ROMA – "L’Italia, l’Europa e le migrazioni: una lunga storia fondata sull’inganno. Dalle dominazioni del passato agli ultimi trenta anni di odio e propaganda, il Patto Europeo e le politiche nazionali confermano le menzogne e la cecità da sempre riservate ai migranti”. In estrema sintesi è questo l’intervento di Luca Di Sciullo, presidente del Centro Studi e Ricerche IDOS alla presentazione del 36° Dossier Statistico Immigrazione, che si è tenuta oggi al Teatro Orione a Roma.
Come si caratterizzano e come cambiano le migrazioni in Italia, in Europa e nel mondo? Alla sua 36ª edizione, il Dossier Statistico Immigrazione risponde con dati e analisi, valorizzando le competenze di oltre 100 esperti ed esperte del settore. Il rapporto annuale del Centro Studi e Ricerche IDOS offre alla società civile, alle istituzioni e ai media uno strumento per leggere i cambiamenti in corso, orientarsi tra i fatti e discutere di politiche migratorie fondate su una documentazione puntuale e sul rispetto dei diritti umani. Il Dossier è realizzato in collaborazione con il Centro Studi Confronti, grazie al sostegno dell’Otto per mille della Tavola Valdese, dell’Istituto di Studi Politici “S. Pio V” e di altre realtà pubbliche e private, nazionali e regionali.
Nel 2050 ci saranno 10 miliardi di persone concentrate nel Sud del mondo. Nel 2025 la popolazione mondiale è di 8,2 miliardi e sfiorerà 9,7 miliardi nel 2050 (+17,6%), ma l’aumento si concentrerà soprattutto nel Sud del mondo. L’Africa passerà da 1,5 a 2,5 miliardi di abitanti (+59,5%), mentre l’Europa perderà il 4,4% della popolazione.
Asimmetrie demografiche ed economiche. A questa asimmetria demografica si sovrappone quella economica: l’Africa ospita il 18,8% degli abitanti del pianeta, ma detiene appena il 5,5% del Pil globale a parità di potere d’acquisto; il suo Pil pro capite è di circa 7.500 dollari, contro quasi 58.000 in Europa e oltre 87.000 in America settentrionale. Nel Nord del mondo vive meno di una persona su sei, ma si concentra il 43,3% del Pil globale.
Su quali dati vanno interpretate le migrazioni globali. È anche dentro questo squilibrio di popolazione, reddito e opportunità che vanno lette le migrazioni. A fine 2024 i migranti internazionali sono circa 304 milioni, il 3,7% della popolazione mondiale: oltre il 96% delle persone continua dunque a vivere nel Paese di nascita. In particolare, gli immigrati rappresentano il 20,9% della popolazione in Oceania, il 16,0% in America settentrionale, il 12,2% in Europa (e il 14,0% nell’Ue), mentre in Africa e Asia incidono rispettivamente solo per l’1,9% e l’1,8%.
Il rapporto tra povertà e migrazione non è automatico. Nei Paesi a sviluppo umano molto alto gli emigrati costituiscono il 4,6% della popolazione, una quota non molto diversa dal 4,1% dei Paesi a basso sviluppo umano. Migrare richiede infatti risorse, informazioni, istruzione e reti sociali; per questo lo sviluppo, almeno nelle sue prime fasi, può accrescere anziché ridurre la propensione a partire. Proprio mentre aumentano i bisogni, si riducono a livello globale le risorse per contrastare le disuguaglianze.
L’aiuto pubblico allo sviluppo è sceso di quasi 50 miliardi. L’Aiuto pubblico allo sviluppo (Aps) dei Paesi del Development assistance committee (Dac) dell’Ocse è sceso di quasi 50 miliardi di dollari in due anni (da 223,9 miliardi nel 2023 a 174,3 miliardi nel 2025). L’Italia ha destinato all’Aps 7,3 miliardi di dollari (6,5 miliardi di euro), lo 0,3% del reddito nazionale lordo, una quota ancora lontana dall’obiettivo internazionale dello 0,7%. Nel 2024, inoltre, ben il 26,7% dell’Aps italiano è stato usato per coprire i costi di accoglienza dei rifugiati in Italia, più del doppio della media dei Paesi del Dac (13,0%).
