ROMA - I rifugiati e i richiedenti asilo sono Ancora vittime di gravi abusi in libia, per questo l'italia dovrebbe "immediatamente revocare ogni accordo per il controllo dei flussi migratori" siglato con Tripoli. E' quanto ha dichiarato il direttore dell'ufficio di Amnesty International presso le istituzioni europee, Nicolas Beger, nel nuovo rapporto diffuso oggi, dal titolo "Libia: primato della legge o primato delle milizie?", che si basa su una missione di ricerca svolta in Libia a maggio e a giugno nelle zone di Bengasi, Kufra, Sabha, Tripoli, al-Zawiya e i monti Nafusa. La missione ha cercato di accedere a 19 centri di detenzione situati nell'ovest, nel sud e nell'est del paese, tra prigioni ufficiali e strutture gestite dalle milizie armate, da organismi di sicurezza semiufficiali e da corpi militari, riuscendovi in 15 casi.
La Libia fuori dal controllo dei flussi migratori. Nel rapporto si sottolinea come, a quasi un anno dalla caduta del regime di Muammar Gheddafi, in libia continuino ad essere registrate diffuse violazioni dei diritti umani, in particolare nei confronti degli africani sub-sahariani privi di regolari documenti, che rimangono vittime di arresti arbitrari, detenzione a tempo indefinito, percosse che possono essere considerate torture e sfruttamento da parte delle milizie armate. "E' inaccettabile per qualsiasi paese europeo continuare a ricercare la cooperazione libica per il controllo dei flussi migratori, quando è ben noto cosa succede ai migranti e ai richiedenti asilo in Libia - ha ammonito Beger - l'Italia deve immediatamente revocare tutti gli accordi con la Libia per il controllo dell'immigrazione e deve fare piena luce su tutti i progetti di cooperazione, passati e presenti, con la Libia, inclusi quelle finanziati dall'ue".
L'ombra sulle elezioni di sabato prossimo. L'organizzazione per la difesa dei diritti umani ha poi sottolineato come arresti e detenzioni arbitrarie, tortura, in alcuni casi con esiti fatali, omicidi illegali e sfollamenti forzati di popolazioni, eseguiti nella più assoluta impunità, stiano gettando un'ombra negativa sulle prime elezioni nazionali, dalla caduta del regime di Gheddafi, in programma sabato prossimo. In Libia rischieranno di ripetersi le stesse violazioni dei diritti umani che diedero vita alla "rivoluzione del 17 febbraio", se chi vincerà le elezioni non porrà in cima alle priorità il primato della legge e il rispetto dei diritti umani.
Centinaia di milizie armate fuori controllo. Durante una sua visita in Libia a maggio e giugno, Amnesty International ha verificato che centinaia di milizie armate continuano ad agire al di sopra della legge, molte delle quali rifiutando di disarmare o di arruolarsi nell'esercito e nelle forze di polizia. Il ministero dell'Interno ha dichiarato all'organizzazione per i diritti umani di essere riuscito a smantellare quattro milizie della capitale, una percentuale esigua sul totale. "È assai triste che dopo così tanti mesi, le autorità non siano state complessivamente in grado di allentare la stretta mortale delle milizie sulla sicurezza del paese, con conseguenze drammatiche per la popolazione" - ha detto Hassiba Hadj Sahraoui, vicedirettrice del Programma Medio Oriente e Africa del Nord di Amnesty International.
Gli arrestati nelle carceri segrete. Le milizie continuano a incarcerare persone e a trattenerle in strutture detentive non ufficiali. Nonostante siano stati registrati alcuni progressi nel sottoporre a controllo centrale i luoghi di detenzione, si ritiene che 4000 prigionieri restino fuori dal controllo delle autorità nazionali, in alcuni casi anche da più di un anno. Proseguono gli abusi sui detenuti, soprattutto nei confronti di quelli arrestati di recente. Amnesty International ha visto i segni di recenti pestaggi e di altre violenze - in alcuni casi equiparabili a torture - in 12 dei 15 centri di detenzione dove ha potuto incontrare in privato i prigionieri.
I metodi di tortura. Tra i metodi di tortura usati regolarmente, figurano la sospensione in posizioni contorte, le scariche elettriche e i pestaggi prolungati con svariati oggetti, come sbarre e catene di metallo, cavi elettrici, bastoni di legno, tubi di plastica, cannelle dell'acqua e calci dei fucili. Amnesty International ha ricevuto informazioni dettagliate su almeno 20 casi di morte in custodia a seguito della tortura da parte delle milizie a partire dalla fine di agosto 2011.
