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Immigrati imprenditori, ecco il loro ritratto: “Sono un pilastro per l’economia italiana e un esempio di dinamismo e resilienza”

Immigrati imprenditori, ecco il loro ritratto: “Sono un pilastro per l’economia italiana e un esempio di dinamismo e resilienza”

I dati dei Rapporto Idos – Cna presentato oggi nella sede del Parlamento Europeo di Roma

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ROMA – Sono giovani (il 75,8% ha meno di 50 anni), si occupano principalmente di servizi, guidano il 10.8% delle aziende nel nostro Paese e contribuiscono in modo significativo alla crescita economica dell’Italia e dell’Ue: è questo il ritratto degli imprenditori immigrati tracciato oggi nella sede del Parlamento Europeo di Roma in occasione della presentazione del Rapporto Idos - Cna. Un’analisi non facile da realizzare, a causa della limitata attenzione verso il potenziale dell’imprenditorialità immigrata che si rispecchia nella carenza di dati accurati a livello comunitario.

La scelta di fare gli imprenditori. E’ una strategia di auto-impiego e di potenziale ascesa socioeconomica che mira a migliorare le condizioni lavorative e ad emanciparsi dalle rigide logiche di stratificazione che modellano l’inserimento alle dipendenze. Tuttavia, gli esiti restano intrinsecamente legati a dinamiche simili a quelle a cui cercano di sottrarsi.

Le difficoltà della ricerca. Come spiegano i ricercatori, la mancanza di una standardizzazione nelle regolamentazioni e definizioni tra gli Stati membri rende difficile ottenere una visione chiara delle dinamiche dell’imprenditorialità di origine straniera, che pure viene censita normalmente dai registri di impresa nazionali. Gli studiosi spesso si affidano ai dati Eurostat sui lavoratori autonomi tratti dall’indagine sulla forza lavoro (Lfs), un sondaggio campionario trimestrale che a livello comunitario fornisce stime sulle principali caratteristiche dell’intero mercato del lavoro europeo.

L’importanza delle imprese immigrate per l’Italia. “Dal nostro lavoro – commenta a Repubblica Mondo Solidale il presidente di Idos, Luca Di Sciullo - emerge chiaramente la notevole convenienza, per l’Italia, nel promuovere e rendere quanto più solido il sistema delle imprese immigrate sul territorio, nella misura in cui costituiscono una ‘fisiologica’ rete-ponte tra l’economia e il mercato italiano e i Paesi e le aree di origine degli imprenditori immigrati. Una rete-ponte già operante in casa, che ha dato buona prova di resilienza anche in periodi di crisi globale e che conferirebbe uno strategico respiro internazionale a un sistema interno ancora oltremodo chiuso, provinciale e indebolito”.

L’Unione Europea. Con 37,5 milioni di presenze, l’Europa si conferma come destinazione cruciale per gli immigrati provenienti da tutto il mondo, che portano con sé una vasta gamma di talenti, competenze ed aspirazioni imprenditoriali. Tuttavia, nonostante il potenziale imprenditoriale intrinseco presente nella variegata popolazione migrante dell’Ue, l’assenza di regimi di sostegno efficaci e su misura e gli ostacoli di natura giuridica, culturale e linguistica ostacolano il pieno sviluppo dell’imprenditorialità immigrata.

In Italia. Nel nostro Paese si concentrano un sesto dei lavoratori autonomi stranieri rilevati nell’Ue. In controtendenza con il quadro complessivo, mentre nel periodo 2011-2022, le imprese gestite da italiani hanno visto una flessione del 5,0%, quelle condotte da migranti hanno registrato un notevole aumento del 42,7%. Questo trend ha portato il numero totale di imprese gestite da migranti a 647.797 alla fine del 2022, rappresentando così il 10,8% del totale nazionale, rispetto al modesto 7,4% del 2011.

Dove si trovano le imprese gestite da migranti. Prevalentemente, per il 77,3%, nelle regioni centrosettentrionali (di cui, il 30,8% nel Nord-Ovest, il 20,9% nel Nord-Est e il 13,1% nel Centro), il 22,7% nel Mezzogiorno (16,5% al Sud e 6,2% nelle Isole). Tra le regioni, in cima alla classifica Lombardia (19,1%, 124mila) e Lazio (12,4%, 81mila), con le loro Città metropolitane di Roma (67mila, 10,4%) e Milano (61mila, 9,4%), principali poli dell’immigrazione del Paese. Seguono, a livello regionale, Toscana (61mila, 9,4%), Emilia Romagna (60mila, 9,3%), Veneto (53mila, 8,2%), Piemonte (50mila, 7,8%) e Campania (51mila, 7,8%), unica regione del Mezzogiorno in cui le imprese a conduzione immigrata superano la soglia delle 50mila unità. In Liguria (15,2%), Toscana (15,1%) ed Emilia Romagna (13,5%) l’incidenza della componente immigrata sul tessuto di impresa complessivo raggiunge livelli massimi, con il supporto di aree provinciali come Prato (32,0%), Trieste (19,5%), Firenze (17,5%), Imperia (17,5%) e Reggio Emilia (17,3%).

Che imprese sono? Quasi i tre quarti (480mila, pari al 74,1%) sono ditte individuali ma nel corso degli anni si è notato un consolidamento della base imprenditoriale immigrata, con un aumento delle società di capitale che rappresentano ormai quasi un quinto (18,4%, pari a 119mila) di tutte le attività autonome dei migranti registrate presso le Camere di Commercio, il doppio rispetto al 2011 (9,6%).

