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Libia, rimpatri volontari: oltre 160 migranti sono stati rimandati in Nigeria, ma di “volontario” c’è stato ben poco, fuggono solo dall’inferno dei centri di detenzione

Libia, rimpatri volontari: oltre 160 migranti sono stati rimandati in Nigeria, ma di “volontario” c’è stato ben poco, fuggono solo dall’inferno dei centri di detenzione
Tra loro 74 donne e 6 bambini. Alla fine decidono di andarsene per sottrarsi dai soprusi dei miliziani nelle galere dove rinchiudono
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ROMA – Le autorità libiche hanno rimpatriato nel loro Paese 161 migranti nigeriani, tra cui 75 donne e 6 bambini, nell'ambito di un programma di ritorno volontario, in coordinamento con l'Organizzazione internazionale per le migrazioni (OIM). Seduti nella sala d'attesa dell'aeroporto di Mitiga, hanno ricevuto cibo e bevande dagli operatori dell'OIM prima di salire sull'aereo. Il ministro degli Interni del governo con sede nella Libia occidentale, Imed Trabelsi, ha parlato con loro prima della partenza. "Non possiamo sopportare da soli questo peso dell'immigrazione clandestina", senza l'aiuto della comunità internazionale, ha detto ai media, ricordando che la Libia è contraria all'insediamento dei "non libici", a meno che non siano "studenti o lavoratori in regola ".

L’accordo Tripoli-Tunisi. Tra il gruppo di migranti, "102 sono stati arrestati alla frontiera mentre cercavano di entrare in Tunisia dalla Libia o in Libia dalla Tunisia", ha detto il ministro. Il 10 agosto scorso Tripoli e Tunisi hanno siglato un accordo che pone fine a una crisi durata un mese, innescata dall'espulsione da parte delle autorità tunisine di 2.000 migranti sub-sahariani, secondo fonti umanitarie, nelle zone inospitali e desertiche dei confini con Libia e Algeria. In un mese almeno 27 persone sono morte e 73 sono scomparse nel deserto tunisino-libico.

Il programma “ritorno volontario”. Samuel Okeri, consigliere dell'ambasciata nigeriana a Tripoli, ha sottolineato che i 161 migranti "non sono stati costretti" a tornare in Nigeria. "Abbiamo spiegato loro che l'immigrazione non è di per sé un male, ma che non possono semplicemente venire in un altro Paese senza rispettare le procedure", ha detto. Al 20 giugno, 165 nigeriani erano già stati rimpatriati nell’ambito del programma di ritorno volontario.

I 600mila migranti-detenuti in Libia. La Libia ha più di 600.000 migranti sul suo territorio. Quando vengono intercettati o salvati nel Mediterraneo durante la traversata verso l’Europa, vengono generalmente rinchiusi in centri di detenzione, spesso in condizioni infami, come denunciato da numerose ONG. Altri vengono talvolta arrestati per l'accattonaggio o durante le incursioni contro i depositi di immigrati clandestini. Immersa nel caos dalla caduta del regime di Muammar Gheddafi nel 2011, la Libia è diventata un hub per decine di migliaia di migranti che cercano di raggiungere illegalmente l'Europa via mare.

Riflessioni e dati sulla vera volontarietà dei ritorni. Il sistema dei Ritorni Volontari Assistiti negli ultimi anni ha suscitato molto interesse nelle cancellerie europee. E’ infatti dal 2016 che è praticata la diffusione di programmi di ritorno volontario e di reintegrazione in Africa, attuati dall’Organizzazione Mondiale per le Migrazioni e finanziati sia dall’Unione Europea attraverso il Fondo fiduciario d’emergenza per l’Africa, sia da Paesi membri – quali l’Italia - attraverso il Fondo Africa.

