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Le strade dell'integrazione
L'impatto con l'Italia del rifugiato

La ricerca ha analizzato i percorsi di accoglienza e i servizi per l'integrazione hanno avuto sulle capacità, sulle opportunità e le realtà di autonomia, di inserimento socio-economico e di integrazione di un target di persone in protezione internazionale, presenti in Italia da almeno 3 anni. Nello studio, sviluppato su 7 territori (Torino, Bologna, Roma, Caserta, Lecce, Badolato e Catania), si sono raccolti 222 questionari 
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ROMA - Il Consiglio Italiano per i Rifugiati (CIR) ha presentato oggi a Roma i risultati della ricerca Le Strade dell'Integrazione finanziata dal Ministero dell'Interno - Dipartimento per le Libertà Civili e l'Immigrazione e dall'Unione Europea, nell'ambito del Fondo Europeo per i Rifugiati. Il progetto è stato realizzato dal Consiglio Italiano per i Rifugiati, dal Dipartimento di Scienze sociali della Sapienza Università di Roma, dall'Associazione Comitato per il Centro Sociale (Caserta) e dall'Associazione Xenia (Bologna). La ricerca ha analizzato l'impatto che i percorsi di accoglienza e i servizi per l'integrazione hanno avuto sulle capacità, sulle opportunità e le realtà di autonomia, di inserimento socio-economico e di integrazione di un target di persone in protezione internazionale, presenti in Italia da almeno 3 anni.

Lo studio in sette città. Nello studio, che si è sviluppato su 7 territori (Torino, Bologna, Roma, Caser…
ROMA - Il Consiglio Italiano per i Rifugiati (CIR) ha presentato oggi a Roma i risultati della ricerca Le Strade dell'Integrazione finanziata dal Ministero dell'Interno - Dipartimento per le Libertà Civili e l'Immigrazione e dall'Unione Europea, nell'ambito del Fondo Europeo per i Rifugiati. Il progetto è stato realizzato dal Consiglio Italiano per i Rifugiati, dal Dipartimento di Scienze sociali della Sapienza Università di Roma, dall'Associazione Comitato per il Centro Sociale (Caserta) e dall'Associazione Xenia (Bologna). La ricerca ha analizzato l'impatto che i percorsi di accoglienza e i servizi per l'integrazione hanno avuto sulle capacità, sulle opportunità e le realtà di autonomia, di inserimento socio-economico e di integrazione di un target di persone in protezione internazionale, presenti in Italia da almeno 3 anni.

Lo studio in sette città. Nello studio, che si è sviluppato su 7 territori (Torino, Bologna, Roma, Caserta, Lecce, Badolato e Catania), si sono raccolti 222 questionari rivolti a rifugiati e titolari di protezione sussidiaria  presenti in Italia da almeno tre anni; 59 interviste in profondità a titolari di protezione internazionale e 33 interviste a operatori del settore che, a vario livello, lavorano nel settore dell'accoglienza e dell'integrazione. Si sono inoltre realizzati 7 focus group in cui si sono messi a confronto i titolari di protezione internazionale e gli operatori che hanno dialogato sui temi dell'accoglienza e dell'integrazione.

"Ancora molto da costruire". Come sottolinea Christopher Hein, direttore del CIR, "le evidenze raccolte nella ricerca ci parlano di un sistema che ha ancora molto da costruire prima di dirsi completo. Nonostante gli sforzi degli ultimi anni, anche grazie al Fondo Europeo, non abbiamo ancora un vero programma nazionale di integrazione. Molto spesso i rifugiati escono dai centri di prima accoglienza senza avere possibilità di accesso a percorsi di integrazione e molti percepiscono un vuoto e un'assenza di opportunità".

Un'istantanea poco confortante. I dati emersi dalla ricerca presentano una fotografia certamente non confortante sul livello di integrazione dei rifugiati nel nostro Paese. Dobbiamo ricordare che i dati quantitativi e le interviste qualitative si riferiscono a un campione statistico limitato, ma  secondo il CIR rappresentativo di una realtà molto più ampia. Dall'analisi quantitativa, i cui dati trovano un riscontro anche nelle storie raccolte attraverso le interviste qualitative, emerge che per quanto riguarda il lavoro il 44,6% degli intervistati è disoccupato, il 4% non risponde, e solo il 51,4 % risponde che ha un'occupazione.