Scontri armati e sfollamenti forzati. Gli scontri tra le milizie armate, col ricorso sconsiderato a mitragliatrici, lanciagranate e altre armi contro le aree abitate, continuano ad affliggere la Libia, provocando morti e feriti tra coloro che non prendono parte ai combattimenti. La città meridionale di Kufra, dove vive la minoranza Tabu, è stata teatro di tre serie di scontri tra febbraio e giugno 2012. Questi combattimenti, in cui tutte le parti ricorrono regolarmente ad arresti arbitrari e torture, fomentano ulteriormente la divisione del paese su linee regionali, tribali ed etniche. Le autorità libiche non hanno risolto la situazione di intere comunità sfollate con la forza durante il conflitto dello scorso anno e non ancora in grado di fare rientro nelle loro case, saccheggiate e poi distrutte dalle milizie armate. A tutta la popolazione di Tawargha, circa 35.000 persone, viene negata la possibilità di tornare a casa.
Cittadini stranieri a rischio. Il rapporto di Amnesty International rileva come i cittadini provenienti dai paesi dell'Africa subsahariana, in particolare i migranti irregolari, continuino ad andare incontro ad arresti arbitrari, detenzioni a tempo indeterminato, pestaggi che in alcuni casi arrivano a costituire tortura e sfruttamento da parte delle milizie armate. Di solito, coloro che arrestano i cittadini stranieri non fanno distinzione tra migranti e altre persone che fuggono dalla guerra e dalla persecuzione nei loro paesi. La sofferenza dei migranti in Libia è aggravata dall'assenza di contrasto, da parte delle autorità nazionali, del razzismo e della xenofobia nei confronti del libici di pelle nera e dei cittadini provenienti dai paesi dell'Africa subsahariana.
Assenza di giustizia per le vittime. Le autorità libiche continuano a sottovalutare la dimensione e la gravità delle violazioni dei diritti umani commesse dalle milizie, sostenendo che si tratta di azioni individuali che vanno sempre considerate in relazione agli abusi subiti durante il regime di Gheddafi. A maggio le autorità di transizione hanno adottato una legge che garantisce immunità dai procedimenti giudiziari ai thuwwar per le azioni di natura civile e militare commesse "allo scopo di favorire il successo o proteggere la rivoluzione del 17 febbraio". In un incontro avuto a giugno con Amnesty International, il procuratore generale della Libia non è stato in grado di fornire alcuna informazione sui thuwwar portati davanti alla giustizia per aver torturato i detenuti o per altre violazioni dei diritti umani.
Richieste postelettorali alle autorità libiche. All'indomani delle elezioni, Amnesty International chiederà al Congresso generale nazionale e al governo che verrà nominato, di riconoscere pubblicamente la gravità della situazione dei diritti umani, condannare in forma inequivocabile gli abusi commessi e dire a chiare lettere che azioni del genere non saranno più tollerate. "Per onorare i sacrifici e la sofferenza dei libici, chi assumerà la responsabilità di governare la nuova Libia dovrà esprimere con chiarezza l'intenzione di chiamare a rispondere del loro operato coloro che hanno commesso violazioni dei diritti umani, a prescindere dal rango o dall'affiliazione" - ha concluso Sahraoui.
La Libia fuori dal controllo dei flussi migratori. Nel rapporto si sottolinea come, a quasi un anno dalla caduta del regime di Muammar Gheddafi, in libia continuino ad essere registrate diffuse violazioni dei diritti umani, in particolare nei confronti degli africani sub-sahariani privi di regolari documenti, che rimangono vittime di arresti arbitrari, detenzione a tempo indefinito, percosse che possono essere considerate torture e sfruttamento da parte delle milizie armate. "E' inaccettabile per qualsiasi paese europeo continuare a ricercare la cooperazione libica per il controllo dei flussi migratori, quando è ben noto cosa succede ai migranti e ai richiedenti asilo in Libia - ha ammonito Beger - l'Italia deve immediatamente revocare tutti gli accordi con la Libia per il controllo dell'immigrazione e deve fare piena luce su tutti i progetti di cooperazione, passati e presenti, con la Libia, inclusi quelle finanziati dall'ue".
L'ombra sulle elezioni di sabato prossimo. L'organizzazione per la difesa dei diritti umani ha poi sottolineato come arresti e detenzioni arbitrarie, tortura, in alcuni casi con esiti fatali, omicidi illegali e sfollamenti forzati di popolazioni, eseguiti nella più assoluta impunità, stiano gettando un'ombra negativa sulle prime elezioni nazionali, dalla caduta del regime di Gheddafi, in programma sabato prossimo. In Libia rischieranno di ripetersi le stesse violazioni dei diritti umani che diedero vita alla "rivoluzione del 17 febbraio", se chi vincerà le elezioni non porrà in cima alle priorità il primato della legge e il rispetto dei diritti umani.
