Siria, i profughi fuggono in Giordania
La vita nel campo di Bashabsheh
di SILVIA BOARINI <strong><br /></strong>
Il racconto di Fuad fuggito 7 mesi fa da Deraa, dove l'insurrezione è cominciata nel marzo del 2011. Ha lasciato il suo Paese quando il fratello, soldato di Assad, è sparito dopo aver rifiutato di aprire fuoco su dimostranti. La presenza di milizie iraniane e di Hezbollah sul territorio
RAMTHA (Giordania) - Fuad Haj Ali naviga le strade di Ramtha con telefonino in mano e liste di nomi di profughi siriani sotto il braccio. "E' come se ogni giorno vedessi mio padre, mio fratello o mia madre arrivare esausti, senza niente," dice puntando il dito nella vaga direzione del confine con la Siria, ad appena 2 km di distanza. "Perciò, cerco di aiutare come posso." Fuad è siriano, in Giordania da 7 mesi. E' di Deraa, dove l'insurrezione è cominciata nel Marzo del 2011. Ha lasciato la Siria quando il fratello, soldato di Bashar, è sparito dopo aver rifiutato di aprire fuoco su dimostranti; e dopo che il cugino, un miitante anti-Bashar, è stato trovato sgozzato. Anche Fuad era un attivista ed ora continua il suo lavoro aiutando i profughi a Ramtha.
Al di là di un confine. Deraa e Ramtha distano solo 5 km, ma sono separate da una frontiera che è diventato pericoloso attraversare. Le due città vantano legami…
Al di là di un confine. Deraa e Ramtha distano solo 5 km, ma sono separate da una frontiera che è diventato pericoloso attraversare. Le due città vantano legami…
RAMTHA (Giordania) - Fuad Haj Ali naviga le strade di Ramtha con telefonino in mano e liste di nomi di profughi siriani sotto il braccio. "E' come se ogni giorno vedessi mio padre, mio fratello o mia madre arrivare esausti, senza niente," dice puntando il dito nella vaga direzione del confine con la Siria, ad appena 2 km di distanza. "Perciò, cerco di aiutare come posso." Fuad è siriano, in Giordania da 7 mesi. E' di Deraa, dove l'insurrezione è cominciata nel Marzo del 2011. Ha lasciato la Siria quando il fratello, soldato di Bashar, è sparito dopo aver rifiutato di aprire fuoco su dimostranti; e dopo che il cugino, un miitante anti-Bashar, è stato trovato sgozzato. Anche Fuad era un attivista ed ora continua il suo lavoro aiutando i profughi a Ramtha.
Al di là di un confine. Deraa e Ramtha distano solo 5 km, ma sono separate da una frontiera che è diventato pericoloso attraversare. Le due città vantano legami storici mantenuti da clan e famiglie divise da un confine tracciato nel 1916. Ora, Deraa forse passerà alla storia come culla della rivoluzione; mentre a Ramtha spetta l'anonimo ruolo di centro accoglienza profughi.
Prima fermata Bashabsheh. Una mercedes sconquassata è ferma all'entrata del campo di Bashabsheh a Ramtha. Nel sedile posteriore 5 passeggeri sono seduti uno in braccio all'altro. Guardano fuori dal finestrino spaesati. Il "campo" consiste di due palazzine e un fazzoletto di verde circondato da un muretto. Bashasbsheh è il cognome della famiglia che ha messo gli immobili a disposizione dei profughi. Alberi di ulivo offrono riparo dal sole a vecchi, donne e bambini che seduti a terra su stuoie di plastica si dividono del cibo. Appoggiati ai tronchi degli alberi e ai muretti, sacchi neri improvvisati a valigie tengono assieme gli averi di queste persone. Una forte presenza della polizia giordana tiene tutto sotto controllo. I giornalisti non sono benvenuti. Il campo di Bashabsheh di fatto nemmeno esiste.
Aiuti insufficienti. "Questo posto può ospitare fino a 400 persone," spiega Fuad, che a Bashabsheh ha passato alcuni giorni all'inizio del suo esilio, "ora però ce ne sono 1.500." Fuad visita il campo con regolarità e parla di pavimenti coperti da materassi; bagni ormai inagibili; e carenza di acqua potabile. L'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) qui provvede coperte, gas, materassi e cibo. Secondo Fuad, però, in quantità non sufficienti. La polizia registra diligentemente tutti i profughi, molti dei quali sono entrati illegalemente. Chiunque poi se ne voglia andare, può farlo solo presentandosi con un garante giordano e pagando una cauzione di 15 dinari (circa 15 Euro). La maggior parte della gente rimane nel campo pochi giorni per poi spostarsi da parenti o, con l'aiuto di persone come Fuad, presso siriani arrivati precedentemente.
