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EMERGENZE UMANITARIE

Somalia, l'indifferenza che uccide
L'allarme per un popolo dimenticato

La miscela esplosiva fatta di miseria, conflitti armati, corruzione dei pubblici poteri e "distrazioni" della cosiddetta comunità internazionale e dell'ONU. L'aumento dell'insicurezza nel gigantesco campo profughi di Dadaab in Kenia riduce di fatto la capacità operativa dei cooperatori.Le bombe del Kenia e gli stipendi d'oro dei funzionari delle Nazioni Unite "osservatori" della Somalia a Nairobi

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GINEVRA - Una miscela micidiale fatta di povertà endemica, guerre civili, assenza di diritti fondamentali, debolezze politico-istituzionali di governi inetti e corrotti, siccità e carestia ha fatto sì che circa 300 mila persone siano letteralmente fuggite dalla Somalia nel corso del 2011. Oltre la metà hanno trovato riparo nel complesso di Dadaab in Kenya, mentre altri sono fuggiti in Etiopia, Yemen e Djibouti. E comunque la Somalia rimane una delle più angosciose crisi umanitarie nel mondo: oltre 950.000 sono i somali rifugiati nei paesi limitrofi, mentre circa 1 milione e mezzo sono gli sfollati all'interno degli stessi confini somali.

Nell'inferno di Dadaab.
Dadaab, in Kenia, a circa 90 chilometri dal confine somalo, è l'insediamento di rifugiati più grande al mondo, con oltre 460.000 persone. L'UNHCR (L'alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati) segnala con preoccupazione una serie di incidenti che stanno compromettendo seriamente la sicurezza nel complesso che ospita una serie di campi per rifugiati, per lo più provenienti dalla Somalia. Un'esplosione, lunedì scorso, al campo di Hagadera ha ucciso una persona ferendo anche due poliziotti. Un altro ordigno rudimentale è esploso martedì nei pressi del campo di Ifo. Altri quattro episodi si sono verificati, sempre a Dadaab, a ottobre quando tre operatori umanitari furono rapiti. In più, quattro poliziotti kenioti sono stati uccisi ed altrettanti sono stati feriti. A tutto ciò si aggiungono le innumerevoli minacce nei confronti delle agenzie umanitarie che operano nel gigantesco reticolo di tende e abitazioni di fortuna nell'area di Dadaab.

E poi anche il colera. A complicare le cose, negli ultimi mesi a Dadaab è esplosa un'epidemia di colera, con ogni probabilità causata dai nuovi arrivati che ne erano stati contagiati in Somalia o durante il viaggio. Nonostante i nuovi casi della malattia siano ora in diminuzione, si sono registrati comunque 897 casi, da agosto ad oggi. I problemi di sicurezza, le piogge e le alluvioni hanno ostacolato la distribuzione di acqua in alcune parti dei campi.

Ridotta capacità operativa dei cooperanti. "Siamo profondamente preoccupati - dice dichiara Antonio Guterres, Alto Commissario dell'Onu  per i Rifugiati - per il benessere e la sicurezza dei rifugiati somali di Dadaab, la maggior parte dei quali sono donne, bambini ed anziani". Eppure, nonostante tutto, a Dadaab lo sviluppo di nuovi siti, la registrazione dei rifugiati, la distribuzione di aiuti di emergenza e l'erogazione di servizi sono proseguiti ininterrottamente durante l'anno. Tuttavia, da ottobre la crescente insicurezza ha ridotto la capacità delle agenzie umanitarie di proseguire le attività, ad eccezione di quelle vitali come la distribuzione di cibo, acqua e assistenza sanitaria. L'UNHCR ed i suoi partner stanno esplorando diverse strategie per riprendere tutte le operazioni.

Bombe e sperperi dell'ONU.
E' intanto di questi ultimi giorni la notizia di un ennesimo bombardamento da parte dell'aviazione keniana della città di Hoosingow, a 160 chilometri a sud di Kismayo. Sono morti 11 civili, fra i quali 7  bambini e 22 feriti. Altre bombe anche sul campo profughi nella città di Bardheere nella Regione di Gedo. Numerosi civili sono rimasti uccisi. Il Sottosegretario Generale per gli Affari Umanitari dell'Onu, Valerie Ann Amos, ha protestato. Le incursioni delle forze armate keniane nel territorio somalo non sono una novità ed hanno lo scopo - ufficiale - di combattere l'influenza delle milizie islamiche degli Al Shabaab, particolarmente forte nelle regioni meridionali del Paese. Le ragioni più recondite (e neanche tanto, in verità, secondo molti analisti) sarebbero invece altre: e cioè che in tutta l'area del Corno d'Africa sia in atto una partita che punterebbe ad un generale ridislocamento delle forze e ad un ridisegno dei confini geografici. Tutto questo, mentre fioccano accuse verso il governo provvisorio somalo di vendere all'estero gli aiuti umanitari, sotto lo sguardo distratto e complice della cosiddetta comunità internazionale e dell'ONU, che continua a mantenere, con stipendi faraonici, oltre mille funzionari-osservatori delle vicende somale, nella più comoda e sicura sede di Nairobi.

Uccidono i giornalisti.
Così, mentre a Mogadiscio i cronisti somali continuano a fare pericolosamente il loro mestiere, c'è chi ci rimette la pelle. Come è successo a Abdisalan Sheik Hassan conosciuto con il soprannome di "Xiis", ucciso con un colpo di pistola alla testa tre giorni fa nella capitale somala da un uomo con la divisa militare. Hassan era un freelance che lavorava per la HornCable Television e la Hamar Radio, Voice of Democracy. E' il sessantaseiesimo giornalista ucciso nel 2011, secondo i dati forniti da Reporter Sans Frontières, l'organizzazione non governativa internazionale che agisce da 25 anni in difesa della libertà di stampa in tutto il mondo.