ROMA - Sono in centoquaranta, tutti rifugiati somali in possesso di un regolare permesso di soggiorno per protezione internazionale. Stanno tentando di rendere più umano il fatiscente edificio in cui vivono, ormai da anni, a Roma: l'ex-ambasciata somala di via dei Villini. Una struttura senza corrente elettrica e senza riscaldamento, abbandonata dalla rappresentanza diplomatica somala agli inizi degli anni Novanta. In alcuni punti addirittura pericolante.
C'è chi fa le pulizie e chi butta via vecchi ingombri. C'è chi cerca di fare ordine tra oggetti e mobilio in disuso, calcinacci e rifiuti accumulatisi nel corso degli anni, mentre i topi circolano indisturbati. Sono allo stremo, tra giacigli di fortuna, sovraffollamento, scarsa areazione e condizioni igienico-sanitarie disastrose. Aspettano che l'appello lanciato più di un mese fa da Medici per i diritti umani (Medu) a Comune, Provincia, Regione e ministero dell'Interno sortisca qualche effetto. Un appello per individuare con urgenza soluzioni di accoglienza dignitose per una città come Roma e i necessari percorsi di integrazione.
Spiega Alberto Barbieri, coordinatore generale di Medu, l'organizzazione umanitaria e di solidarietà internazionale che dal 2004 fornisce assistenza e orientamento socio-sanitario a oltre 7.000 persone senza dimora: "Un primo risultato lo abbiamo ottenuto perché ieri la Prefettura ha convocato Regione, Provincia, Comune e associazioni. C'è la volontà di trovare delle soluzioni, ma in concreto ancora non sono state individuate. Via dei villini è un inferno dei viventi nel bel mezzo di uno dei quartieri più eleganti della capitale, a due passi da Porta Pia. Non possiamo neanche più parlare di emergenza: va avanti cosi da anni".
In questo "inferno dei viventi" c'è anche un giornalista radiotelevisivo somalo - lo chiamiamo A - fuggito dal suo Paese perché minacciato di morte per il suo lavoro. Volevano zittirlo per sempre. I suoi genitori hanno venduto la casa per pagare il viaggio che gli avrebbe salvato la vita. "Non avevo documenti perché non esisteva un governo in Somalia, per questo ho dovuto pagare moltissimi soldi per ottenere il passaporto. Dall'Etiopia sono andato in Sudan e poi in Libia. Ho impiegato tre mesi, ma appena arrivato, i soldati libici mi hanno arrestato perché allora non avevo ancora i documenti. Sono stato in carcere sette mesi. Il carcere in Libia è duro, durissimo...".
E poi l'arrivo in Italia, su una barca con altre 140 persone, per tre giorni e tre notti nel Mediterraneo. "Poi la barca ha iniziato a spaccarsi, allora ci siamo spogliati e abbiamo cercato di tappare le crepe con i nostri vestiti..." Una volta arrivato a Pozzallo, in Sicilia, gli hanno preso le impronte e lo hanno lasciato per sei mesi in un centro di identificazione, in attesa dei documenti. Finalmente arriva il permesso di soggiorno. Ma a quel punto A. non sa dove andare. Gli danno l'indirizzo di via dei villini: "Appena ho visto le condizioni in cui avrei dovuto vivere qui a Roma sono partito per la Svezia".
E qui entra in gioco il Regolamento di Dublino: il richiedente asilo può fare richiesta solo una volta e nel Paese in cui arriva. Il che vuol dire che chi arriva in Italia è costretto a rimanerci. Dopo sei mesi - "stavo imparando la lingua" - gli svedesi scoprono che le sue impronte sono in Italia e lo rimandano indietro. Ma A. non vuole arrendersi a vivere in via dei Villini, vuole stare in condizioni civili, e ci riprova. Va in Finlandia, dove gli danno 500 dollari al mese. Ma anche lì, dopo sei mesi, lo rispediscono indietro. Dopo altri due mesi riparte di nuovo, per l'Olanda. E anche da lì lo rimandano in via dei Villini. "Ora devo restare per forza qui. Ora basta. Se potessi, tornerei a casa, se ci fosse la pace, ma la pace non c'è".
"Alcuni sono così disperati - racconta Barbieri - che arrivano a bruciarsi i polpastrelli per non essere rispediti in Italia". Già nel 2004 il New York Times descrisse nei dettagli lo stato di via dei Villini, auspicando un rapido intervento da parte del governo italiano. Sono passati più di sei anni e la situazione è rimasta invariata, tranne che per l'unità mobile di Medu che visita e assiste i rifugiati. Restano funzionanti solo due servizi igienici, in condizioni a dir poco precarie. Per cucinare ci sono vecchi fornellini da campo poco sicuri, in spazi angusti e in vicinanza di materiali facilmente infiammabili. Ma perché non si riesce a trovare una soluzione umana per Via dei Villini?