Emergenza profughi? Negli ultimi giorni, un ufficiale del ministero degli Interni, non identificato, ha stimato il numero di siriani in Giordania a 95.000. Più di quanti ve ne siano in Turchia o Libano. La Unhcr, invece, continua a dipingere una situazione meno caotica. Oltre ai 7.584 profughi che già assiste e ai 2.000 in attesa di registrazione, dice di aver individuato altre 20.000 persone che già sono aiutate da organizzazioni locali. Nel documento Syria Regional Response Plan, pubblicato a marzo, l'Unhcr conferma che si prepara, nell'arco dei prossimi sei mesi, ad assistere fino a 50.000 profughi.
Cifre discrepanti e arrivi imprevedibili. Oltre che alla mancanza di una strategia concertata, la discrepanza nelle cifre riportate punta anche al fatto che molti siriani hanno trovato ospitalità presso parenti e non hanno contattato alcuna organizzazione. D'altro canto, però, come Ziyad Hammad, della ONG giordana Kitab Al Sunna, faceva notare al Jordan Times il 29 marzo scorso, quando 1.000 persone erano entrate illegalmente in sole 12 ore, bisogna anche considerare l'imprevedibilità con cui le emergenze si presentano - soprattutto nel caso in cui, come molti si aspettano, la tregua mediata da Kofi Annan non dovesse reggere. Dall'inizio dell'insurrezione in Siria il governo giordano stenta ad ammettere l'esistenza di un'emergenza profughi e tuttora è restio a rendere pubblici eventuali piani di azione.
La tradizionale accoglienza giordana. Il regno Hashemita, ancor più del Libano e della Turchia, rimane la meta preferita e considerata più sicura dai siriani. Infatti, sebbene non sia firmataria della convenzione sui rifugiati del 1951, la Giordania resta il Paese del Medio Oriente con i migliori precedenti di accoglienza dei profughi. La sua fragile economia, però, ancora stenta a riprendersi dall'assorbimento di circa mezzo milioni di iracheni e due milioni di palestinesi prima di loro.
La società civile. Nel vuoto lasciato dalla mancanza di un approccio coordinato a livello nazionale, i giordani non hanno abbandonato i "fratelli siriani", piuttosto è stata la società civile a far fronte ai loro bisogni. "E' tutto cominciato quando ho mandato 200 sms ad amici e colleghi," il tedesco Anselm Ibing, in giordania da 5 anni, è seduto in un bar nella popolare Rainbow street ad Amman e ricorda così le origini del gruppo Concerned Individuals for dispiaced Syrians. "Nel messaggio chiedevo di donare soldi o tempo per aiutari i profughi siriani," continua l'esperto ambientale. Le risposte sono state fenomenali. "Abbiamo raccolto soldi, cibo, coperte, vestiti; sono arrivate donazioni di acqua, medicine e anche offerte di lavoro," spiega. La raccolta fondi continua e la distribuzione avviene attraverso la ong locale Sanabel che assiste profughi siriani ad Amman.
Le ong in campo. Anche a Irbid, accanto a ong giordane quali Kitab Al Sunna, Jordan Hashemite Charity Organization, Women's club o Croce Rossa, sono gruppi come Irbid Youth Volunteers (IYV) , fondato dal venticinquenne Saeed Mohammad, a portare singoli giordani nelle case dei profughi siriani. "Abbiamo strutturato una rete di volontari che poi assegnamo a famiglie siriane," spiega il neo laureato, "per aiutarle ad accedere agli aiuti e i servizi disponibili." IYV organizza anche raccolte di vestiti, cibo e medicine che poi vengono distribuiti ad organizzazioni o persone sul campo.
I profughi parlano. Anche il lavoro di Fuad non sarebbe possibile senza la grande generosità dimostrata dai giordani e i legami instaurati a livello individuale con associazioni come IYV. In un'anonima palazzina a cinque minuti di macchina dal campo di Bashabsheh, dodici persone condividono due stanze, bagno e cucina. Un locale è ancora vuoto. "C'è un'altra famiglia in arrivo," spiega Fuad. Seduti su materassi disposti a terra lungo i muri, Iyad e Nura (non i loro veri nomi), raccontano la loro partenza da Homs. "E' successo tutto all'improvviso," spiega Iyad, 35 anni, che con ampi gesti delle braccia descrive la foga con cui lui la moglie e i figli hanno vissuto quegli ultimi 60 minuti ad Homs.
