ROMA - "Aiutiamoli a casa loro". In Italia lo dicono tutti, da quando l'Europa ha riscoperto, come se fosse una straordinaria novità, quel che è sempre accaduto nella storia: le migrazioni di massa dalle zone più povere a quelle più ricche, da quelle sconvolte da guerre, fame, epidemie, disastri naturali a quelle in cui si può almeno sopravvivere. Da noi "aiutiamoli a casa loro" può essere un mero flatus vocis per nascondere il vero pensiero che prorompe nei "föra di ball" (magari a colpi di mitraglia), oppure un'intenzione sincera, un'espressione, quanto meno, di buona volontà nel paese che detiene il record europeo delle riduzioni dei fondi per gli aiuti allo sviluppo.
Aiutarli. Ma come? Il problema vero è che dare sostanza alle buone intenzioni, cosa che spesso non è facile, in questo caso è molto difficile: aiutarli a casa loro. Sì, ma come? La cooperazione fa molto, ma in Europa, a parte la scandalosa (e a lungo andare suicida) grettezza dei governi, a cominciare da quello italiano, al quadro delle politiche degli aiuti mancano in generale cornici istituzionali che le contengano. L'urgenza degli "aiuti a casa loro" si sente, allora, solo quando ci si ritrova davanti alle emergenze, vere, presunte o volute per ragioni di propaganda che siano. Quando Lampedusa scoppia, quando l'Europa non è "solidale"...
La proposta del Movimento Europeo. In mezzo a tante chiacchiere, qualche idea però si sta facendo strada. Il Consiglio Italiano del Movimento Europeo (Cime), per esempio, ha lanciato una proposta che cerca di rispondere proprio alla necessità di creare una cornice istituzionale a una seria politica di aiuti allo sviluppo per quanto riguarda l'Africa del nord e, più in generale, i paesi arabi. Il Cime in sostanza propone una Comunità tra l'Unione Europea e i paesi della sponda sud del Mediterraneo sul modello di quella che fu, a metà del secolo scorso, la Ceca, la Comunità del Carbone e dell'Acciaio. Si tratterebbe cioè di creare una struttura comune per gestire i grandi problemi del rapporto nord-sud, che si materializzano tra le due sponde del Mediterraneo: l'acqua, l'energia, l'ambiente, i consumi alimentari.
La "CECA mediterranea". Naturalmente, questa "Ceca mediterranea" per nascere dovrebbe contare, sul coté europeo, di un solo partner, l'Unione, cui i governi nazionali delegassero come competenza esclusiva le politiche di aiuti allo sviluppo e di aiuti alimentari, sostenute ovviamente dai necessari mezzi finanziari. La nuova Comunità del mondo mediterraneo garantirebbe al proprio interno lo stesso spazio comune di libertà, di sicurezza e di giustizia che, partendo proprio dalla Ceca e con lo sviluppo dell'integrazione istituzionale fino all'Unione, l'Europa ha costruito per sé.
Una prospettiva realistica. Utopie? Potrebbe sembrare così. Però i promotori dell'iniziativa sottolineano due circostanze innegabili. La prima è che comunque nei paesi del Maghreb e in generale nel mondo arabo è partito un processo di democratizzazione paragonabile per estensione e profondità a quello innescato nell'89 nell'Europa dell'est dalla caduta del Muro di Berlino. Alle enormi trasformazioni di allora, l'Unione Europea fu obbligata a rispondere e seppe farlo, anche adeguando la sua struttura. Pure al terremoto che scuote oggi il sud del Mediterraneo l'Unione è obbligata a rispondere. Per ora, lo sta facendo molto male e in modo scoordinato, soprattutto per quel che riguarda le migrazioni (per non parlare delle incertezze e delle contraddizioni sull'intervento in Libia), ma nessuno, neppure i più euroscettici, dubita della necessità di adottare, al più presto, non solo una linea ma una vera e propria politica comune.
Un modello che ha funzionato. Il secondo dato di fatto, che invita a un po' di ottimismo, si nasconde nella storia e consiste nel patrimonio di esperienza che l'Europa porta in sé in materia di passaggi da politiche di aiuti e di stimolo allo sviluppo a progressive forme di integrazione continentale, prima sovranazionali e poi comunitarie: dal piano Marshall al Congresso dell'Aja, che nel 1948 pose le basi per la creazione del Consiglio d'Europa, alla Ceca, appunto, al processo di Helsinki che sancì la cooperazione in materia di sicurezza, sviluppo economico e diritti umani, alla Carta dei diritti fondamentali di Nizza. E si tratta solo di alcuni dei passaggi di un progresso verso l'integrazione, che non si è mai interrotto, neppure nei momenti peggiori (come questo che stiamo attraversando). Perché il modello, il cui successo ha evidenti ragioni intrinseche, dovrebbe non funzionare per una comunità più vasta, tra l'Unione europea e i paesi del Mediterraneo?
Una conferenza internazionale. Queste sono le premesse. Che cosa propone, concretamente, il Movimento europeo? Il primo passo dovrebbe essere una conferenza internazionale alla quale il Consiglio europeo inviterebbe i paesi del Mediterraneo meridionale insieme con la Lega Araba, l'Unione Africana, la Russia, gli Usa e la Cina. La conferenza dovrebbe avviare il processo di individuazione delle nuove istituzioni. Prima di questo atto ufficiale degli Stati, dell'Unione e delle organizzazioni internazionali dovrebbe svolgersi, secondo il Cime, un "congresso della società civile euro-mediterranea" ispirato allo spirito del congresso dell'Aja del '48. Come allora si individuava nella ricerca di una strada comune l'unica possibilità di riscattare l'Europa dopo la follìa sanguinosa cui l'avevano portata i nazionalismi, ora si tratterebbe di indicare la via di una comune responsabilità nella gestione dei giganteschi problemi dello sviluppo nell'area del Mediterraneo.