"Il problema - spiega Barbieri - è che il sistema di accoglienza e di integrazione prevede tremila posti per tutto il territorio nazionale. La Francia, giusto per fare un esempio vicino a noi, ne ha 30mila. Solo a Roma ci sono millecinquecento rifugiati: è normale che si creino situazioni di degrado come quella di via dei Villini. E certo non stanno meglio i rifugiati afghani all'Ostiense, quelli eritrei nella baraccopoli di Ponte mammolo, né quelli del Corno d'Africa in via Arrigo Cavaglieri, alla Romanina e in via Collatina".
Per fare un po' di conti, per ogni richiedente asilo che riesce ad entrare nel sistema di accoglienza, ce ne sono altri due che restano fuori. Barbieri snocciola un po' di numeri: nel 2009 ci sono state 17.603 richieste di asilo, cioè il 42% in meno rispetto alle 30.492 richieste del 2008. "Una diminuzione - dice - che, come ha anche rilevato l'Unhcr, può essere anche attribuita alle politiche restrittive attuate nel Canale di Sicilia da Italia e Libia".
Se andiamo a vedere i dati dei primi tre mesi del 2010, le cifre crollano ancora: da gennaio a marzo le richieste sono state 2.200. Nello stesso periodo nel 2009 erano state 4.680. "Nonostante ciò, non siamo in grado di far vivere queste persone in modo civile. L'Italia non può permettersi questo". E' questo il punto su cui batte Medici per i diritti umani: serve l'impegno della politica e delle istituzioni per dimensionare il sistema rispetto alle reali necessità. "L'Italia - chiede Barbieri - deve stanziare risorse per l'accoglienza e per percorsi di integrazione, di lingua italiana, di avviamento al lavoro. Il problema di Via dei Villini non può essere definito un'emergenza. Noi continuiamo la nostra azione di supporto socio-sanitario ai rifugiati, ma questa è una situazione insostenibile che da troppo tempo ha cancellato, nel pieno centro della città di Roma, la dignità e i diritti fondamentali della persona".
"Qui nell'ambasciata - racconta I., rifugiato da Mogadiscio - la maggior parte delle persone va in altri Paesi: sanno che li rimanderanno indietro, ma sperano che nel frattempo passino sei mesi e allora qui farà caldo e non sarà così duro dormire fuori. C'è un mio amico che si è bruciato le mani, quattro mesi fa, per cancellare le sue impronte così è riuscito ad andarsene e ad ottenere i documenti in un altro paese. Ora è in Svezia. Un altro, per fare questo, ha perso le dita delle mani. Ora è in Inghilterra, ha i documenti, ma non ha più le mani".
C'è chi fa le pulizie e chi butta via vecchi ingombri. C'è chi cerca di fare ordine tra oggetti e mobilio in disuso, calcinacci e rifiuti accumulatisi nel corso degli anni, mentre i topi circolano indisturbati. Sono allo stremo, tra giacigli di fortuna, sovraffollamento, scarsa areazione e condizioni igienico-sanitarie disastrose. Aspettano che l'appello lanciato più di un mese fa da Medici per i diritti umani (Medu) a Comune, Provincia, Regione e ministero dell'Interno sortisca qualche effetto. Un appello per individuare con urgenza soluzioni di accoglienza dignitose per una città come Roma e i necessari percorsi di integrazione.
Spiega Alberto Barbieri, coordinatore generale di Medu, l'organizzazione umanitaria e di solidarietà internazionale che dal 2004 fornisce assistenza e orientamento socio-sanitario a oltre 7.000 persone senza dimora: "Un primo risultato lo abbiamo ottenuto perché ieri la Prefettura ha convocato Regione, Provincia, Comune e associazioni. C'è la volontà di trovare delle soluzioni, ma in concreto ancora non sono state individuate. Via dei villini è un inferno dei viventi nel bel mezzo di uno dei quartieri più eleganti della capitale, a due passi da Porta Pia. Non possiamo neanche più parlare di emergenza: va avanti cosi da anni".
In questo "inferno dei viventi" c'è anche un giornalista radiotelevisivo somalo - lo chiamiamo A - fuggito dal suo Paese perché minacciato di morte per il suo lavoro. Volevano zittirlo per sempre. I suoi genitori hanno venduto la casa per pagare il viaggio che gli avrebbe salvato la vita. "Non avevo documenti perché non esisteva un governo in Somalia, per questo ho dovuto pagare moltissimi soldi per ottenere il passaporto. Dall'Etiopia sono andato in Sudan e poi in Libia. Ho impiegato tre mesi, ma appena arrivato, i soldati libici mi hanno arrestato perché allora non avevo ancora i documenti. Sono stato in carcere sette mesi. Il carcere in Libia è duro, durissimo...".
