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Immigrazione, il "Nuovo Patto" europeo sui migranti e i richiedenti asilo ripropone il modello patogeno dei grandi centri di accoglienza

È quanto denunciano diciotto Associazioni in un documento di analisi dffuso da medici per i Diritti Umani. "Non sembra affatto un nuovo inizio, come lo ha definito la Commissione europea"
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ROMA - I centri di grandi dimensioni come quello di Moria, aperti in Grecia e in Italia per realizzare il cosiddetto Approccio Hotspot, hanno effetti devastanti sulla salute mentale di rifugiati e richiedenti asilo. Il Nuovo Patto sulla migrazione e l’asilo, presentato il 23 settembre scorso dalla Commissione Europea e che dovrà essere discusso e approvato dai Governi dei 27 Paesi europei in sede di Consiglio, non sembra affatto “un nuovo inizio”, come lo ha definito la Commissione Europea nel presentarlo, ma rischia di alimentare il modello dei grandi centri di accoglienza soprattutto nei Paesi chiamati a controllare le frontiere esterne dell’Unione Europea. È quanto denunciano diciotto Associazioni in un documento di analisi promosso da ASGI, INTERSOS, MDM, MEDU, MSF, SANITA’ DI FRONTIERA e SIMM e rivolto alle istituzioni e ai governi europei.

L'Italia dovrebbe aumentare la capianza dei centri di 7 volte. Nonostante la complessità del testo e la necessità di ulteriori approfondimenti, l’impianto generale del Patto sembra infatti confermare, e per alcuni versi esasperare, alcuni aspetti critici dell’attuale sistema di gestione dei flussi migratori. In particolare, le riforme proposte mirano a potenziare e rendere più efficaci le procedure di frontiera, basandosi ancora una volta sull’approccio hotspot. Analizzando i dati relativi al 2016 e al 2020, uno studio appena pubblicato da EuroMed Rights, prevede che con l’applicazione del Patto, un paese come l’Italia dovrebbe moltiplicare la capienza dei propri hotspot e centri per il rimpatrio di 7 volte e mezza in periodi normali, e addirittura di 50 volte in anni di flussi migratori particolarmente critici come il 2016.

Gli effetti devastanti del trauma post traumatico. Da gennaio 2015, circa 1.900.000 rifugiati e migranti sono arrivati in Europa attraversando il Mar Mediterraneo. La maggior parte di loro è sopravvissuta a torture, gravi violenze e altri eventi traumatici interpersonali nei Paesi di origine o lungo le rotte migratorie. Questa popolazione è pertanto particolarmente esposta al rischio di sviluppare disturbi da stress post-traumatico e altre forme di disagio psichico correlate alle drammatiche esperienze vissute. Uno studio pubblicato lo scorso settembre da Medici per i Diritti Umani (MEDU) ha evidenziato che fattori di stress nell’ambiente post-migratorio, come le inadeguate condizioni di accoglienza nei grandi centri, possono avere effetti dannosi molto rilevanti sulla salute mentale dei richiedenti asilo e dei rifugiati.

I disagi maggiori nei centri più grandi. Sulla base di un campione di 122 rifugiati e richiedenti asilo africani da poco sbarcati in Italia e in cerca di assistenza psicologica, lo studio ha rilevato che vivere in un grande centro di accoglienza (come il centro di accoglienza per richiedenti asilo situato di Mineo, in Sicilia, che ospitava oltre 1.000 persone), piuttosto che in centri di piccole e medie dimensioni (meno di 1.000 persone), ha contribuito alla comparsa di un quadro clinico della sindrome post traumatica di particolare gravità. Al momento dello studio, la struttura di Mineo era il più grande centro di accoglienza per richiedenti asilo in Italia e presentava un numero di fattori di stress ben maggiore rispetto ai centri di piccole e medie dimensioni.

Il sovraffollamento la causa principale. Tra di essi vi erano il forte sovraffollamento (il centro di Mineo, con una capienza complessiva di 2.000 posti, è arrivato ad accogliere oltre 4.000 persone);
- l’isolamento geografico e sociale; una permanenza molto lunga, in attesa dell’ottenimento del permesso di soggiorno (18 mesi in media);
- le difficoltà di accesso al Sistema Sanitario Nazionale e al supporto psicosociale e /o legale; gli episodi di degrado sociale, di violenza e di illegalità.

Traumi simili a quelli subiti dai luoghi dai quali si fugge. La letteratura scientifica ha evidenziato ormai da tempo, non solo gli importanti effetti dell’ambiente post-migratorio sulla salute mentale dei rifugiati, ma anche la rilevanza di diversi fattori di stress nei paesi di accoglienza come fattori predittivi della sindrome post traumatica al pari dei traumi subiti nei Paesi di origine e/o lunga la rotta migratoria. Numerosi di questi fattori caratterizzavano proprio il “modello” di grande centro di accoglienza rappresentato da Mineo: difficoltà nella vita quotidiana, prolungato soggiorno in strutture istituzionali , solitudine , scarsa integrazione sociale, difficoltà di accesso all’assistenza sanitaria e ai servizi sociali, lunga attesa per l’ottenimento del permesso di soggiorno.

