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Global Compact, Croce Rossa: “Passi avanti, sebbene sia a rischio l’identità degli operatori umanitari, neutrali per definizione"

Francesco Rocca, presidente della Federazione internazionale Croce Rossa: “Finalmente si va alla sostanza del problema". Ma i Paesi dell’Europa centrale e orientale non hanno firmato il documento

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ROMA - Francesco Rocca, presidente della Federazione internazionale Croce Rossa, traccia un bilancio positivo dell’accordo sul Global Compact emigrazione siglato da 164 Paesi.

Presidente, è soddisfatto del risultato di Marrakech?

“Finalmente si comincia ad andare alla sostanza del problema”.

Ma l’accordo firmato non è un po’ svuotato dal fatto che non è vincolante?

“Il contenuto di questo Global Compact è moralmente vincolante: è una cornice morale su cui gli Stati si impegnano. Al centro c’è il rispetto per la dignità di ogni essere umano. Non si tratta di interferire nelle politiche interne, su come vengono protetti i confini o gestiti gli ingressi in un Paese, ma della dignità che ogni essere umano merita, a prescindere dalla ragione per cui ha lasciato il suo Paese”.

È un passo avanti concreto o solo un punto di partenza da cui proseguire?

“È solo una base per andare ancora avanti. La gente continua a morire, a essere sfruttata, i minori continuano a essere violentati. Prendiamo la carovana dei migranti in Centro America verso gli Usa, abbiamo dati impressionanti: su cento minori che abbiamo intervistato, oltre settanta hanno subito abusi sessuali o violenze fisiche. Sembrava una dimostrazione politica, ma era solo un’aggregazione spontanea, perché in gruppo viaggiavano più protetti”.

Come interpreta il fatto che una grossa fetta dell’Europa, centrale e orientale soprattutto, non abbia voluto firmare il documento?

“Io la interpreto come un’occasione persa. Molti hanno usato come alibi la ricerca di accordi bilaterali. Ma se c’è un contesto in cui il criticato multilateralismo è importante, è quello delle migrazioni. Sono fenomeni che coinvolgono gli Stati d’origine, gli Stati di transito e quelli di destinazione. Il punto Uno del Global Compact vede l’impegno a risolvere le cause delle migrazioni: con i conflitti asimmetrici, supportati da Stati che non sono poi presenti sul terreno – la Siria per esempio -  è ovvio che serva una capacità di lavoro multilaterale. Non è pensabile una sola prospettiva bilaterale, sarebbe miope immaginarlo. E poi nel documento del Global Compact non c’è nessun passo che parli di libertà dei migranti, di fare come vogliono: questa è solo retorica. Si tratta solo di evitare inutili sofferenze agli esseri umani”.

Ma chi si oppone a questo accordo crede davvero di poter fermare fenomeni epocali come le migrazioni, che ci sono sempre state nella storia umana?

“Nessuno in buona fede può crederlo. Sento con grande amarezza certe dichiarazioni pubbliche, ma le considero solo modi per alimentare il proprio elettorato. Dopo due anni di discussione all’Onu, nel documento sono presenti tutte le istanze. C’è il contrasto al traffico di esseri umani. C’è il tema ‘aiutiamoli a casa loro’, perché il punto Uno dice risolviamo le cause dell’emigrazione. Non si interferisce con le politiche economiche dei diversi Paesi, rispetto ai flussi dei migranti economici. La preoccupazione dell’Onu era evitare detenzioni o sofferenze inutili e inaccettabili”.

Se il risultato è ancora così generico, il rifiuto di certi Paesi deve essere letto solo in chiave di politica interna?

“Mi sforzo, ma non riesco a vedere un elemento nei 23 punti del Global Compact che possa preoccupare chi è in buona fede e ha rispetto per gli esseri umani. Nessuno ha mai parlato di dare il permesso di soggiorno a chiunque e dovunque. E la firma non obbligava nessuno”.

E allora, quali sono le motivazioni dei “no”?

“E’ volto a rafforzare il sentimento di appartenenza. Il senso era: guardate che cosa vogliono ‘questi’ cattivi”.

C’è il rischio di evoluzioni in questo senso?

“Quello che succede adesso con le migrazioni sta mettendo a rischio l’identità stessa degli operatori umanitari, che sono neutrali per definizione. In certi Paesi aiutare una persona in difficoltà viene considerato un crimine. Salvare vite è stato stigmatizzato. Aiutare un migrante è ormai diventato un atto politico. E questo a noi umanitari ci spaventa. Siamo in difficoltà su questo: nessuno chiede all’autista di un’ambulanza o al vigile del fuoco di verificare chi è coinvolto in un incidente stradale o chi è in una casa in fiamme”.

Anche l’Italia rischia di dimenticare la sua tradizione umanitaria.

“Questa è un patrimonio nazionale: basta ricordare che l’idea di fondare la Croce Rossa fu concepita da Henry Dunant quando vide la popolazione di Castiglione delle Stiviere soccorrere i feriti della battaglia di Solferino dicendo: ‘tutti fratelli’, senza badare all’appartenenza o al colore delle divise. Fa parte delle nostre radici”.