Mondo Solidale

Palermo, Leoluca Orlando: "L'Europa potrà essere processata per genocidio"

Il sindaco del capoluogo siciliano parla, tra l0altro, del modello d'accoglienza in vigore della sua città. "Bisogna cambiare approccio, è importante passare dal concetto di migrazione come sofferenza al concetto di migrazione come diritto. L'abolizione del permesso di soggiorno è un progetto, una scelta valoriale"

4 minuti di lettura
PALERMO - “Ci sarà un’altra Norimberga, un secondo processo, e l’Europa sarà accusata di genocidio per come si sta comportando con i migranti. Con la differenza che i nostri nonni potevano dire “non lo sapevamo”, noi no”. A parlare è Leoluca Orlando, sindaco di Palermo, città che da capitale della mafia è diventata capitale della cultura 2018.  Ma la mafia non c’è più? “Si, c’è ma non governa più la città”, risponde il sindaco. “Bisogna spingere i siciliani all’autostima. E’ facile dire che fa tutto schifo. Ma dopo che lo si è detto, le scelte sono due: o si fa qualcosa per migliorare, o si sta fermi e si subisce.  Noi stiamo lavorando nella prima direzione: Palermo modello di integrazione e convivenza”.

Cosa pensa delle dichiarazioni della Procura di Catania sulle ong?

La mia opinione è che un Procuratore ha il dovere di incriminare, con le prove. Di tutto abbiamo bisogno ma non di indebolire quelli che salvano vite umane nel Mediterraneo, né di lasciare impuniti quelli che speculano sulle sventure altrui. Dobbiamo essere severissimi, ma rispettosi verso chi salva le persone. Vorrei poter applaudire un atto giudiziario piuttosto che ipotesi.

Che città è Palermo oggi?

Il tema di fondo è che noi non siamo una città europea. Palermo è una città mediorientale in Europa. Non è Francoforte, non è Berlino. Amo la Germania, ma qui non siamo in Germania. Siamo stati riconosciuti dall’Unesco ed inseriti nella world list non perché abbiamo i monumenti arabo normanni, ma perché noi siamo ora arabo normanni

Cosa intende?

A Palermo ancora oggi, nello stesso palazzo, convivono il principe, il povero e il droghiere che fornisce alimentari a entrambi. E’ un modello di convivenza civile e gli immigrati sono, in questo, una grandissima opportunità per noi, per salvare e portare avanti il nostro modello di convivenza. Siamo la dimostrazione che non è vero, come taluni sostengono, che accogliere i migranti significa diminuire il turismo: nel 2015 eravamo, nella top ten delle città turistiche, non classificati. Nel 2016 abbiamo raggiunto il nono posto e quest’anno siamo tra il terzo e il quarto posto a livello nazionale. Il prossimo anno saremo capitale della cultura ed avremo la più grande Biennale d’arte itinerante del mondo che a San Pietroburgo, nel 2014, ha fatto un milione e quattrocentomila visitatori. Ma tutto questo non ha senso se non portiamo avanti quella che è la nostra marcia in più: la Carta di Palermo, la nostra proposta di abolire il permesso di soggiorno. Essere capitale della cultura non vuol dire solo portare qui migliaia di artisti e di opere d’arte: significa essere un modello di accoglienza.

Cosa comporta abolire il permesso di soggiorno?

Non è uno slogan, è la conferma di una scelta progettuale e valoriale. Bisogna cambiare approccio, è importante passare dal concetto di migrazione come sofferenza al concetto di migrazione come diritto. Nessuno ha scelto il luogo in cui nascere ma tutti abbiamo il diritto di scegliere il luogo in cui vivere. E’ impossibile bloccare milioni di persone che si spostano: bisogna riconoscere il diritto alla mobilità come inalienabile. Il passaporto è la loro identità, il permesso di soggiorno è la loro schiavitù. Si farà un altro processo, forse non a Norimberga, e l’Europa sarà processata per genocidio. L’altro giorno ho parlato con una ragazzina di 14 anni che, piangendo, mi ha confessato di non essere riuscita a salvare la madre nel passaggio da un barcone alla nave. Piangeva perché si sentiva di avere ucciso sua madre per salvare la propria vita, per vivere. Ed io in lei ho visto la mia nipotina, immaginando che poteva essere al suo posto se fosse nata là.

Altri incontri da raccontare?

