Mondo Solidale

EMERGENZA PROFUGHI

Eritrei nel deserto del Sinai, adesso la beffa
Liberi dai beduini, arrestati dalla polizia egiziana

Ne hanno presi 27 e adesso li vogliono rispedire nei loro paesi d'origine. Questo apre due possibilità per loro: la quasi certa condanna a morte, probabilmente da preferire alla galera a vita nelle carceri dai paesi dai quali sono fuggiti. Un giro d'affari per milioni di dollari nelle mani di bande armate che agiscono indisturbate. E questo fa sorgere non pochi sospetti

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ROMA  -  Alla fine ad essere catturati e arrestati dalle autorità egiziane sono stati loro, i profughi appena liberati dai trafficanti, dopo il pagamento del riscatto. Ne hanno presi 27 e adesso li vogliono rispedire nei loro paesi d'origine e questo per loro può significare due cose: la quasi certa condanna a morte, probabilmente da preferire alla galera a vita nelle carceri dai paesi dai quali sono fuggiti. Le notizie dal deserto del Sinai, lungo la linea di confine tra Egitto e Israele parlano di un giro d'affari per milioni di dollari nelle mani di bande armate, che si arricchiscono indisturbati sulla disperazione di intere popolazioni in fuga.

La beffa.
E parlano di una vera e propria beffa ordita alle spalle di 300 migranti eritrei, somali, etiopi, sudanesi e nigeriani ai quali viene chiesto un riscatto di 8 mila dollari per essere liberati dagli uomini del clan di beduini Rashaida. Gente che dispone di armi modernissime acquistate sul mercato sudanese. Le richieste di denaro vengono intanto accolte dai parenti delle persone sequestrate, persone emigrate in Svizzera, Germania, Francia, Italia, che sta facendo sforzi incredibili per mettere assieme le risorse per pagare il riscatto. In aggiunta a tutto ciò, si ha notizia di altre 900 persone (dunque, in tutto, 1200 essri umani) ostaggio dei predoni, sempre nella zona - evidentemente franca - lungo il confine israelo-egiziano.

L'ultimo contatto. E' arrivato ancora una volta a Moses Zerai, direttore dell'agenzia eritrea Habeshia - il sacerdote eritreo con il quale gli ostaggi tengono i contatti, al quale hanno riferito che una ventina di profughi liberati dai trafficanti sono comunque arrivati in Israele, anche se si attendono conferme dalle autorità israeliane, per vedere se le cose corrispondono alla verità. Le persone ancora nelle mani del clan di beduini hanno poi riferito di essere stati separati dal gruppo di donne, comprese quelle in stato di gravidanza, che non possono pagare il riscatto. Ora il timore è che possano essere vendute ad un altro gruppo di trafficanti o - ed è questo il rischio maggiore, sempre paventato - che siano sottoposte all'espianto di organi.

"Un silenzio imbarazzante".  "Di fronte a tutto questo  -  ha detto padre Zerai -  risulta sempre più incomprensibile l'imbarazzante silenzio delle autorità egiziane, israeliane e palestinesi, di fronte a ciò che si sta consumando alle porte di casa loro. L'Egitto, in particolare, sostiene di non poter intervenire con truppe armate  contro i predoni, perché nel trattato di pace con Israele c'è l'esplicito divieto di introdurre armi pesanti nella comune zona di confine. Quella parte del Sinai  -  ha aggiunto - sembra ormai terra di nessuno dove regna l'anarchia dei trafficanti di esseri umani. Che fine hanno fatto gli accordi internazionali per la lotta contro la tratta di esseri umani, e il traffico di organi? Perché si sta perdendo del tempo, costringendo le famiglie a pagare il riscatto in cambio della vita il proprio congiunto?"

Il sospetto.
Da più parti, non a caso, è stato avanzato il sospetto che questo fingere di non accorgersi di nulla altro non sia che una scelta politica come deterrente contro l'immigrazione. "In questi anni  -  ha aggiunto Zerai - abbiamo visto migliaia di profughi morire in mare, nel deserto, sotto le fucilate della polizia di frontiera egiziana e israeliana, tutto per impedire l'arrivo dei migranti. Quello che gli stati fanno finta di non capire o di non vedere, e molti di questi migranti sono profughi di guerra, di persecuzioni e gente che fugge dalla morte lenta causata da calamita naturale quale siccità, terremoti... Le persone disperate  -  ha detto ancora il sacerdote - tentano di tutto, affrontano la morte, ma i paesi ricchi e 'civilì non possono preoccuparsi solo di sigillare il proprio confine, devono manifestare la loro solidarietà venendo incontro alle presone più vulnerabili, come il caso dei profughi e richiedenti asilo politico. Questa piaga dei nostri giorni  -  ha concluso padre Zerai -  non può lasciare indifferente chi governa questa regione del Medi Oriente, così come le istituzioni dell'Unione Europea  e l'ONU".