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Migrazioni, cambiano le rotte ma non i rischi: il Mediterraneo è ancora un luogo di morte

L’Organizzazione internazionale per le migrazioni: “Le condizioni politiche dei luoghi di arrivo spingono le persone a cercare nuove vie di fuga. E i trafficanti si adattano”
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ROMA – Quasi ottomila migranti morti o dispersi in tutto il mondo solo nel 2025, ottantaduemila quelli morti e dispersi dal 2014 a oggi: è il bilancio annuale dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim). Le rotte migratorie stanno cambiando, ma i rischi restano sempre gli stessi: elevati e potenzialmente fatali. L’Oim mostra come le condizioni di vita legate a conflitti, cambiamenti climatici e politici nei luoghi di origine e lungo le rotte stanno rimodellando le vie migratorie, mentre il costo umano della migrazione irregolare continua a crescere.

Il Rapporto Globale sulle Rotte Migratorie del 2025. Il dato più rilevante è che il calo degli arrivi non significa meno partenze ma un cambiamento delle rotte dovuto alle misure di controllo, alle dinamiche dei conflitti e alle questioni ambientali che hanno modificato i percorsi già consolidati. In Europa gli arrivi complessivi sono calati ed è cambiato il profilo dei flussi, con i cittadini del Bangladesh che sono diventati il gruppo più numeroso, mentre sono diminuiti gli arrivi dalla Siria.

Viaggi più lunghi e rischiosi. Nel Corno d'Africa le partenze verso l'Arabia Saudita sono diminuite leggermente rispetto al 2024, ma restano al di sopra dei livelli del 2023, mentre i flussi dall'Africa orientale verso l'Africa meridionale sono aumentati verso la fine dell'anno a causa del mutamento della domanda di lavoro nell'Etiopia meridionale. Lungo la rotta atlantica dell'Africa occidentale gli arrivi alle Isole Canarie sono diminuiti dopo il rafforzamento della cooperazione frontaliera, ma i viaggi sono diventati più lunghi e rischiosi. La pressione lungo le rotte non muta. Migliaia di persone sono rimaste bloccate nelle zone di confine con accesso limitato ad alloggi, assistenza sanitaria e protezione, mentre i rimpatri e i trasferimenti sono aumentati.

Le rotte dall’Asia e dal Pacifico. La quota di migranti provenienti dall'Asia-Pacifico è passata dal 20 per cento nel 2024 al 30 per cento nel 2025, per un totale di 47.207 migranti provenienti da quest'area geografica via terra e via mare. I principali paesi di partenza sono stati il Bangladesh, l’Afghanistan, il Pakistan e l’Iran, con i bengalesi che da soli hanno rappresentato il 52 per cento degli arrivi.

Il Mediterraneo centrale. A Malta e in Italia sono arrivate 66.562 persone: un numero più o meno simile all’anno precedente. La Libia è stata il principale punto di partenza verso l’Italia, con una prevalenza di bengalesi, egiziani, eritrei, pakistani e sudanesi. Gli arrivi dal Corno d’Africa sono triplicati rispetto al 2024, mentre quelli dalla Tunisia e dal Pakistan sono diminuiti.

Il Mediterraneo orientale. Gli arrivi in Grecia, Cipro e Bulgaria lungo questa rotta nel 2025 sono diminuiti del 30 per cento rispetto al 2024 ma la mortalità è aumentata. Parallelamente le partenze dalla Libia orientale verso la Grecia, attraverso Creta e Gavdos, sono cresciute con una maggioranza di persone provenienti da Afghanistan, Sudan ed Egitto. Il governo greco ha introdotto sanzioni più severe per i richiedenti asilo respinti, nell’ambito di un inasprimento generale delle politiche migratorie.

Il Mediterraneo occidentale. Gli arrivi in Spagna lungo questa via sono aumentati dell'11 per cento, in linea con la lenta e continua crescita che si registra dal 2022. In particolare quelli verso Ceuta e Melilla si sono intensificati del 45 per cento rispetto al 2024 con una prevalenza di algerini, marocchini e somali.

Il Corno d’Africa. Nel 2025 l'Etiopia ha registrato un lieve calo delle partenze, la maggior parte delle quali è avvenuta attraverso i valichi di frontiera tra Etiopia, Gibuti e Somalia verso lo Yemen e l’Arabia Saudita. A fuggire sono stati soprattutto cittadini etiopi e somali e il 2025 è stato l’anno più letale mai registrato su questa rotta: 995 morti, un aumento del 65 per cento rispetto al 2024.

L’Africa meridionale. È molto difficile monitorare quanti migranti attraversano questa rotta dal Corno d'Africa verso il Sudafrica perché i viaggi sono lunghi, spesso clandestini e coinvolgono tanti percorsi diversi che cambiano a seconda delle condizioni che le persone incontrano sul campo. Tuttavia i dati disponibili e pubblicati dall’OIM mostrano che i movimenti sono quasi triplicati da metà 2025 alla fine dell'anno e questo probabilmente dipende dal calo dell'attrattiva dei lavori minerari da svolgere nella regione etiope di Moyale, che invece in passato aveva attirato diversi migranti.

Come sarà alla fine il 2026? Secondo l'organizzazione i viaggi diventeranno più frammentati e pericolosi lungo le principali rotte a causa dell’aumentare dei conflitti, della precarietà economica e dei mutamenti climatici. Ciò si tradurrà in nuovi itinerari marittimi nelle Americhe, il Mediterraneo centrale continuerà a essere un luogo di spostamento e morte nonostante l'aumento dei recuperi e crescerà il livello di instabilità nel Mediterraneo orientale, con l’intensificarsi delle partenze dalla Libia orientale. Le reti di trafficanti si adatteranno alle pressioni dei controlli nati dalla cooperazione tra i Paesi di partenza, transito e arrivo.

I bisogni umanitari. Nel 2025 le principali richieste hanno riguardato i migranti bloccati alle frontiere e quelli ricollocati o rimpatriati, tutti senza alloggio, assistenza sanitaria e legale. Gli operatori sono intervenuti principalmente nelle zone di confine, ma i tagli globali ai finanziamenti hanno reso l’intervento umanitario più difficile. I ricollocamenti e i rimpatri sono aumentati poiché i governi cercano di gestire in questo modo i flussi ma queste misure, pur puntando a ridurre gli spostamenti irregolari, possono creare nuovi problemi socio-economici che ricadono sempre sui più vulnerabili. I rimpatriati hanno difficoltà a integrarsi di nuovo, subiscono lo stigma per essere prima andati via e poi costretti a tornare, e affrontano difficoltà finanziarie, soprattutto in contesti fragili. I rimpatri su larga scala, infine, possono mettere a dura prova le risorse e aggravare l'instabilità nei paesi di origine.

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