Lo stress non aiuta l'adattamento e l'integrazione. Tali elementi di stress quotidiano rendono complicato l'adattamento nella società di arrivo e generano insicurezza e paura, peggiorando i vissuti depressivi, le rimuginazioni ansiose e i disturbi del sonno. Inoltre, in alcuni casi tra gli eventi post-migratori ve ne sono alcuni che possono fungere da fattore di ritraumatizzazione, rievocando ansie già esperite dai rifugiati nel corso di eventi traumatici passati. Questo aspetto ha oggi una grande rilevanza dal punto di vista della salute pubblica dal momento che rifugiati e richiedenti asilo sono sempre più ospitati in centri di prima accoglienza enormi e sovraffollati, anche nei Paesi occidentali ad alto reddito.

L'esempio del campo di Moira. Il campo di Moria sull’isola greca di Lesbo, recentemente distrutto da un drammatico incendio, è uno degli esempi più eclatanti in Europa. Quando è avvenuto l’incendio, circa 13.000 profughi vivevano in pessime condizioni di accoglienza in uno spazio progettato per accogliere 3.000 persone. L’hotspot (centro di prima accoglienza situato ai confini esterni dell’Unione europea) di Moria è stato istituito nel 2015 per volere della UE nell’ambito dell’Agenda Europea sulla migrazione. Inizialmente, era previsto che le persone in arrivo dalla Turchia via mare dovessero essere ospitate nel centro di Moria per pochi giorni, il tempo di essere identificate prima di essere trasferite e ricollocate nella Grecia continentale e in altri paesi dell’Unione europea. Tuttavia, i programmi di rilocalizzazione dei richiedenti asilo dalla Grecia e dall’Italia sono stati sospesi nel 2017 e, come è accaduto in molti altri hotspot situati in questi paesi, il sovraffollamento e la durata del soggiorno a Moria sono aumentati a dismisura.

Il "Nuovo Patto" ripropone il modello dei grandi centri. Nonostante la complessità del testo e la necessità di ulteriori approfondimenti, l’impianto generale del Patto sembra infatti confermare, e per alcuni versi esasperare, alcuni aspetti critici dell’attuale sistema di gestione dei flussi migratori. In particolare, le riforme proposte mirano a potenziare e rendere più efficaci le procedure di frontiera, basandosi ancora una volta sull’approccio hotspot. Analizzando i dati relativi al 2016 e al 2020, uno studio appena pubblicato da EuroMed Rights, prevede che con l’applicazione del Patto, un paese come l’Italia dovrebbe moltiplicare la capienza dei propri hotspot e centri per il rimpatrio di 7 volte e mezza in periodi normali, e addirittura di 50 volte in anni di flussi migratori particolarmente critici come il 2016.

Il ruolo decisivo dei Paesi europei. Inoltre, nell’analisi si stima che il limite di tempo proposto dal Patto (12 settimane) per effettuare le procedure d’asilo alla frontiera sia totalmente irrealistico, in un paese come il nostro dove attualmente la durata media della procedura è di due anni. In sintesi, dunque, la simulazione di questo studio indica come l’applicazione delle misure previste dal Patto comporterebbe un uso massiccio e prolungato del trattenimento dei richiedenti asilo all’interno di mega-strutture hotspot. Come avevano giustamente osservato Silove ed Ekblad al principio degli anni duemila, sebbene la prevenzione delle violenze inflitte ai rifugiati nei paesi di origine possa essere al di fuori del controllo dei paesi europei, i Paesi di accoglienza possono (e devono) svolgere un ruolo importante di fronte alle sfide post-migratorie affrontate dai rifugiati in arrivo.

"I decisori politici optino per i piccoli centri". "Mentre il Parlamento europeo e il Consiglio europeo si preparano a esaminare il nuovo Patto- si legge nella nota diffusa da MEDU -  è essenziale che i decisori politici sappiano trarre insegnamento dalle esperienze fallimentari del recente passato. Si rendono oggi necessari sia un’efficace ed equa ridistribuzione dei richiedenti asilo tra i Paesi europei, sia protocolli di valutazione delle domande di asilo tempestivi ed esaustivi. È tempo che l’UE abbandoni i modelli Mineo e Moria - conclude il documento - e in cambio promuova politiche per favorire l’accoglienza in strutture di piccole dimensioni, ben integrate nel contesto sociale, dotate di servizi adeguati, capaci di favorire una reale inclusione a beneficio dei rifugiati così come delle società che li accolgono".