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Rifugiati, aiuti e protezioni 
alle vittime di violenze e torture

E' lo scopo del progetto S. p. e. s  promosso dalla Cooperativa "Roma Solidarietà" della Caritas di Roma, con il finanziamento del Fondo Europeo per i Rifugiati che ha accolto 85 richiedenti asilo tra cui 26 donne e 59 uomini. Rientra in un programma permanente per chi ha subito soprusi che si chiama "Ferite invisibili"
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ROMA - Dare sostegno alle vittime di tortura richiedenti e titolari di protezione internazionale. E' lo scopo del progetto S. p. e. s  promosso dalla Cooperativa "Roma Solidarietà" della Caritas di Roma, con il finanziamento del Fondo Europeo per i Rifugiati che ha accolto 85 richiedenti asilo tra cui 26 donne e 59 uomini. A loro, accolti secondo una turnazione in un apposito centro che può ospitare all'incirca una ventina di persone alla volta, è stato proposto un percorso integrato fatto di supporto psicologico e inserimento socio-economico attraverso, ad esempio, la frequentazione di corsi di lingua italiana, corsi di formazione professionale, tirocini formativi e attività di riabilitazione psico-fisica. Degli 85 assistiti si registra una forte prevalenza di africani (88% del); tra i quali una forte percentuale di persone provenienti dalla Costa d'Avorio (18%) e dall'Eritrea (15%).

Il primo passo. Consiste nella riabilitazione fisica e psi…
ROMA - Dare sostegno alle vittime di tortura richiedenti e titolari di protezione internazionale. E' lo scopo del progetto S. p. e. s  promosso dalla Cooperativa "Roma Solidarietà" della Caritas di Roma, con il finanziamento del Fondo Europeo per i Rifugiati che ha accolto 85 richiedenti asilo tra cui 26 donne e 59 uomini. A loro, accolti secondo una turnazione in un apposito centro che può ospitare all'incirca una ventina di persone alla volta, è stato proposto un percorso integrato fatto di supporto psicologico e inserimento socio-economico attraverso, ad esempio, la frequentazione di corsi di lingua italiana, corsi di formazione professionale, tirocini formativi e attività di riabilitazione psico-fisica. Degli 85 assistiti si registra una forte prevalenza di africani (88% del); tra i quali una forte percentuale di persone provenienti dalla Costa d'Avorio (18%) e dall'Eritrea (15%).

Il primo passo. Consiste nella riabilitazione fisica e psicologica delle vittime di violenza con screening medici e percorsi di psicoterapia individuale e collettiva (gruppo di auto aiuto). E una supervisione psicologica anche in favore di operatori dell'accoglienza e addetti ai lavori. L'attività cui sono stati poi sottoposti gli assistiti aveva lo scopo di sviluppare le capacità relazionali e l'autostima attraverso attività di socializzazione, culturali, ludiche, ricreative, sportive e di laboratorio. Dopo l'accoglienza residenziale, gli interventi (personalizzati) hanno avuto lo scopo di accompagnare i destinatari verso il  raggiungimento di una situazione alloggiativa autonoma. Molti sono stati collocati a Milano o in Emilia, altri ancora ospitati nel centro saranno ricollocati entro il termine del progetto il 30 giugno prossimo. Ben 52 destinatari (il 61%) hanno potuto beneficiare di uno o più contributi economici a sostegno del loro percorso individuale di integrazione.

Un progetto permanente.
"S. p. e. s. (appunto Sostegno Psicologico e Sociale per richiedenti e titolari di protezione internazionale, vittime di tortura e violenza, ndr) rientra in un progetto permanente per vittime di violenza e tortura che si chiama Ferite invisibili", ci racconta Alfredo Geraci responsabile ala sanitaria della Caritas "in quest'ultimo caso, S. p. e. s. ci ha consentito di lavorare con vittime in un ambiente protetto e attraverso un approccio multiplo che è anche sociale e legale, questo ci ha consentito di raggiungere ottimi risultati. Possiamo dire che il coordinamento funziona". Le patologie affrontate sono "situazioni patologiche reattive a un evento traumatico" per le quali innanzitutto è necessario "togliere i sensi di colpa perché la tortura ti porta a sentirti inadeguato, senza dignità per aver subito o per aver visto la violenza. Il paziente è fuori pericolo quando diventa autonomo e può provvedere a se stesso. Quando è in grado di immaginare il futuro".