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Il processo ai diritti del popolo Saharawi
"Noi fra gli imputati, senza essere criminali"

Il governo marocchino parla di "attentato alla sicurezza dello Stato". I difensori ricordano invece il diritto di un popolo a decidere del proprio futuro. Quello dei 7 militanti, alcuni in carcere da oltre un anno, è uno dei momenti di scontro tra Rabat e il "popolo del deserto", da oltre 35 anni in lotta per il Sahara occidentale. 
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CASABLANCA - Per le autorità marocchine, si sono macchiati di "attentato alla sicurezza interna dello Stato". Per i loro difensori, hanno soltanto "reclamato pubblicamente il diritto di un popolo a decidere del futuro del suo paese". Quello dei sette militanti Saharawi, alcuni dei quali in carcere da oltre un anno, è uno dei tanti momenti di scontro tra Rabat e il "popolo del deserto", da oltre 35 anni in lotta per uno spicchio del Sahara occidentale. Un tratto di sabbia apparentemente insignificante, che nasconde però interessi altissimi: sia da un punto di vista politico - i Saharawi rivendicano la loro autonomia e non si sentono marocchini - che da quello strettamente economico, visto che in quella zona insistono diverse miniere di fosforo e il tratto di mare più pescoso della sponda meridionale del Mediterraneo.

Al processo anche avvocati italiani. Domani - 17 dicembre - a Casablanca dovrebbe aprirsi il processo a Brahim Dah…
CASABLANCA - Per le autorità marocchine, si sono macchiati di "attentato alla sicurezza interna dello Stato". Per i loro difensori, hanno soltanto "reclamato pubblicamente il diritto di un popolo a decidere del futuro del suo paese". Quello dei sette militanti Saharawi, alcuni dei quali in carcere da oltre un anno, è uno dei tanti momenti di scontro tra Rabat e il "popolo del deserto", da oltre 35 anni in lotta per uno spicchio del Sahara occidentale. Un tratto di sabbia apparentemente insignificante, che nasconde però interessi altissimi: sia da un punto di vista politico - i Saharawi rivendicano la loro autonomia e non si sentono marocchini - che da quello strettamente economico, visto che in quella zona insistono diverse miniere di fosforo e il tratto di mare più pescoso della sponda meridionale del Mediterraneo.

Al processo anche avvocati italiani. Domani - 17 dicembre - a Casablanca dovrebbe aprirsi il processo a Brahim Dahane, Ahmed Nassiri, Ali Salem Tamek, Lachgare Degia Yahdih Ettarrouzi Rachid Sghavar e Saleh Lebaihi. Il condizionale è d'obbligo, visto che da mesi i legali dei sette militanti cercano di difenderli, ma si trovano a combattere contro i cavilli della burocrazia marocchina. Tra gli avvocati e gli osservatori internazionali, c'è anche una delegazione italiana composta dai magistrati Maria Donatella Aschettino, Vincenzo Piscitelli, Nicola Quatrano e Paola Russo; dagli avvocati Cesare Amodio, Luciano Capuano, Bruno Larosa, Annalisa Senese; dal giornalista del "Manifesto" Stefano Liberti, nonché dagli esponenti di associazioni e della società civile Alessia Alvino, Giovanna Izzo, Louis Niokhor Benjamin Ndong, Cinzia Terzi, e dall'assessore alle politiche comunitarie del Comune di Riccione Sara Visintin.

"Non siamo criminali". Qualche giorno fa alcuni componenti della delegazione sono stati ricevuti dal sottosegretario agli Esteri Stefania Craxi, alla quale hanno illustrato obiettivi e programma della missione. "Non sarà un processo ad atti di violenza o criminali - è spiegato in una nota - ma semplicemente ai diritti, primo tra tutti quello di autodeterminazione dei popoli, riconosciuto e sancito per il popolo Saharawi da numerose risoluzioni dell'Onu".

Già due rinvii. Nel corso delle prime due udienze (il 15 ottobre ed il 5 novembre), il processo è stato rinviato "a causa di disordini provocati da avvocati marocchini in toga, che hanno inscenato manifestazioni contro gli imputati - hanno spiegato i promotori - e vi sono state vere e proprie aggressioni contro i familiari e i sostenitori degli imputati da parte di gruppi di civili marocchini, sotto l'occhio compiacente e benevolo delle forze dell'ordine". Nei giorni seguenti, anche a seguito dei gravi scontri verificatisi a Layoun, "queste aggressioni fisiche contro i saharawi in quanto popolo si sono intensificate, assumendo sempre di più il carattere di un regolamento dei conti interetnico", si legge ancora nella nota.

Sotto accusa sono i diritti.
"Il sentimento di paura che grava in questi giorni sui Saharawi, spiegano gli osservatori, renderà forse questo processo ai diritti anche un processo senza imputati e senza pubblico". Alla vigilia del dibattimento, tra l'altro, un'avvocatessa spagnola, Inès Miranda, è stata espulsa dal Marocco, proprio perché cercava di andare ad assistere al processo di Layoun.

Una storia infinita. Il conflitto tra "fratelli" nel Sahara Occidentale - fino al 1973 sotto il controllo della Spagna di Franco - è una storia infinita. Il Fronte Polisario, l'organizzazione politica saharawi, riuscì a conquistare questa parte del deserto, ma la "gloriosa" marcia verde del '75 riportò il deserto sotto il controllo marocchino. Adesso almeno 200 mila saharawi vivono negli accampamenti al confine con l'Algeria in condizioni ai limiti della sopravvivenza. Gli scontri di Layoun delle scorse settimane e le polemiche legate al processo ai sette militanti, sono l'ennesima dimostrazione che questa vicenda è ancora ben lontana dall'essere risolta.