Solo lavori dequalificati. Altro dato indicativo è che le occupazioni sono molto spesso non in linea con quella che è la pregressa esperienza personale dei rifugiati: tra i 18 laureati che hanno risposto al questionario, c'è chi fa il bracciante agricolo, chi il custode, chi distribuisce giornali, chi è muratore alcuni fanno anche gli interpreti o i mediatori. Solo uno ha un'attività in linea con la sua professione, il pediatra. Al di là del titolo di studio il 17% è operaio non specializzato, e un altro 40% del campione lavora nel settore delle pulizie, dell'assistenza domestica, dell'agricoltura, della ristorazione o del commercio. Il 75%  si dice soddisfatto del lavoro che svolge, ma con motivazioni che fanno riflettere: "perché mi consente di vivere" (27%), "perché non c'è altro" (18%), "perché mi permette di mantenere la famiglia" (16%), "perché mi permette una vita dignitosa" (9%). Ben il 22% degli intervistati lavora in nero.

Gli alloggi. Per quanto riguarda la condizione alloggiativa  il 26% condivide casa con degli amici, il 22% con altre persone, solo il 10% vive da solo e il 21.5% con il proprio nucleo familiare. Il 18% in altre condizioni: occupazioni, presso il datore di lavoro, in centri di accoglienza. Una percentuale rilevante di rifugiati, sebbene in Italia da più di 3 anni, non ha una situazione abitativa autonoma e dignitosa. Pochi quelli che sono soddisfatti della loro condizione abitativa: ben il 50% non risponde o non è soddisfatto della propria condizione abitativa. Perché? Vivono in case sporche, senza riscaldamento e in diversi casi senza acqua. Un ulteriore dato preoccupante è che sulle 222 persone che hanno risposto al questionario solo 60 hanno dichiarato di aver trascorso del tempo in uno SPRAR (27%) e 69 in un CARA (31,1%). Ovvero solo il 58% dichiara di aver trascorso un periodo nel circuito dell'accoglienza.

Potenziarelo SPRAR. E gli altri? "Questo dato si rispecchia con una realtà che come CIR vediamo sempre più spesso realizzarsi: la difficoltà di accesso a forme materiali di accoglienza. Lo diciamo chiaramente se non c'è un accesso subito a forme dignitose di accoglienza qualsiasi integrazione non può avere senso. Lo SPRAR (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati) deve essere fortemente potenziato. 3.000 posti non sono assolutamente sufficienti" continua Christopher Hein Direttore del CIR.
 
Ciò che energe dalle interviste.
Nelle interviste qualitative in molti, sia tra gli operatori che tra i rifugiati, lamentano l'assenza di un programma coordinato, l'accesso a diritti certi e servizi omogenei. "E' ormai arrivato il tempo che l'Italia investa in un programma di integrazione per i rifugiati" ha dichiarato Christopher Hein direttore del CIR. "Anche considerando il contesto economico e politico non certo favorevole, crediamo che un programma per favorire l'integrazione per i rifugiati sia un investimento dello Stato per il futuro. Parliamo infatti di persone che hanno il diritto e le capacità per diventare domani dei cittadini lavoratori che contribuiscono alle entrate fiscali e ai fondi previdenziali. Se invece vengono abbandonati e se finiscono, come succede nella maggior parte dei casi, in lavori dell'economia sommersa c'è un doppio problema: da una parte i rifugiati vengono sfruttati e si trovano senza diritti, d'altra parte non comporta alcun beneficio da parte dello Stato."

Procedure più snelle.
Il CIR sottolinea come in vari progetti si sia già sperimentato che un investimento iniziale nei percorsi di integrazione destinato a favorire l'accesso all'occupazione regolare e il reperimento di un alloggio ha dei risultati sostenibili, e permette anche la ripresa di una vita normale, la possibilità di ricongiungimento coi familiari e di pianificare il proprio futuro. "Siamo convinti e possiamo dimostrarlo che una procedura d'asilo più snella, tempi più brevi per tutti gli iter burocratici e di conseguenza una durata più breve dell'accoglienza porterebbe a un'importante economia di spesa che potrebbe essere investita precisamente per sviluppare un programma di integrazione e finanziare altre soluzioni come, per esempio, un serio programma di RVA con misure di reintegrazione nei paesi di origine per richiedenti asilo che hanno avuto un diniego" conclude Hein.

In 20 mila appesi ad un filo.
Infine il CIR guarda con preoccupazione al prolungarsi dell'accoglienza senza soluzioni di circa 20mila profughi che lo scorso anno sono arrivati dal Nord Africa, nei confronti dei quali il governo non ha preso alcun provvedimento nonostante numerose proposte e sollecitazioni fatte negli ultimi mesi da enti di tutela per i rifugiati in Italia. In occasione della giornata mondiale per il rifugiato il CIR ribadisce che una soluzione politica deve essere urgentemente trovata per prevenire un deterioramento anche psicologico di queste persone nella maggior parte dei casi si trovano da 15 mesi in centri di accoglienza senza avere una prospettiva per il loro futuro.