TRIPOLI (Libano) - Si chiama Nidal e il nome è quello vero. Fornisce anche il cognome, non gli importa di tenerlo nascosto, come invece scelgono di fare per sicurezza gli altri rifugiati siriani qui a Tripoli, nord del Libano. "Ho perso tutto, non fa differenza". Seduto nel suo letto all'ospedale di Dar Al-Chifae, le barre di metallo di un fissatore che gli escono dalla gamba sinistra, tiene a portata di mano un pacchetto di sigarette Gitanes e il telefono, ma ha uno sguardo che sembra venire dall'altro mondo. Nidal ha 27 anni, viene da Baba Amr, il quartiere della cittadina siriana di Homs, dove gli scontri sono stati durissimi e dove la repressione del regime di Bashar al Assad è stata massiccia. In una notte di febbraio, la cannonata di un tank ha centrato la sua casa. "Stavo dormendo con mia moglie e mio figlio, quando una bomba è entrata dal tetto nella nostra camera. Io sono rimasto ferito, loro sono morti. Nasser, mio figlio, aveva un anno e due mesi".
Il video, la Mezzaluna Rossa e gli arresti. In un filmato postato su You Tube il 21 febbraio, Nidal è steso per terra, una benda su un occhio, le mani ancora sporche di sangue, una flebo e una ferita aperta nella gamba, sotto choc parla a Nasser già morto, accanto a lui, lo accarezza, lo stringe, in lontananza si sente una deflagrazione, la scena è terribile. Il video non resta solo sulla rete, circola, viene trasmesso in quei giorni da Al Jazeera e dalla tv saudita Al Arabiya, attira l'attenzione di molti. "Dopo l'esplosione lo hanno portato in uno di quelli che chiamiamo local hospital, cioè una clinica clandestina attrezzata in una casa o in un palazzo. Lì gli hanno inserito il fissatore", spiega il giovane medico siriano Mohannad, che a Tripoli, assieme ad altri sette medici suoi connazionali e a due libanesi, assiste e smista i feriti in arrivo dalla Siria, li indirizza negli ospedali per conto del Syrian Refugees Coordination.
Nell'inferno di Homs. La ferita è grave e Baba Amr in quelle settimane è un inferno. La Mezzaluna Rossa siriana e la Croce Rossa internazionale da giorni aspettano il via libera per entrare nel quartiere ed assistere i feriti: il 1° marzo le autorità siriane danno l'autorizzazione per il giorno successivo, poi fanno marcia indietro. Alla fine la Mezzaluna Rossa entra il 7 marzo: Nidal è tra i feriti portati via dall'organizzazione. Intanto, attraverso il video mandato in onda sulle tv satellitari, Nidal è stato identificato: "Mi hanno portato in un ospedale, ma sono stato arrestato, due volte: la prima per due giorni da una squadra di sicurezza privata che alla fine mi ha rilasciato. Altri agenti di sicurezza, poi, mi hanno tenuto in stato di arresto per un mese, legato al letto". Qualcuno, alla fine, gli ha dato i soldi per tornare libero: "A quel punto ho lasciato il Paese per paura di essere arrestato di nuovo". Era un attivista? "La, la" dice di no in arabo, alzando la mano destra: "Partecipavo solo alle manifestazioni". Poi ci mostra il video col cadavere del figlio, che conserva sul suo telefono cellulare.
Echi della guerra dentro la città. A Tripoli più che altrove in Libano si percepisce quello che accade al di là della frontiera, che corre a trenta chilometri da qui. Dall'altra parte, c'è Homs. Si sente l'eco della guerra non solo perché molti siriani vi hanno trovato riparo e non solamente perché c'è chi considera questa città, la seconda più grande del Libano, come una retrovia dei ribelli siriani. La maggioranza dei circa 500mila abitanti di Tripoli è sunnita, ma esiste una minoranza alauita (dello stesso ramo sciita degli Assad), si stima tra le 35mila e le 60mila persone, che parteggia per il regime. Si concentrano principalmente nel quartiere Jebel Mohsen, dove per due volte quest'anno si sono registrati scontri con gli abitanti del confinante sobborgo sunnita di Bab al-Tebbaneh, sostenitori della rivolta contro il regime siriano. Nel mezzo corre la Syria Street. Le tensioni tra i due quartieri non sono una novità recente, risalgono agli anni Settanta, ma a metà maggio la violenza ha raggiunto livelli tali da prevedere l'intervento dell'esercito libanese.