Aiutarli. Ma come? Il problema vero è che dare sostanza alle buone intenzioni, cosa che spesso non è facile, in questo caso è molto difficile: aiutarli a casa loro. Sì, ma come? La cooperazione fa molto, ma in Europa, a parte la scandalosa (e a lungo andare suicida) grettezza dei governi, a cominciare da quello italiano, al quadro delle politiche degli aiuti mancano in generale cornici istituzionali che le contengano. L'urgenza degli "aiuti a casa loro" si sente, allora, solo quando ci si ritrova davanti alle emergenze, vere, presunte o volute per ragioni di propaganda che siano. Quando Lampedusa scoppia, quando l'Europa non è "solidale"...
La proposta del Movimento Europeo. In mezzo a tante chiacchiere, qualche idea però si sta facendo strada. Il Consiglio Italiano del Movimento Europeo (Cime), per esempio, ha lanciato una proposta che cerca di rispondere proprio alla necessità di creare una cornice istituzionale a una seria politica di aiuti allo sviluppo per quanto riguarda l'Africa del nord e, più in generale, i paesi arabi. Il Cime in sostanza propone una Comunità tra l'Unione Europea e i paesi della sponda sud del Mediterraneo sul modello di quella che fu, a metà del secolo scorso, la Ceca, la Comunità del Carbone e dell'Acciaio. Si tratterebbe cioè di creare una struttura comune per gestire i grandi problemi del rapporto nord-sud, che si materializzano tra le due sponde del Mediterraneo: l'acqua, l'energia, l'ambiente, i consumi alimentari.
La "CECA mediterranea". Naturalmente, questa "Ceca mediterranea" per nascere dovrebbe contare, sul coté europeo, di un solo partner, l'Unione, cui i governi nazionali delegassero come competenza esclusiva le politiche di aiuti allo sviluppo e di aiuti alimentari, sostenute ovviamente dai necessari mezzi finanziari. La nuova Comunità del mondo mediterraneo garantirebbe al proprio interno lo stesso spazio comune di libertà, di sicurezza e di giustizia che, partendo proprio dalla Ceca e con lo sviluppo dell'integrazione istituzionale fino all'Unione, l'Europa ha costruito per sé.
Una prospettiva realistica. Utopie? Potrebbe sembrare così. Però i promotori dell'iniziativa sottolineano due circostanze innegabili. La prima è che comunque nei paesi del Maghreb e in generale nel mondo arabo è partito un processo di democratizzazione paragonabile per estensione e profondità a quello innescato nell'89 nell'Europa dell'est dalla caduta del Muro di Berlino. Alle enormi trasformazioni di allora, l'Unione Europea fu obbligata a rispondere e seppe farlo, anche adeguando la sua struttura. Pure al terremoto che scuote oggi il sud del Mediterraneo l'Unione è obbligata a rispondere. Per ora, lo sta facendo molto male e in modo scoordinato, soprattutto per quel che riguarda le migrazioni (per non parlare delle incertezze e delle contraddizioni sull'intervento in Libia), ma nessuno, neppure i più euroscettici, dubita della necessità di adottare, al più presto, non solo una linea ma una vera e propria politica comune.
Un modello che ha funzionato. Il secondo dato di fatto, che invita a un po' di ottimismo, si nasconde nella storia e consiste nel patrimonio di esperienza che l'Europa porta in sé in materia di passaggi da politiche di aiuti e di stimolo allo sviluppo a progressive forme di integrazione continentale, prima sovranazionali e poi comunitarie: dal piano Marshall al Congresso dell'Aja, che nel 1948 pose le basi per la creazione del Consiglio d'Europa, alla Ceca, appunto, al processo di Helsinki che sancì la cooperazione in materia di sicurezza, sviluppo economico e diritti umani, alla Carta dei diritti fondamentali di Nizza. E si tratta solo di alcuni dei passaggi di un progresso verso l'integrazione, che non si è mai interrotto, neppure nei momenti peggiori (come questo che stiamo attraversando). Perché il modello, il cui successo ha evidenti ragioni intrinseche, dovrebbe non funzionare per una comunità più vasta, tra l'Unione europea e i paesi del Mediterraneo?
Una conferenza internazionale. Queste sono le premesse. Che cosa propone, concretamente, il Movimento europeo? Il primo passo dovrebbe essere una conferenza internazionale alla quale il Consiglio europeo inviterebbe i paesi del Mediterraneo meridionale insieme con la Lega Araba, l'Unione Africana, la Russia, gli Usa e la Cina. La conferenza dovrebbe avviare il processo di individuazione delle nuove istituzioni. Prima di questo atto ufficiale degli Stati, dell'Unione e delle organizzazioni internazionali dovrebbe svolgersi, secondo il Cime, un "congresso della società civile euro-mediterranea" ispirato allo spirito del congresso dell'Aja del '48. Come allora si individuava nella ricerca di una strada comune l'unica possibilità di riscattare l'Europa dopo la follìa sanguinosa cui l'avevano portata i nazionalismi, ora si tratterebbe di indicare la via di una comune responsabilità nella gestione dei giganteschi problemi dello sviluppo nell'area del Mediterraneo.