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Calais, i rifugiati sempre più segregati nella periferia della città e spesso cacciati anche dal pronto soccorso

Reportage. Il filo spinato attorno al porto di Calais. Londra non è vicina per tutti. Più di 1800 rifugiati vivono in condizioni disperate in insediamenti informali. E il sindaco vieta la distribuzione del cibo in città (Foto di Giacomo Sini)
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CALAIS - Dalle dune di Calais, la spiaggia sembra un’infinita distesa d’oro che si tuffa nel mare. Sul Nord della Francia splende il sole. Da qui, guardando verso l’orizzonte, si vedono le celeberrime bianche scogliere di Dover. Solo cinquanta chilometri separano la Francia dalle coste inglesi. Una fitta rete metallica e il filo spinato attorno all’area del porto di Calais però ricordano che Londra non è vicina per tutti. Qui, in un luogo a metà strada fra Calais e Dunkerque, più di 1800 rifugiati vivono in condizioni precarie in insediamenti informali. Una situazione drammatica, resa ancora più difficile da quando il sindaco di Calais ha vietato la distribuzione del cibo nel centro della città, spingendo le persone a vivere sempre più ai margini del centro abitato. Anche l’accesso alle cure mediche per i rifugiati è spesso impossibile «succede che al pronto soccorso rifiutino dei rifugiati, anche se con infezioni serie», spiega Noleen di First Aid Support Team, una delle poche organizzazioni umanitarie che presta cure mediche direttamente nei campi. «spesso – aggiunge – ci troviamo a curare ferite causate dalla violenza della polizia».

La tendopoli e due massi a bloccare il passaggio. Nei pressi della rampa autostradale vicina allo stadio, c’è una camionetta di CRS, un corpo della polizia francese con funzioni antisommossa, altre sono ferme all’imboccatura dell’autostrada con i lampeggianti blu accesi. Una colonna di TIR è ferma nel traffico e la polizia controlla che nessuno colga l’occasione per salire a bordo dei mezzi pesanti. Le volontarie di HRO – Human Rights Observers – Ong che documenta le violazioni dei diritti umani nel Nord della Francia, arrivano proprio mentre due poliziotti rientrano a bordo di una delle camionette. Uno impugna uno spray al peperoncino, l’altro ha in mano il manganello. In queste situazioni si verificano spesso violenze, racconta Emma di HRO «Per questo cerchiamo di essere presenti per evitare il peggio e documentare le violazioni dei diritti umani». Non distante dall'autostrada, nel parcheggio di una struttura sportiva sono montati dei bagni chimici, e un gruppo di persone gioca a pallone. Nelle vicinanze sono sistemate varie tende, coperte dal telo impermeabile. Dei grandi massi sono stati disposti all’accesso per impedire il passaggio dei mezzi delle organizzazioni umanitarie che si fermano nel parcheggio per svolgere le loro attività.

I frequenti sgomberi e i sequestri. Emma racconta che qui quando arriva la polizia le persone spostano le tende e le proprie cose nel parcheggio, «questo dimostra quanto sia grave la situazione, pur di non veder sequestrate le poche cose che hanno con sé, le persone preferiscono sfrattarsi da sole, spostandosi di alcune decine di metri. Questo avviene minimo tre volte la settimana. Gli sgomberi e i sequestri non esercitano solo violenza fisica, ma anche una forte violenza psicologica». Negli ultimi mesi di fronte ad un inasprimento della politica repressiva, si sono intensificate le proteste da parte di rifugiati, associazioni, attivisti e cittadini. Ci sono state assemblee, manifestazioni, e uno sciopero della fame di 37 giorni condotto da tre attivisti. Si è creata una forte rete di solidarietà.

I cani che abbaiano contro i rifugiati. Un uomo dalla faccia arrossata dal freddo, stretto in una giacca gialla con su scritto “sicurezza”, tiene a fatica un pastore belga nero che abbaia furiosamente verso un rifugiato che attraversa a testa bassa il parcheggio. È il centro commerciale Auchan di Coquelles. Neanche duecento metri più in là tra i fossi e gli alberi ci sono alcune decine di tende. Qui opera il furgone del Collective Aid Ngo. Alcuni sono già in fila per ritirare giacche e pantaloni. Kayleigh prende nota, per la distribuzione delle scarpe bisogna sempre aggiungere nuove richieste. Un giovane sudanese si avvicina alla ragazza e riceve degli stivaletti di pelle.

Arrivano sconvolti dopo un naufragio. In giornate di sole come questa molte persone provano a passare il mare. Pauline racconta che hanno incontrato «circa 250 persone, ma sappiamo che ce ne sono molte altre». Assieme agli altri volontari di Utopia56 si reca sulle spiagge in cerca di naufraghi da soccorrere, portando vestiti e scarpe asciutte, cibo, per fornire una prima assistenza. Quando notano movimenti della guardia costiera si recano al porto, «le persone sono spesso sconvolte dopo un naufragio, hanno bisogno di scaldarsi, di cure mediche, di supporto psicologico. Il più delle volte invece dopo essere state soccorse vengono abbandonate a sé stesse sulle banchine».

I volontari che preparano da mangiare. Tita, una volontaria dell’Associazione Salam, che anni fa ha lasciato la Calabria per emigrare in Francia, sale sul furgone diretto verso alcuni insediamenti di Grande-Synthe, alle porte di Dunkerque, «molte persone arrivano da Kurdistan, Afghanistan, Vietnam.Ci sono famiglie e bambini», racconta. È quasi mezzogiorno. Altri volontari finiscono di caricare il pranzo appena cucinato in un magazzino adibito a cucina. «Non possiamo lasciar morire di fame tutta quella gente!» esclama la donna mentre gli sportelli si chiudono. In un piazzale poco distante dalla vecchia “Jungle” c’è già molta gente ad attendere un pasto caldo. Un padre cammina abbracciando la figlia e si guarda attorno. Una donna con un bimbo in braccio cerca di mettersi in fila quasi per prima. «Facciamo quello che si può», dice Tita mentre serve la prima porzione.