Intanto nel 2025 circa 645 milioni di persone hanno sofferto la fame. E nel 2030 potrebbero essere ancora 510-520 milioni: l’Obiettivo “Fame Zero” rischia così di restare un miraggio. In Africa le persone denutrite sono 309 milioni, una su cinque, e due abitanti su tre non possono permettersi una dieta sana. In questo quadro rientra il Piano Mattei del governo italiano, esteso a 18 Paesi africani con 76 progetti avviati, la cui efficacia dipenderà non solo dalle risorse mobilitate, ma soprattutto dalle opportunità, dall’occupazione e dalla capacità produttiva che saprà creare.
Cala l’aiuto pubblico, ma cresce quello dei migranti per le famiglie e le comunità d’origine. Mentre l’Aiuto pubblico diminuisce a livello globale e quello italiano resta insufficiente, cresce il contributo diretto dei migranti alle famiglie e alle comunità di origine: nel 2025 le rimesse inviate nei Paesi a medio e basso reddito ammontano a 729 miliardi di dollari e quelle inviate dall’Italia superano gli 8,6 miliardi di euro (+3,9% annuo e +3,6 miliardi rispetto a dieci anni prima), senza contare i trasferimenti informali e una parte di quelli veicolati, in misura crescente, tramite servizi digitali.
Alle disuguaglianze globali si aggiungono guerre. Ma anche le crisi climatiche e le persecuzioni, tanto più che solo il 26% della popolazione mondiale vive in regimi democratici. Alla fine del 2025 sono 117,8 milioni le persone costrette alla fuga, circa 1 ogni 70 abitanti del pianeta: 5,4 milioni in meno rispetto al record del 2024 (-4,3%), ma quasi il doppio dei 65 milioni di dieci anni prima.
Gli sfollati interni per conflitti e violenze sono 68,7 milioni. I rifugiati complessivamente 41,6 milioni, di cui 28,5 milioni riconosciuti ai sensi delle convenzioni internazionali, 7,2 milioni beneficiari di altre forme di protezione e circa 6 milioni palestinesi sotto mandato Unrwa dal 1949 (in parte conteggiati anche tra gli sfollati interni); e i richiedenti asilo in attesa di una decisione 9 milioni. Altri 13,6 milioni di persone sono sfollate all’interno del proprio Paese a causa di catastrofi naturali e vengono conteggiate separatamente, perché non rientrano nelle convenzioni internazionali.
Non è una crisi uniformemente “globale”. Perché l’accoglienza grava soprattutto sui Paesi più vicini e meno ricchi: il 65% dei rifugiati vive in uno Stato confinante con quello di origine e il 68% in un Paese a basso o medio reddito. Il caso del Sudan è emblematico: la caduta di El Fasher, il 26 ottobre 2025, dopo 500 giorni di assedio, ha provocato nuove fughe dal Darfur verso il Ciad.
Nell’Unione Europea meno domande di asilo e più frontiere. Nell’Ue il 2025 ha segnato un calo sia delle domande di protezione sia degli attraversamenti irregolari delle frontiere, senza che tuttavia siano state risolte le criticità strutturali del sistema d’asilo europeo. Le richieste di protezione in prima istanza sono scese a 671.895 (-26,4% sul 2024); includendo i ricorsi, il totale sale a 802.385.
La Spagna è diventata il primo Paese con 141.035 nuove richieste. Davanti a Italia (128.655), Francia (116.370), Germania (113.170) e Grecia (55.380). I minori sono stati 158.615, quasi un richiedente su quattro (23,6%). Gli Stati membri hanno concesso protezione a 325.935 persone (-15,9% annuo), di cui 49.025 soltanto in seguito a un ricorso; alla fine dell’anno, tuttavia, restano pendenti oltre 1,2 milioni di domande. Complessivamente, nell’Ue vivono 8,8 milioni di rifugiati e richiedenti asilo, pari ad appena il 2,0% della popolazione.
Gli attraversamenti irregolari rilevati alle frontiere. Sono scesi a 179.921 (-25,1%), ma con andamenti differenziati lungo le rotte: -61,9% su quella dell’Africa occidentale, -41,8% nei Balcani occidentali, sostanziale stabilità nel Mediterraneo centrale (-0,5%) e un aumento dell’11,3% in quello occidentale. In questo quadro, il nuovo Patto Ue su migrazione e asilo, operativo dal 12 giugno 2026, consolida il ruolo della frontiera nella gestione dell’asilo e rende strutturali gli screening e le procedure accelerate, durante le quali i richiedenti sono trattenuti in aree designate.