Un’altra volta, al porto di Palermo, mentre dicevo ai ragazzi sbarcati “Forza, dai, siete arrivati a Palermo”, vidi che uno di loro proprio non ne voleva sapere di parlare con me. Sono abituato a persone che mi conoscono e non vogliono parlare con me, ma questo ragazzo che avevo di fronte non mi conosceva ed io non mi rassegnavo al fatto che non volesse parlarmi. Mi avvicino, dopo dieci minuti di tentativi di dialogo gli lascio il mio numero di  telefono dicendo “se hai bisogno chiama, dai devi essere contento, ormai sei arrivato qui a Palermo”. Lui abbassa gli occhi e, in perfetto inglese, mi dice: “Lei sindaco, pensa che io possa essere contento? Ho ucciso due fratelli per poter arrivare qui a Palermo”. Queste cose ci verranno imputate perché sono le stesse storie di Dachau e di Auschwitz, quando l’internato, girandosi dall’altra parte, determinava la morte di qualcun altro e non la sua. Oggi il rispetto dei diritti dei migranti è il rispetto dei nostri diritti. Ho ricevuto una bellissima lettera da una ragazzina in carrozzina che diceva. “Grazie sindaco che accogli i migranti. Da quando ci sono loro mi sento più eguale e meno diversa”.

Accoglienza dei migranti e turismo vanno di pari passo?

Le persone che vivono a Parigi e a Bruxelles nel terrore degli attentati vengono qua in vacanza perché Palermo è eccitante e sicura. Se qui arriva qualcuno di strano, subito i suoi connazionali mi avvertono e io chiamo il capo della polizia. Lo fanno perché io difendo la loro città: la migliore sicurezza è l’accoglienza. Lampedusa ha avuto un incremento del turismo del 34 per cento, alla faccia di chi dice che accogliere rovina il turismo. Certo, se accogli sparando è ovvio che la gente non viene, perché mandi un messaggio di paura. Ci dicono anche: quando arrivano i migranti a Palermo, li trattate male. Noi li trattiamo esattamente come i palermitani, né più né meno

Quanti migranti ci sono a Palermo?

Nessuno.  Il primo atto che abbiamo fatto, cinque anni fa, è la delibera numero: dice che chi sta a Palermo è palermitano. Punto. Il 21 giugno verranno il re e la regina di Olanda: dopo aver visto un servizio sulla tv olandese che raccontava il nostro modello di accoglienza, mi hanno fatto contattare dal loro ambasciatore . “Sua altezza reale vorrebbe venire a Palermo per continuare il discorso che lei ha fatto in televisione”, mi ha detto. E io sono qui pronto ad attenderli. Lo scorso anno, l’11 settembre, abbiamo costituito a L’Aja il Parlamento mondiale dei sindaci: siamo cento, da New York a Londra, da Buenos Aires a Città del Capo . L’apertura l’ho fatta io, presentando la Carta di Palermo affinché diventi un modello condiviso nel mondo. Nello stomaco dell’essere umano non c’è intolleranza, ma solo nella testa malata di qualcuno.

Parliamo infine dei “camminamenti del principe”, itinerari nei luoghi di Francesco Paolo Gravina, principe di Palagonia, ex sindaco di Palermo, sul quale s'è aperta una causa di beatificazione. La sua fu una politica sociale che in qualche modo vive ancora oggi in città?

Non posso parlare della testimonianza che ho rilasciato per il processo di beatificazione, però posso dire che in questo momento abbiamo anche in corso il procedimento di beatificazione di Giorgio La Pira ed è confortante pensare che entrambi siano siciliani. Il principe di Palagonia ha vissuto in un momento storico in cui non esisteva lo Stato sociale e veniva dunque rimesso ai comportamenti virtuosi del singolo quello che oggi è chiamato welfare. Nell’Ottocento, sull’onda dei principi di eguaglianza della Rivoluzione francese, ci sono stati personaggi straordinari in Sicilia: il cardinale Dusmet, il principe di Castelnuovo, penso alla nascita delle Opere Pie per l’acculturazione dei figli dei contadini. Noi oggi abbiamo concentrato tutto nella figura del sindaco, che ora è presidente delle Opere Pie e la Giunta comunale ne è il Consiglio di amministrazione. Un assorbimento che ha portato all’aumento degli asili comunali e ha fatto diventare comunali i dipendenti delle Opere Pie.