Centinaia di milizie armate fuori controllo. Durante una sua visita in Libia a maggio e giugno, Amnesty International ha verificato che centinaia di milizie armate continuano ad agire al di sopra della legge, molte delle quali rifiutando di disarmare o di arruolarsi nell'esercito e nelle forze di polizia. Il ministero dell'Interno ha dichiarato all'organizzazione per i diritti umani di essere riuscito a smantellare quattro milizie della capitale, una percentuale esigua sul totale. "È assai triste che dopo così tanti mesi, le autorità non siano state complessivamente in grado di allentare la stretta mortale delle milizie sulla sicurezza del paese, con conseguenze drammatiche per la popolazione" - ha detto Hassiba Hadj Sahraoui, vicedirettrice del Programma Medio Oriente e Africa del Nord di Amnesty International.
Gli arrestati nelle carceri segrete. Le milizie continuano a incarcerare persone e a trattenerle in strutture detentive non ufficiali. Nonostante siano stati registrati alcuni progressi nel sottoporre a controllo centrale i luoghi di detenzione, si ritiene che 4000 prigionieri restino fuori dal controllo delle autorità nazionali, in alcuni casi anche da più di un anno. Proseguono gli abusi sui detenuti, soprattutto nei confronti di quelli arrestati di recente. Amnesty International ha visto i segni di recenti pestaggi e di altre violenze - in alcuni casi equiparabili a torture - in 12 dei 15 centri di detenzione dove ha potuto incontrare in privato i prigionieri.
I metodi di tortura. Tra i metodi di tortura usati regolarmente, figurano la sospensione in posizioni contorte, le scariche elettriche e i pestaggi prolungati con svariati oggetti, come sbarre e catene di metallo, cavi elettrici, bastoni di legno, tubi di plastica, cannelle dell'acqua e calci dei fucili. Amnesty International ha ricevuto informazioni dettagliate su almeno 20 casi di morte in custodia a seguito della tortura da parte delle milizie a partire dalla fine di agosto 2011.
Scontri armati e sfollamenti forzati. Gli scontri tra le milizie armate, col ricorso sconsiderato a mitragliatrici, lanciagranate e altre armi contro le aree abitate, continuano ad affliggere la Libia, provocando morti e feriti tra coloro che non prendono parte ai combattimenti. La città meridionale di Kufra, dove vive la minoranza Tabu, è stata teatro di tre serie di scontri tra febbraio e giugno 2012. Questi combattimenti, in cui tutte le parti ricorrono regolarmente ad arresti arbitrari e torture, fomentano ulteriormente la divisione del paese su linee regionali, tribali ed etniche. Le autorità libiche non hanno risolto la situazione di intere comunità sfollate con la forza durante il conflitto dello scorso anno e non ancora in grado di fare rientro nelle loro case, saccheggiate e poi distrutte dalle milizie armate. A tutta la popolazione di Tawargha, circa 35.000 persone, viene negata la possibilità di tornare a casa.
Cittadini stranieri a rischio. Il rapporto di Amnesty International rileva come i cittadini provenienti dai paesi dell'Africa subsahariana, in particolare i migranti irregolari, continuino ad andare incontro ad arresti arbitrari, detenzioni a tempo indeterminato, pestaggi che in alcuni casi arrivano a costituire tortura e sfruttamento da parte delle milizie armate. Di solito, coloro che arrestano i cittadini stranieri non fanno distinzione tra migranti e altre persone che fuggono dalla guerra e dalla persecuzione nei loro paesi. La sofferenza dei migranti in Libia è aggravata dall'assenza di contrasto, da parte delle autorità nazionali, del razzismo e della xenofobia nei confronti del libici di pelle nera e dei cittadini provenienti dai paesi dell'Africa subsahariana.
Assenza di giustizia per le vittime. Le autorità libiche continuano a sottovalutare la dimensione e la gravità delle violazioni dei diritti umani commesse dalle milizie, sostenendo che si tratta di azioni individuali che vanno sempre considerate in relazione agli abusi subiti durante il regime di Gheddafi. A maggio le autorità di transizione hanno adottato una legge che garantisce immunità dai procedimenti giudiziari ai thuwwar per le azioni di natura civile e militare commesse "allo scopo di favorire il successo o proteggere la rivoluzione del 17 febbraio". In un incontro avuto a giugno con Amnesty International, il procuratore generale della Libia non è stato in grado di fornire alcuna informazione sui thuwwar portati davanti alla giustizia per aver torturato i detenuti o per altre violazioni dei diritti umani.
Richieste postelettorali alle autorità libiche. All'indomani delle elezioni, Amnesty International chiederà al Congresso generale nazionale e al governo che verrà nominato, di riconoscere pubblicamente la gravità della situazione dei diritti umani, condannare in forma inequivocabile gli abusi commessi e dire a chiare lettere che azioni del genere non saranno più tollerate. "Per onorare i sacrifici e la sofferenza dei libici, chi assumerà la responsabilità di governare la nuova Libia dovrà esprimere con chiarezza l'intenzione di chiamare a rispondere del loro operato coloro che hanno commesso violazioni dei diritti umani, a prescindere dal rango o dall'affiliazione" - ha concluso Sahraoui.