La visita dei servizi segreti (iraniani?). "Nel giro di un'ora abbiamo raccolto le cose necessarie e ce ne siamo andati." Non c'è stato tempo per dire addio a nessuno. Iyad aveva partecipato ad una protesta contro il regime e rappresentanti dei servizi segreti militari (Mukhabarat) avevano subito fatto visita alla famiglia. "Avevano il volto coperto," dice Nura, tracciando un linea sotto gli occhi mentre culla un bimbo di tre mesi. Dall'accento, Nura è convinta che fossero iraniani.
Ci sono forze stranieri a combattere. Una testimonianza, questa di Nura che parla di persone col volto coperto e l'accento iraniano, che si aggiunge ad altri resoconti non confermati di interventi stranieri a supporto di entrambe le fazioni. Ad esempio si sente parlare di cecchini appartenenti al gruppo libanese pro-Assad, Hezbollah, stazionati sui tetti di Homs. E dall'altra parte, di armamenti per l'esercito libero siriano (FSA), trafficati dall'Arabia Saudita fino alla Siria attraverso il Libano o la Giordania.
La scelta di raggiungere Ramtha. La visita della Mukhabarat fu un messaggio abbastanza chiaro per Iyad, rimanere e morire o andarsene e sperare di arrivare in Giordania. Il Libano era stato brevemente considerato come un'opzione ma la presenza di Hezbollah e la paura di essere identificati come anti-Bashar, li ha fatti optare per il regno hashemita. Sono arrivati a Ramtha all'inizio di aprile e dopo 2 giorni passati a Bashabsheh, Fuad è riuscito a farli entrare in questo appartamento. "L'affitto," spiega l'attivista, "lo sta gentilmente pagando una signora di Amman."
I checchini appostati ad Homs. Nura e Iyad descrivono Homs come una zona disastrata, parlano di case bruciate; cecchini appostati sui tetti pronti a sparare a chiunque; scuole chiuse da mesi e trasformate in prigioni per i dissidenti. "Non c'è assolutamente libertà di parola," dice Iyad. "Ora persino i cellulari funzionano solo nei villagi Alawiti. Siamo tagliati fuori;" e aggiunge,"è una vita difficile e tutto quello che chiediamo è un'esistenza tranquilla". Per Iyad e la sua famiglia raggiungere la Giordania è stata un'impresa pericolosa, possibile solamente grazie all'assistenza dell'FSA (Free Sirian Army) e alla collaborazione delle forze di frontiera giordane - un'affermazione questa che la Giordania non conferma.
L'indifferenza del mondo. Attorniato da donne, uomini e bambini nell'appartmento spoglio, Fuad sà di dar voce anche ai sentimenti dei profughi che aiuta, quando dice che i siriani si sentono abbandonati dalla comunità internazionale. "Ci sono stati incontri, discussioni, parole, tante parole ma nessuno ha fatto niente. Tutti hanno lasciato che Bashar al Assad distruggesse la Siria". Attorno a lui tutti scuotono la testa in segno di approvazione. E cosi, nella piccola città di Ramtha, Fuad ha deciso di non credere ad una singola parola detta dalla comunità internazionale, ma di prendere in mano la situazione e fare da sé.
Al di là di un confine. Deraa e Ramtha distano solo 5 km, ma sono separate da una frontiera che è diventato pericoloso attraversare. Le due città vantano legami storici mantenuti da clan e famiglie divise da un confine tracciato nel 1916. Ora, Deraa forse passerà alla storia come culla della rivoluzione; mentre a Ramtha spetta l'anonimo ruolo di centro accoglienza profughi.
Prima fermata Bashabsheh. Una mercedes sconquassata è ferma all'entrata del campo di Bashabsheh a Ramtha. Nel sedile posteriore 5 passeggeri sono seduti uno in braccio all'altro. Guardano fuori dal finestrino spaesati. Il "campo" consiste di due palazzine e un fazzoletto di verde circondato da un muretto. Bashasbsheh è il cognome della famiglia che ha messo gli immobili a disposizione dei profughi. Alberi di ulivo offrono riparo dal sole a vecchi, donne e bambini che seduti a terra su stuoie di plastica si dividono del cibo. Appoggiati ai tronchi degli alberi e ai muretti, sacchi neri improvvisati a valigie tengono assieme gli averi di queste persone. Una forte presenza della polizia giordana tiene tutto sotto controllo. I giornalisti non sono benvenuti. Il campo di Bashabsheh di fatto nemmeno esiste.
