stabilizzare l'imbarcazione. Ripeto che devono restare stare calmi, tranquilli, rimanere distribuiti bene a bordo.
Gli sguardi al cielo per ringraziare Dio. Tutto questo avviene mentre il motoscafo fa un giro di 360 gradi intorno all'imbarcazione. Io cerco di incrociare il loro sguardo e di guardare le persone negli occhi. Le persone ci osservano. Sono schiacciati sul gommone, terrorizzati. Non riesco a togliermi dalla testa le immagini dei bambini, ti guardano senza parole, i loro occhi ti chiedono di soccorrerli. Ricordo l'ultimo salvataggio, dopo aver detto che non dovevano preoccuparsi, tante persone hanno guardato il cielo per ringraziare dio del nostro arrivo. In arabo ho detto: Grazie a dio siete salvi. Mi hanno risposto in coro. Quando ci incontriamo di nuovo a bordo dopo l'operazione di salvataggio, le persone si avvicinano a me per abbracciarmi. Sono la prima persona con cui hanno parlato, probabilmente dopo il trafficante che li ha obbligati a salire a bordo, maltrattati, offesi. Sono la prima persona che probabilmente dopo mesi, usa dei termini gentili.
Racconti di violenze subìte in Libia. Le persone, rese come oggetti, vengono private della loro umanità. Derubati. Poi c'è la violenza assistita, quella a cui sono esposti i loro famigliari, fratelli amici, mogli, a cui non possono dire nulla. Purtroppo mi rendo conto sempre di più che la violenza in Libia sta aumentando. Qualsiasi persona con cui parlo mi dice di aver assistito alla morte di qualcuno, durante la traversata nel deserto, durante la permanenza in Libia, o purtroppo durante la traversata in mare. Molto speso quando mi metto a letto, penso a bambini messi sui gommoni durante la partenza, e penso a quando io porto i miei figli a scuola, sistemandoli sul seggiolino, mi assicuro che siano ben legati. Penso a quando una mamma o un papa, sale a bordo di un gommone. Cosa potrà dire al suo bambino, come potrà tranquillizzarlo per farlo sentire al sicuro durante l'attraversata nel buio della notte?
L'ennesima notizia di un naufragio arriva sulla radio di bordo della nave Buorbon Argos di Medici Senza Frontiere nel Mediterraneo. Vorremmo raggiungere le coordinate che sentiamo alla radio, arrivare veloci, volare per essere utili. Ma siamo a 8 ore di distanza. È straziante sapere che purtroppo non potrai arrivare in tempo. È come un pugno nello stomaco. È straziante sapere che i mezzi a disposizione nell'area di maggiori partenze non sono sufficienti. Mi sento ancora peggio quando leggo i giornali e sento solo parlare di come l'Europa intende bloccare, invece di soccorrere o accogliere. Mi ricorderò sempre della poesia di un ragazzo siriano sopravvissuto ad un naufragio, una lettera scritta alla mamma a nome di un suo carissimo amico che non ce l'ha fatta.
La poesia di un ragazzo siriano. "Mi dispiace, mamma, perché la nave è affondata e non potrò arrivare a destinazione.. Mi dispiace per i subacquei e i ricercatori, ma non conosco il nome del mare dove sono annegato. State tranquilli, dipartimenti per i rifugiati, non sarò un peso per voi. Grazie, o mare, che mi hai accolto senza un visto e senza un passaporto. Grazie ai pesci che si divideranno il mio corpo senza chiedermi della mia religione o della mia appartenenza politica. Grazie ai canali televisivi che trasmetteranno la notizia della nostra morte per cinque minuti, per un paio di giorni. Grazie a voi che sarete tristi quando sentirete la notizia. Scusate se sono annegato..."
Da un'altra nave si chiede latte per un bambino di 2 mesi. Nel frattempo, ancora un'altra comunicazione alla radio, un'altra chiamata di aiuto. Una nave con 500 persone nell'area di Pantelleria chiede del latte per un bambino di 2 mesi. La mamma non ha più latte da dare a suo figlio. Mi chiedo come fa ad averlo, come può dopo tutto quello che le può essere successo in Libia, o con lo stress della traversata. In questo momento, mentre navighiamo verso l'area di ricerca e soccorso, penso ai momenti in cui scendo in mare sul motoscafo per approcciare il gommone o l'imbarcazione in difficoltà durante le operazioni di ricerca e soccorso. Un momento delicato nell'operazione di soccorso. Sono mediatore interculturale, scendo nel mare con un obiettivo chiaro e uno scopo ben preciso: comunicare con le persone che stanno per essere salvate.
Il momento delicato dell'avvicinamento al gommone dei migranti. Devo riuscire prima di tutto a tranquillizzarli, a trasmettere loro che nessuno verrà riportato dall'inferno da cui è partito. Quando ti trovi nel mare e hai davanti a te un gommone strapieno o una barca di legno carica all'inverosimile, è indispensabile capire il prima possibile lo stato in cui si trovano le persone a bordo e la situazione dell'imbarcazione. È un momento molto delicato, ma tutto deve essere fatto con la massima tranquillità. Utilizzo dei messaggi molto semplici. Cerco di trasmettere sicurezza, ma soprattutto spiego alle persone perché siamo nel mare. Utilizzo messaggi chiari: "Vi porteremo tutti in Italia, state calmi". È importante ripetere che nessuno verrà riportato in Libia. Quando ci avviciniamo, cerco subito di capire che lingua si parla a bordo. È importante trasmettere sicurezza per riuscire a stabilizzare l'imbarcazione. Ripeto che devono restare stare calmi, tranquilli, rimanere distribuiti bene a bordo.
Gli sguardi al cielo per ringraziare Dio. Tutto questo avviene mentre il motoscafo fa un giro di 360 gradi intorno all'imbarcazione. Io cerco di incrociare il loro sguardo e di guardare le persone negli occhi. Le persone ci osservano. Sono schiacciati sul gommone, terrorizzati. Non riesco a togliermi dalla testa le immagini dei bambini, ti guardano senza parole, i loro occhi ti chiedono di soccorrerli. Ricordo l'ultimo salvataggio, dopo aver detto che non dovevano preoccuparsi, tante persone hanno guardato il cielo per ringraziare dio del nostro arrivo. In arabo ho detto: Grazie a dio siete salvi. Mi hanno risposto in coro. Quando ci incontriamo di nuovo a bordo dopo l'operazione di salvataggio, le persone si avvicinano a me per abbracciarmi. Sono la prima persona con cui hanno parlato, probabilmente dopo il trafficante che li ha obbligati a salire a bordo, maltrattati, offesi. Sono la prima persona che probabilmente dopo mesi, usa dei termini gentili.
Racconti di violenze subìte in Libia. Le persone, rese come oggetti, vengono private della loro umanità. Derubati. Poi c'è la violenza assistita, quella a cui sono esposti i loro famigliari, fratelli amici, mogli, a cui non possono dire nulla. Purtroppo mi rendo conto sempre di più che la violenza in Libia sta aumentando. Qualsiasi persona con cui parlo mi dice di aver assistito alla morte di qualcuno, durante la traversata nel deserto, durante la permanenza in Libia, o purtroppo durante la traversata in mare. Molto speso quando mi metto a letto, penso a bambini messi sui gommoni durante la partenza, e penso a quando io porto i miei figli a scuola, sistemandoli sul seggiolino, mi assicuro che siano ben legati. Penso a quando una mamma o un papa, sale a bordo di un gommone. Cosa potrà dire al suo bambino, come potrà tranquillizzarlo per farlo sentire al sicuro durante l'attraversata nel buio della notte?