I cecchini e il viaggio in minibus. In un altro letto d'ospedale a Tripoli sta Smail. Anche lui viene da Homs, ma la strada per arrivare qui, nel suo caso, è stata lunghissima. Quarantacinque anni, elettrotecnico in una fabbrica, ha perso la gamba sinistra dal ginocchio in giù. "C'erano molti cecchini in cima ai palazzi in città, pochi i posti in cui ci si poteva muovere liberamente per procurarsi cibo, che comunque scarseggiava. Avevamo finito tutto quello della dispensa e quello che conservavamo nei freezer. Così sono uscito per cercare da mangiare. Dopo aver attraversato un'area dove sapevamo esserci i cecchini, sono arrivato a piedi tra alcuni palazzi che consideravamo sicuri. Non sapevo che avessero installato lì una nuova postazione". Lo hanno colpito al femore sinistro, qualcuno lo ha trascinato dentro un palazzo, poi è stato trasportato in una clinica clandestina. "Ma la sua era una ferita complicata da trattare" spiega il dottor Mohannad, "Quindi hanno deciso di portarlo altrove. Ha preso un minibus con la sua famiglia e altra gente, diretto a Damasco, visto che da Homs il confine col Libano era chiuso". Un viaggio di patimenti, costretto a tenere nascosta la gamba con la ferita. "Ho lasciato i parenti da alcuni amici, mio fratello mi aspettava a Damasco in un'auto, abbiamo attraversato il confine da là". Ci sono voluti diciotto giorni da Homs, via la capitale, per arrivare a Tripoli. "Abbiamo tentato di salvare la gamba ma non è stato possibile" dice il dottore.
In ventitré dentro una casa. Secondo l'UNHCR, l'agenzia delle Nazioni Unite che si occupa di rifugiati, più di 29mila siriani in fuga verrebbero assistiti in Libano. A differenza di quelli che cercano rifugio in Turchia, sistemati in campi nelle quattro provincie frontaliere, qui la maggior parte vive ospite da qualche conoscente o, chi può, affitta case. È quello che ha fatto una famiglia di Ma'arat al Numan, provincia di Idlib: tre nuclei famigliari legati da parentela, ventitré persone in tutto, vivono in una casa in affitto, 450 dollari al mese. Vi si accede salendo una scala stretta e ripida da un vicolo del suq di Tripoli. Il capofamiglia (che non vuole rivelare il proprio nome) è un personaggio conosciuto e rispettato a Ma'arat al Numan, un responsabile amministrativo: "Dopo la prima manifestazione in città, l'esercito è arrivato e mi ha chiesto di fornirgli i i nomi di coloro che avevano partecipato. Ho rifiutato, ho perso la mia carica e mi sono nascosto in un posto segreto". Suo figlio è stato ucciso ad aprile, faceva parte della Free Army: "Era in moschea a pregare, l'esercito del regime è arrivato, è entrato e mentre pregava lo ha preso e caricato su un'auto. Otto giorni dopo l'hanno lasciato fuori dall'ospedale, già morto". Anche quest'uomo, come Nidal, tira fuori il telefono e, in una moderna forma di condivisione del lutto, ci mostra il video col cadavere del figlio.
Il video, la Mezzaluna Rossa e gli arresti. In un filmato postato su You Tube il 21 febbraio, Nidal è steso per terra, una benda su un occhio, le mani ancora sporche di sangue, una flebo e una ferita aperta nella gamba, sotto choc parla a Nasser già morto, accanto a lui, lo accarezza, lo stringe, in lontananza si sente una deflagrazione, la scena è terribile. Il video non resta solo sulla rete, circola, viene trasmesso in quei giorni da Al Jazeera e dalla tv saudita Al Arabiya, attira l'attenzione di molti. "Dopo l'esplosione lo hanno portato in uno di quelli che chiamiamo local hospital, cioè una clinica clandestina attrezzata in una casa o in un palazzo. Lì gli hanno inserito il fissatore", spiega il giovane medico siriano Mohannad, che a Tripoli, assieme ad altri sette medici suoi connazionali e a due libanesi, assiste e smista i feriti in arrivo dalla Siria, li indirizza negli ospedali per conto del Syrian Refugees Coordination.
Nell'inferno di Homs. La ferita è grave e Baba Amr in quelle settimane è un inferno. La Mezzaluna Rossa siriana e la Croce Rossa internazionale da giorni aspettano il via libera per entrare nel quartiere ed assistere i feriti: il 1° marzo le autorità siriane danno l'autorizzazione per il giorno successivo, poi fanno marcia indietro. Alla fine la Mezzaluna Rossa entra il 7 marzo: Nidal è tra i feriti portati via dall'organizzazione. Intanto, attraverso il video mandato in onda sulle tv satellitari, Nidal è stato identificato: "Mi hanno portato in un ospedale, ma sono stato arrestato, due volte: la prima per due giorni da una squadra di sicurezza privata che alla fine mi ha rilasciato. Altri agenti di sicurezza, poi, mi hanno tenuto in stato di arresto per un mese, legato al letto". Qualcuno, alla fine, gli ha dato i soldi per tornare libero: "A quel punto ho lasciato il Paese per paura di essere arrestato di nuovo". Era un attivista? "La, la" dice di no in arabo, alzando la mano destra: "Partecipavo solo alle manifestazioni". Poi ci mostra il video col cadavere del figlio, che conserva sul suo telefono cellulare.
