ROMA - Sabato scorso sono morte almeno 139 persone, tra cui 15 bambini, in seguito al ribaltamento di un’imbarcazione di migranti al largo delle coste di Gibuti. Siamo dunque al solito racconto di gente che non ce la fa più di vivere dove vive, lavora, dove ha legami d’affetto e amicizia. Sebbene assuefatti alla fame, alla sete, al caldo, al freddo, alle guerre, affrontano comunque gli odori malefici nelle barche o nei gommoni che li portano verso un altrove che non conoscono, ma che è per loro comunque attraente. Sapendo di poter morire.
Il richiamo di una vita decente. L’imbarcazione trasportava poco più di 350 migranti; diverse persone risultano ancora disperse. “Questa tragedia – ci dice Etleva Kadilli, direttrice regionale dell’UNICEF per l’Africa Orientale e Meridionale – ci ricorda i pericoli che i migranti affrontano nel tentativo di trovare una vita decente e opportunità economiche e richiama l’urgenza di proteggere e sostenere le bambine e i bambini affinché possano spostarsi in sicurezza, senza rischiare di morire”.
I sopravvissuti sono ora la priorità. La barca portava circa 350 persone dirette verso lo Yemen, si è capovolta vicino a Guhere, a Nord della città di Obock. Più di 80 persone, tutte di nazionalità etiope, sono riuscite a sopravvivere. Adesso il problema è quello di garantire assistenza ai superstiti e per questo ci sono i team dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim) che collaborano con le autorità locali, coscienti del fatto che il numero delle vittime potrebbe essere molto più alto.
Tutto in una delle rotte migratorie più pericolose. il Golfo di Aden è – appunto – una delle rotte migratorie più pericolose. L’ennesima tragedia di persone che muoiono annegate per fuggire da luoghi infami e insicuri si trova nel quadro dei pericoli di chi prova a raggiungere lo Yemen attraversando lo stretto di Aden. Stando alle statistiche dell’Oim, gli attraversamenti di quel golfo sono cresciuti del 20% in un anno. Non è difficile legare questo aumento alla ripresa della guerra nella regione etiope del Tigray dalla quale – secondo le Nazioni Unite – sarebbero in fuga, a scaglioni numerosissimi, oltre 20mila migranti in viaggio dall’Etiopia verso Gibuti. Le statistiche delle Nazioni Unite ci informano che nel 2025, sono morte più di 900 persone, o risultate disperse, lungo quella rotta marittima.