Di cosa si occupano? Principalmente di servizi (il 59,0% del totale); a livello di comparti primeggia il commercio con il 31,8%, seguito da vicino dall’edilizia con il 23,9%. Quasi un terzo ha impiegato almeno un dipendente nel corso del 2022 (31,5%): percentuale che si allinea a quella relativa ai soli nativi, pari al 31,7% (l’Italia si colloca sotto la media europea con il 27,1%)

Da dove arrivano gli imprenditori migranti. L’82,0% dei titolari di imprese immigrate è di origine non comunitaria: 63mila sono marocchini (il 12,4%), seguono i romeni (53mila, 10,8%) e i cinesi (52mila, 10,7%), che rappresentano oltre un terzo di tutti i titolari di imprese individuali nati all’estero. Ci sono chiare “specializzazioni etniche” (in realtà più indotte dal contesto esterno che da propensioni naturali). In particolare, i marocchini (66,0%) e i bangladesi (63,5%) si concentrano nel commercio, gli albanesi (67,1%) e i romeni (56,5%) nell’edilizia; i cinesi, infine, hanno una maggiore distribuzione settoriale, ma sono fortemente concentrati nel commercio (34,9%) e nella manifattura (33,0%), oltre che nell’ambito ristorativo-alberghiero (14,4%).

Le donne immigrate. Emergono come una componente significativa e in crescita dell’imprenditoria, rappresentano il 32,8% del totale a livello Ue (in Italia, il 28,5% delle imprenditrici è straniero). I servizi sono il principale settore di attività delle imprese immigrate gestite da donne (113.611, ossia il 71,4% del totale, ben 12 punti percentuali in più rispetto a tutte le aziende guidate da persone di origine straniera). In particolare, e non diversamente dal mercato del lavoro dipendente, si tratta di servizi in agricoltura, cura, assistenza alle persone, servizi domestici o di pulizia e così via.

La concentrazione settoriale. Il commercio (31,8%) e l’edilizia (23,9%) raccolgono oltre la metà delle iniziative autonomo-imprenditoriali dei migranti. I ritmi di crescita più elevati si registrano nelle attività di alloggio e ristorazione, noleggio, agenzie di viaggio, servizi alle imprese e servizi alla persona, insieme alle costruzioni, che negli ultimi tre anni sono state sostenute dagli incentivi governativi.

Il dato anagrafico. Il 75,8% degli imprenditori immigrati ha meno di 50 anni, in contrasto con il 55,4% degli italiani, evidenziando un dinamismo e una vitalità particolari all’interno della comunità imprenditoriale immigrata.

Pilastro per l’economia italiana. Conclude il rapporto: “L’imprenditorialità immigrata si conferma quindi non solo come un pilastro dell’economia italiana, ma anche come un esempio di dinamismo e resilienza, contribuendo in modo sostanziale al progresso sociale ed economico del Paese. Come nel resto d’Europa, però, pur in un contesto di evoluzione continua e in molti aspetti positiva, si intreccia una marcata precarietà e fragilità strutturale, che reclama una maggiore attenzione da parte dei decisori politici”.

Il ruolo dell’imprenditoria immigrata in Europa. Tra i Paesi Ue, la Germania si posiziona al vertice con 436.200 lavoratori autonomi stranieri, seguita da Spagna (394.100), Italia (287.200) e Francia (259.600). Insieme, questi quattro Paesi raggiungono un peso particolarmente significativo, costituendo oltre il 75% del totale dell’imprenditorialità straniera attiva nell’Ue. “L’imprenditoria immigrata rappresenta un pilastro fondamentale per lo sviluppo sostenibile e inclusivo dell’Unione Europea, commenta il Vicepresidente CNA Nazionale, Marco Vicentini. La diversità e la ricchezza di prospettive che gli imprenditori immigrati portano con sé sono un catalizzatore per l’innovazione e la crescita economica. Continueremo a impegnarci affinché sia garantito loro un ambiente favorevole, consentendo loro di sbloccare appieno il loro potenziale imprenditoriale e contribuire in modo tangibile al progresso sociale ed economico non solo del nostro Paese, ma di tutta l’Unione Europea”.

Cosa fare? Tre linee guida. Partendo da una articolata analisi di contesto, il Rapporto suggerisce tre linee guida fondamentali per massimizzare il potenziale imprenditoriale degli immigrati:

1. Sostenere lo sviluppo delle imprese immigrate, capitalizzando la loro vocazione transnazionale per stimolare l’economia italiana e le relazioni con i Paesi di origine degli imprenditori. Questa raccomandazione si basa sul concetto di “globalizzazione dal basso”, in cui le imprese gestite da immigrati diventano attori privilegiati nell’economia bilaterale e transnazionale, contribuendo al cosviluppo sia dell’Italia che dei Paesi d’origine degli imprenditori.

2. Superare gli ostacoli giuridici, burocratici e socio-economici che scoraggiano la crescita delle imprese straniere in Italia, favorendo invece una crescita endogena delle imprese locali. Le imprese immigrate in Italia spesso nascono da un’iniziativa “dal basso”, da parte di immigrati che si sono stabiliti nel Paese da un certo periodo e che decidono di avviare un’attività propria, assumendosi il rischio d’impresa.

3. Valorizzare il potenziale innovativo delle imprese immigrate, soprattutto quelle guidate da giovani di nuova generazione, e promuovere un maggiore sostegno da parte del sistema produttivo italiano per migliorare la competitività sui mercati internazionali. Questa raccomandazione sottolinea l’importanza delle startup innovative gestite da giovani immigrati, che possono portare avanti progetti innovativi e tecnologicamente avanzati, contribuendo così alla crescita economica e alla competitività dell’Italia sui mercati globali.

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