Aiuti insufficienti. "Questo posto può ospitare fino a 400 persone," spiega Fuad, che a Bashabsheh ha passato alcuni giorni all'inizio del suo esilio, "ora però ce ne sono 1.500." Fuad visita il campo con regolarità e parla di pavimenti coperti da materassi; bagni ormai inagibili; e carenza di acqua potabile. L'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) qui provvede coperte, gas, materassi e cibo. Secondo Fuad, però, in quantità non sufficienti. La polizia registra diligentemente tutti i profughi, molti dei quali sono entrati illegalemente. Chiunque poi se ne voglia andare, può farlo solo presentandosi con un garante giordano e pagando una cauzione di 15 dinari (circa 15 Euro). La maggior parte della gente rimane nel campo pochi giorni per poi spostarsi da parenti o, con l'aiuto di persone come Fuad, presso siriani arrivati precedentemente.
Emergenza profughi? Negli ultimi giorni, un ufficiale del ministero degli Interni, non identificato, ha stimato il numero di siriani in Giordania a 95.000. Più di quanti ve ne siano in Turchia o Libano. La Unhcr, invece, continua a dipingere una situazione meno caotica. Oltre ai 7.584 profughi che già assiste e ai 2.000 in attesa di registrazione, dice di aver individuato altre 20.000 persone che già sono aiutate da organizzazioni locali. Nel documento Syria Regional Response Plan, pubblicato a marzo, l'Unhcr conferma che si prepara, nell'arco dei prossimi sei mesi, ad assistere fino a 50.000 profughi.
Cifre discrepanti e arrivi imprevedibili. Oltre che alla mancanza di una strategia concertata, la discrepanza nelle cifre riportate punta anche al fatto che molti siriani hanno trovato ospitalità presso parenti e non hanno contattato alcuna organizzazione. D'altro canto, però, come Ziyad Hammad, della ONG giordana Kitab Al Sunna, faceva notare al Jordan Times il 29 marzo scorso, quando 1.000 persone erano entrate illegalmente in sole 12 ore, bisogna anche considerare l'imprevedibilità con cui le emergenze si presentano - soprattutto nel caso in cui, come molti si aspettano, la tregua mediata da Kofi Annan non dovesse reggere. Dall'inizio dell'insurrezione in Siria il governo giordano stenta ad ammettere l'esistenza di un'emergenza profughi e tuttora è restio a rendere pubblici eventuali piani di azione.
La tradizionale accoglienza giordana. Il regno Hashemita, ancor più del Libano e della Turchia, rimane la meta preferita e considerata più sicura dai siriani. Infatti, sebbene non sia firmataria della convenzione sui rifugiati del 1951, la Giordania resta il Paese del Medio Oriente con i migliori precedenti di accoglienza dei profughi. La sua fragile economia, però, ancora stenta a riprendersi dall'assorbimento di circa mezzo milioni di iracheni e due milioni di palestinesi prima di loro.
La società civile. Nel vuoto lasciato dalla mancanza di un approccio coordinato a livello nazionale, i giordani non hanno abbandonato i "fratelli siriani", piuttosto è stata la società civile a far fronte ai loro bisogni. "E' tutto cominciato quando ho mandato 200 sms ad amici e colleghi," il tedesco Anselm Ibing, in giordania da 5 anni, è seduto in un bar nella popolare Rainbow street ad Amman e ricorda così le origini del gruppo Concerned Individuals for dispiaced Syrians. "Nel messaggio chiedevo di donare soldi o tempo per aiutari i profughi siriani," continua l'esperto ambientale. Le risposte sono state fenomenali. "Abbiamo raccolto soldi, cibo, coperte, vestiti; sono arrivate donazioni di acqua, medicine e anche offerte di lavoro," spiega. La raccolta fondi continua e la distribuzione avviene attraverso la ong locale Sanabel che assiste profughi siriani ad Amman.