Echi della guerra dentro la città. A Tripoli più che altrove in Libano si percepisce quello che accade al di là della frontiera, che corre a trenta chilometri da qui. Dall'altra parte, c'è Homs. Si sente l'eco della guerra non solo perché molti siriani vi hanno trovato riparo e non solamente perché c'è chi considera questa città, la seconda più grande del Libano, come una retrovia dei ribelli siriani. La maggioranza dei circa 500mila abitanti di Tripoli è sunnita, ma esiste una minoranza alauita (dello stesso ramo sciita degli Assad), si stima tra le 35mila e le 60mila persone, che parteggia per il regime. Si concentrano principalmente nel quartiere Jebel Mohsen, dove per due volte quest'anno si sono registrati scontri con gli abitanti del confinante sobborgo sunnita di Bab al-Tebbaneh, sostenitori della rivolta contro il regime siriano. Nel mezzo corre la Syria Street. Le tensioni tra i due quartieri non sono una novità recente, risalgono agli anni Settanta, ma a metà maggio la violenza ha raggiunto livelli tali da prevedere l'intervento dell'esercito libanese.
I cecchini e il viaggio in minibus. In un altro letto d'ospedale a Tripoli sta Smail. Anche lui viene da Homs, ma la strada per arrivare qui, nel suo caso, è stata lunghissima. Quarantacinque anni, elettrotecnico in una fabbrica, ha perso la gamba sinistra dal ginocchio in giù. "C'erano molti cecchini in cima ai palazzi in città, pochi i posti in cui ci si poteva muovere liberamente per procurarsi cibo, che comunque scarseggiava. Avevamo finito tutto quello della dispensa e quello che conservavamo nei freezer. Così sono uscito per cercare da mangiare. Dopo aver attraversato un'area dove sapevamo esserci i cecchini, sono arrivato a piedi tra alcuni palazzi che consideravamo sicuri. Non sapevo che avessero installato lì una nuova postazione". Lo hanno colpito al femore sinistro, qualcuno lo ha trascinato dentro un palazzo, poi è stato trasportato in una clinica clandestina. "Ma la sua era una ferita complicata da trattare" spiega il dottor Mohannad, "Quindi hanno deciso di portarlo altrove. Ha preso un minibus con la sua famiglia e altra gente, diretto a Damasco, visto che da Homs il confine col Libano era chiuso". Un viaggio di patimenti, costretto a tenere nascosta la gamba con la ferita. "Ho lasciato i parenti da alcuni amici, mio fratello mi aspettava a Damasco in un'auto, abbiamo attraversato il confine da là". Ci sono voluti diciotto giorni da Homs, via la capitale, per arrivare a Tripoli. "Abbiamo tentato di salvare la gamba ma non è stato possibile" dice il dottore.
In ventitré dentro una casa. Secondo l'UNHCR, l'agenzia delle Nazioni Unite che si occupa di rifugiati, più di 29mila siriani in fuga verrebbero assistiti in Libano. A differenza di quelli che cercano rifugio in Turchia, sistemati in campi nelle quattro provincie frontaliere, qui la maggior parte vive ospite da qualche conoscente o, chi può, affitta case. È quello che ha fatto una famiglia di Ma'arat al Numan, provincia di Idlib: tre nuclei famigliari legati da parentela, ventitré persone in tutto, vivono in una casa in affitto, 450 dollari al mese. Vi si accede salendo una scala stretta e ripida da un vicolo del suq di Tripoli. Il capofamiglia (che non vuole rivelare il proprio nome) è un personaggio conosciuto e rispettato a Ma'arat al Numan, un responsabile amministrativo: "Dopo la prima manifestazione in città, l'esercito è arrivato e mi ha chiesto di fornirgli i i nomi di coloro che avevano partecipato. Ho rifiutato, ho perso la mia carica e mi sono nascosto in un posto segreto". Suo figlio è stato ucciso ad aprile, faceva parte della Free Army: "Era in moschea a pregare, l'esercito del regime è arrivato, è entrato e mentre pregava lo ha preso e caricato su un'auto. Otto giorni dopo l'hanno lasciato fuori dall'ospedale, già morto". Anche quest'uomo, come Nidal, tira fuori il telefono e, in una moderna forma di condivisione del lutto, ci mostra il video col cadavere del figlio.