ROMA - Non si sa più nulla, ormai dal 22 marzo scorso, di 335 persone, tutti profughi eritrei, etiopi e somali adulti - oltre ad un numero ancora incerto di bambini - partiti dal porto di Zarzis, o di Tripoli. Si sa soltanto che quindici giorni dopo quel 22 marzo, si parlò del ritrovamento di cadaveri crivellati di colpi di arma da fuoco. Poi di nuovo un silenzio lungo 6 mesi. "Ora - si legge in una nota dell'Agezia Habeshia per la Cooperazione allo Sviluppo, diretta da don Moses Zerai - vogliamo sapere la verità su che cosa è realmente successo a quelle persone, che sono stati i primi a tentare di lasciare la Libia in rivolta contro il regime. Le autorità Libiche ci aiutino a fare luce su questa tragedia, che ha molti punti oscuri - si afferma ancora nella nota - i responsabili di quel viaggio in mezzo ai fuochi incrociati sono ancora in Libia liberi, mentre centinaia di famiglie ancora si disperano perché non sanno che fine hanno fatto i loro familiari".
I racconti per telefono. La tragedia dei profughi eritrei nel Sinai, dunque, non conosce fine. Nell'ultimo mese - risulta all'Agenzia Habeshia, costantemente in contatto telefonico con i sequestrati - sono stati torturati a morte 4 persone, 41 persone sono a rischio tra cui 7 donne, una di loro è incinta. In un altro gruppo ci sono altre 44 persone, tra cui 11 donne, 32 uomini e 3 di loro sono minorenni. I prigionieri gridano al telefono la loro disperazione, chiedendo aiuto, raccontano la loro segregazione in luoghi sotterranei. Parlano di continue vessazioni, di torture con scosse elettriche, di plastica fusa sulla pelle, di abusi sessuali delle donne. S'ignora, al momento, il numero di persone che hanno perso la vita per mano dei trafficanti, solo perché non sono stati in grado di pagare il riscatto richiesto dai predoni. Molti hanno detto di aver già versato fino a 15.000 dollari. Diciassette persone - sostiene l'Agenzia Habeshia - hanno già pagato una media di 25.000 dollari e sono stati rilasciati in territorio israeliano.
L'inerzia degli Stati. E' l'accusa principale che padre Zerai, attraverso il sito dell'Agenzia rivolge alle organizzazioni internazionali e ai governi europei e degli Stati Uniti. "Il silenzio del mondo è una manna per i criminali - si legge nel sito di Habeshia - genete che si arricchisce avendo messo in piedi un business milionario intorno a questo traffico che sta costringendo centinaia di famiglie ad indebitarsi per importi che pagheranno per decenni, spesso neanche necessari per salvare la vita ad un figlio, una figlia, un marito. Si vendono tutto o finiscono nelle mani degli usurai. Le casse dove finiscono tutti i soldi estorti dai mercanti di esseri umani, sono gestiti da prestanome che si trovano in Israele, Dubai, Khartoum, Il Cairo, Asmara. Perché - domanda Moses Zerai - l'ONU e l'UE non sono impegnati nell'azione di contrasto verso questo orribile traffico? Esistono accordi internazionali per combatterlo. Manca però la volontà politica di farlo".
I racconti per telefono. La tragedia dei profughi eritrei nel Sinai, dunque, non conosce fine. Nell'ultimo mese - risulta all'Agenzia Habeshia, costantemente in contatto telefonico con i sequestrati - sono stati torturati a morte 4 persone, 41 persone sono a rischio tra cui 7 donne, una di loro è incinta. In un altro gruppo ci sono altre 44 persone, tra cui 11 donne, 32 uomini e 3 di loro sono minorenni. I prigionieri gridano al telefono la loro disperazione, chiedendo aiuto, raccontano la loro segregazione in luoghi sotterranei. Parlano di continue vessazioni, di torture con scosse elettriche, di plastica fusa sulla pelle, di abusi sessuali delle donne. S'ignora, al momento, il numero di persone che hanno perso la vita per mano dei trafficanti, solo perché non sono stati in grado di pagare il riscatto richiesto dai predoni. Molti hanno detto di aver già versato fino a 15.000 dollari. Diciassette persone - sostiene l'Agenzia Habeshia - hanno già pagato una media di 25.000 dollari e sono stati rilasciati in territorio israeliano.
L'inerzia degli Stati. E' l'accusa principale che padre Zerai, attraverso il sito dell'Agenzia rivolge alle organizzazioni internazionali e ai governi europei e degli Stati Uniti. "Il silenzio del mondo è una manna per i criminali - si legge nel sito di Habeshia - genete che si arricchisce avendo messo in piedi un business milionario intorno a questo traffico che sta costringendo centinaia di famiglie ad indebitarsi per importi che pagheranno per decenni, spesso neanche necessari per salvare la vita ad un figlio, una figlia, un marito. Si vendono tutto o finiscono nelle mani degli usurai. Le casse dove finiscono tutti i soldi estorti dai mercanti di esseri umani, sono gestiti da prestanome che si trovano in Israele, Dubai, Khartoum, Il Cairo, Asmara. Perché - domanda Moses Zerai - l'ONU e l'UE non sono impegnati nell'azione di contrasto verso questo orribile traffico? Esistono accordi internazionali per combatterlo. Manca però la volontà politica di farlo".