Il ruolo di OIM nei rimpatri volontari. Secondo la definizione del programma fornita da OIM, i programmi di rimpatrio volontario assistito e reinserimento (RVAR) forniscono un rientro in patria dignitoso, promuovendo il reinserimento sostenibile dei migranti che non sono in grado o non vogliono rimanere nei Paesi ospitanti e desiderano fare rientro volontario nei Paesi di origine. A completamento di una chiara strategia di esternalizzazione, l’azione di OIM ha ricevuto un supporto rilevante in Libia: a seguito della forte riduzione delle partenze verso l’Europa ottenuta con accordi di cooperazione problematici – tra i quali il Memorandum d’intesa del 2017 concluso tra Italia e Libia  – concepito e firmato durante il governo di centro-sinistra, guidato da Paolo Gentiloni, con ministro dell’Interno Marco Minniti, è forse l’esempio più eclatante – il Paese è ormai diventato un carcere a cielo aperto, esposto costantemente al rischio dell’esplosione di una crisi umanitaria.

La retorica del rimpatrio volontario. Una retorica che appare ancor più ipocrita nel complicato e pericoloso contesto libico, dove le procedure di rimpatrio volontario vengono definite “Rimpatrio Umanitario” e sono svolte nella cornice delle attività organizzativa nel Paese africano. I programmi di reinvio dei migranti dalla Libia sono riservati alle persone vulnerabili detenute nei centri di detenzione, soccorsi in mare o bloccati nelle aree urbane libiche e sono realizzati in coordinamento con il DCIM (Directorate for Combating Illegal Migration) e con la famiferata Guardia Costiera libica. 

Le principali criticità dei rimpatri. Quelli dalla Libia presentano evidentissime criticità, di carattere generale e legate, che possono viziarne componenti fondamentali: prima fra tutte – appunto – l’autentica volontarietà del rimpatrio. Non è un mistero per nessuno il fatto che la situazione libica, così com’è oggi, non farebbe sorgere dubbi solo a chi è in malafede, sul fatto che sia veritiera la volontà dei migranti di tornarsene da dove sono disperatamente partiti. E questo vale sopèrattutto per la condizione dei centri-galera libici gestiti dal Ministero dell’Interno di Tripoli, dove la detenzione generalizzata e a tempo indeterminato è la regola. Dove le gravi e sistematiche violazioni dei diritti umani sono perpetrate nella totale arbitrarietà e nella assoluta impunibilità.

Il controllo dei centri-galera gestito da delinquenti. La mancanza di cibo e di prodotti sanitari, assieme ad un sovraffollamento animalesco e assieme alla malnutrizione e la diffusione di malattie, provoca prostrazione fisica e psicologica sempre più diffusa. In secondo luogo, l’incapacità delle autorità di gestire il fenomeno migratorio è resa più evidente dal fatto che buona parte dei centri ufficiali sono controllati da miliziani, autentici delinquenti sanguinari. Del resto, il rapporto della Support Mission dell’ONU in Libia ha mostrato il coinvolgimento diretto di organi del governo libico in violazioni sistematiche dei diritti umani, episodi di tortura e tratta.

Il rimpatrio (affatto volontario) per sottrarsi ai soprusi. Insomma, appare decisamente dubbia la genuinità del consenso al rimpatrio dove, in mancanza di alternative alla detenzione il rimpatrio volontario è l’unica possibilità effettiva per sottrarsi ai soprusi quotidiani e ad una situazione di violenze inaudite. Perplessità  d’altra parte ribadita dall’“Handbook on voluntary repatriation” dell’UNHCR.

In conclusione. L’attivazione dei rimpatri volontari in Libia si inserisce dunque in una più ampia strategia di esternalizzazione sponsorizzata dai Paesi dell’UE e finalizzata a limitare il più possibile l’accesso di cittadini di Paesi terzi al territorio dell’Unione. La partecipazione “indiretta” dell’Italia al piano OIM – che si realizza attraverso il supporto finanziario – è idonea a far sorgere una serie di dubbi circa le responsabilità dello Stato per le carenze di tutela degli interessi dei migranti connesse all’implementazione delle operazioni di rimpatrio.

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