Le ong in campo. Anche a Irbid, accanto a ong giordane quali Kitab Al Sunna, Jordan Hashemite Charity Organization, Women's club o Croce Rossa, sono gruppi come Irbid Youth Volunteers (IYV) , fondato dal venticinquenne Saeed Mohammad, a portare singoli giordani nelle case dei profughi siriani. "Abbiamo strutturato una rete di volontari che poi assegnamo a famiglie siriane," spiega il neo laureato, "per aiutarle ad accedere agli aiuti e i servizi disponibili." IYV organizza anche raccolte di vestiti, cibo e medicine che poi vengono distribuiti ad organizzazioni o persone sul campo.
I profughi parlano. Anche il lavoro di Fuad non sarebbe possibile senza la grande generosità dimostrata dai giordani e i legami instaurati a livello individuale con associazioni come IYV. In un'anonima palazzina a cinque minuti di macchina dal campo di Bashabsheh, dodici persone condividono due stanze, bagno e cucina. Un locale è ancora vuoto. "C'è un'altra famiglia in arrivo," spiega Fuad. Seduti su materassi disposti a terra lungo i muri, Iyad e Nura (non i loro veri nomi), raccontano la loro partenza da Homs. "E' successo tutto all'improvviso," spiega Iyad, 35 anni, che con ampi gesti delle braccia descrive la foga con cui lui la moglie e i figli hanno vissuto quegli ultimi 60 minuti ad Homs.
La visita dei servizi segreti (iraniani?). "Nel giro di un'ora abbiamo raccolto le cose necessarie e ce ne siamo andati." Non c'è stato tempo per dire addio a nessuno. Iyad aveva partecipato ad una protesta contro il regime e rappresentanti dei servizi segreti militari (Mukhabarat) avevano subito fatto visita alla famiglia. "Avevano il volto coperto," dice Nura, tracciando un linea sotto gli occhi mentre culla un bimbo di tre mesi. Dall'accento, Nura è convinta che fossero iraniani.
Ci sono forze stranieri a combattere. Una testimonianza, questa di Nura che parla di persone col volto coperto e l'accento iraniano, che si aggiunge ad altri resoconti non confermati di interventi stranieri a supporto di entrambe le fazioni. Ad esempio si sente parlare di cecchini appartenenti al gruppo libanese pro-Assad, Hezbollah, stazionati sui tetti di Homs. E dall'altra parte, di armamenti per l'esercito libero siriano (FSA), trafficati dall'Arabia Saudita fino alla Siria attraverso il Libano o la Giordania.
La scelta di raggiungere Ramtha. La visita della Mukhabarat fu un messaggio abbastanza chiaro per Iyad, rimanere e morire o andarsene e sperare di arrivare in Giordania. Il Libano era stato brevemente considerato come un'opzione ma la presenza di Hezbollah e la paura di essere identificati come anti-Bashar, li ha fatti optare per il regno hashemita. Sono arrivati a Ramtha all'inizio di aprile e dopo 2 giorni passati a Bashabsheh, Fuad è riuscito a farli entrare in questo appartamento. "L'affitto," spiega l'attivista, "lo sta gentilmente pagando una signora di Amman."
I checchini appostati ad Homs. Nura e Iyad descrivono Homs come una zona disastrata, parlano di case bruciate; cecchini appostati sui tetti pronti a sparare a chiunque; scuole chiuse da mesi e trasformate in prigioni per i dissidenti. "Non c'è assolutamente libertà di parola," dice Iyad. "Ora persino i cellulari funzionano solo nei villagi Alawiti. Siamo tagliati fuori;" e aggiunge,"è una vita difficile e tutto quello che chiediamo è un'esistenza tranquilla". Per Iyad e la sua famiglia raggiungere la Giordania è stata un'impresa pericolosa, possibile solamente grazie all'assistenza dell'FSA (Free Sirian Army) e alla collaborazione delle forze di frontiera giordane - un'affermazione questa che la Giordania non conferma.
L'indifferenza del mondo. Attorniato da donne, uomini e bambini nell'appartmento spoglio, Fuad sà di dar voce anche ai sentimenti dei profughi che aiuta, quando dice che i siriani si sentono abbandonati dalla comunità internazionale. "Ci sono stati incontri, discussioni, parole, tante parole ma nessuno ha fatto niente. Tutti hanno lasciato che Bashar al Assad distruggesse la Siria". Attorno a lui tutti scuotono la testa in segno di approvazione. E cosi, nella piccola città di Ramtha, Fuad ha deciso di non credere ad una singola parola detta dalla comunità internazionale, ma di prendere in mano la situazione e fare da sé.