E poi l'arrivo in Italia, su una barca con altre 140 persone, per tre giorni e tre notti nel Mediterraneo. "Poi la barca ha iniziato a spaccarsi, allora ci siamo spogliati e abbiamo cercato di tappare le crepe con i nostri vestiti..." Una volta arrivato a Pozzallo, in Sicilia, gli hanno preso le impronte e lo hanno lasciato per sei mesi in un centro di identificazione, in attesa dei documenti. Finalmente arriva il permesso di soggiorno. Ma a quel punto A. non sa dove andare. Gli danno l'indirizzo di via dei villini: "Appena ho visto le condizioni in cui avrei dovuto vivere qui a Roma sono partito per la Svezia".
E qui entra in gioco il Regolamento di Dublino: il richiedente asilo può fare richiesta solo una volta e nel Paese in cui arriva. Il che vuol dire che chi arriva in Italia è costretto a rimanerci. Dopo sei mesi - "stavo imparando la lingua" - gli svedesi scoprono che le sue impronte sono in Italia e lo rimandano indietro. Ma A. non vuole arrendersi a vivere in via dei Villini, vuole stare in condizioni civili, e ci riprova. Va in Finlandia, dove gli danno 500 dollari al mese. Ma anche lì, dopo sei mesi, lo rispediscono indietro. Dopo altri due mesi riparte di nuovo, per l'Olanda. E anche da lì lo rimandano in via dei Villini. "Ora devo restare per forza qui. Ora basta. Se potessi, tornerei a casa, se ci fosse la pace, ma la pace non c'è".
"Alcuni sono così disperati - racconta Barbieri - che arrivano a bruciarsi i polpastrelli per non essere rispediti in Italia". Già nel 2004 il New York Times descrisse nei dettagli lo stato di via dei Villini, auspicando un rapido intervento da parte del governo italiano. Sono passati più di sei anni e la situazione è rimasta invariata, tranne che per l'unità mobile di Medu che visita e assiste i rifugiati. Restano funzionanti solo due servizi igienici, in condizioni a dir poco precarie. Per cucinare ci sono vecchi fornellini da campo poco sicuri, in spazi angusti e in vicinanza di materiali facilmente infiammabili. Ma perché non si riesce a trovare una soluzione umana per Via dei Villini?
"Il problema - spiega Barbieri - è che il sistema di accoglienza e di integrazione prevede tremila posti per tutto il territorio nazionale. La Francia, giusto per fare un esempio vicino a noi, ne ha 30mila. Solo a Roma ci sono millecinquecento rifugiati: è normale che si creino situazioni di degrado come quella di via dei Villini. E certo non stanno meglio i rifugiati afghani all'Ostiense, quelli eritrei nella baraccopoli di Ponte mammolo, né quelli del Corno d'Africa in via Arrigo Cavaglieri, alla Romanina e in via Collatina".
Per fare un po' di conti, per ogni richiedente asilo che riesce ad entrare nel sistema di accoglienza, ce ne sono altri due che restano fuori. Barbieri snocciola un po' di numeri: nel 2009 ci sono state 17.603 richieste di asilo, cioè il 42% in meno rispetto alle 30.492 richieste del 2008. "Una diminuzione - dice - che, come ha anche rilevato l'Unhcr, può essere anche attribuita alle politiche restrittive attuate nel Canale di Sicilia da Italia e Libia".
Se andiamo a vedere i dati dei primi tre mesi del 2010, le cifre crollano ancora: da gennaio a marzo le richieste sono state 2.200. Nello stesso periodo nel 2009 erano state 4.680. "Nonostante ciò, non siamo in grado di far vivere queste persone in modo civile. L'Italia non può permettersi questo". E' questo il punto su cui batte Medici per i diritti umani: serve l'impegno della politica e delle istituzioni per dimensionare il sistema rispetto alle reali necessità. "L'Italia - chiede Barbieri - deve stanziare risorse per l'accoglienza e per percorsi di integrazione, di lingua italiana, di avviamento al lavoro. Il problema di Via dei Villini non può essere definito un'emergenza. Noi continuiamo la nostra azione di supporto socio-sanitario ai rifugiati, ma questa è una situazione insostenibile che da troppo tempo ha cancellato, nel pieno centro della città di Roma, la dignità e i diritti fondamentali della persona".
"Qui nell'ambasciata - racconta I., rifugiato da Mogadiscio - la maggior parte delle persone va in altri Paesi: sanno che li rimanderanno indietro, ma sperano che nel frattempo passino sei mesi e allora qui farà caldo e non sarà così duro dormire fuori. C'è un mio amico che si è bruciato le mani, quattro mesi fa, per cancellare le sue impronte così è riuscito ad andarsene e ad ottenere i documenti in un altro paese. Ora è in Svezia. Un altro, per fare questo, ha perso le dita delle mani. Ora è in Inghilterra, ha i documenti, ma non ha più le mani".