Mondo Solidale

LA TRAGEDIA NEL SINAI

Profughi eritrei, l'ambasciata egiziana assicura:
"Li stiamo cercando, ma finora non si trovano"

Su iniziativa della sede diplomatica presso la Santa Sede c'è stato un incontro fra il Consiglio Italiano per i rifugiati e la rappresentante del governo del Cairo in Vaticano. Sono state raccolte tutte le informazioni in possesso da padre Zerai, direttore dell'agenzia eritrea Habeshia. L'impegno della della diplomatica.

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ROMA - I 250 profughi eritrei sono ancora ostaggi nel deserto del Sinai egiziano di un gruppo di trafficanti di esseri umani, che hanno già ucciso otto persone, alcune delle quali perché avevano tentato di fuggire, altre perché non avrebbero mai potuto ricevere, da parenti o da altri, gli 8.000 dollari richiesti dai sequestratori per proseguire il loro viaggio verso Israele. 

L'incontro. Su iniziativa dell'Ambasciata Egiziana presso la Santa Sede, ha avuto luogo un incontro che si e svolto in un clima cordiale, sulla tragedia che coinvolge i profughi eritrei ormai dal 20 novembre scorso. All'incontro hanno preso parte padre Moses Zerai, presidente dell'Agenzia Habeshia, l'onorevole Savino Pezzotta, presidente del Consiglio Italiano Per Rifugiati (CIR).

Fornite tutte le informazioni. La delegazione stata ricevuta dalla signora Aly Hamada Mekhemar, ambasciatore della Repubblica Araba de?Egitto presso la Santa Sede. La rappresentante del governo del Cairo ha ribadito che, fino a questo momento, non sono state trovate tracce di queste persone, ma che le ricerche continueranno. Ha poi aggiunto che sono state raccolte le informazioni che erano in possesso della delegazione ricevuta. Don Zerai ha così comunicato tutte le informazione raccolte per telefono dagli stessi sequestrati. L'ambasciatrice ha quindi assicurato che tutto sarà riferito alle autorità egiziane, per contribuire alla ricerca degli ostaggi.

"E' un'emergenza umanitaria". Riconoscendo che si tratta di una emergenza umanitaria, ha detto che il suo governo farà tutto il possibile per trovarli e liberarli. La delegazione ha fatto però presente che, una volta liberate queste persone, non dovranno essere deportate verso il paese di origine, ma affidate all'UNHCR.