ROMA - Abdu Jeylani Marshale era un umorista conosciutissimo (e molto amato) in Somalia. Si prendeva gioco quasi quotidianamente delle milizie armate utilizzando principalmente la parodia con la quale attaccava i terroristi di Al Shabaab. Gli umoristi nel mondo islamico prendono di mira il regime, come avviene in Tunisia - ad esempio - oppure l'ortoprassi religiosa (i fedeli). Non accade mai che il loro bersagio diventi il Corano, il Profeta. La critica del dogma musulmano è rarissima. Queste tematiche "religiosamente scorrette" si trovano quasi esclusivamente nelle performance dei musulmani europei, prevalentemente francesi e inglesi.
Molte le vittime dell'Umor. Far ridere prendendo in giro qualcuno nel mondo musulmano (in Africa o in Medio Oriente) fa spesso delle vittime. E di omicidi ne sono avvenuti, più di quanto normalmente si apprende da giornali o periodici. Il 20 marzo dell'anno scorso è stato assassinato il caricaturista libico Kaïs al-Hilali, che criticava Gheddafi. Prima di lui - tanto per citarne un altro - nel 1999, Muniru Turay, venne ucciso dal Revolutionnary United Front in Sierra Leone. In entrambi i casi fu la satira politica, non quella religiosa, ad essere stata "punita".
Il caso della Tunisia. Non è la stessa cosa per quanto riguarda la Tunisia. La polemica riguardo alla messa in onda di "Persepolis" su NesmaTV è stata attaccata da un gruppo (minoritario) di musulmani ortodossi. Certo, è apparso a tutti evidente che questo gruppo era come un burattino nelle mani dei partiti estremisti. In ogni caso, la polemica era principalmente legata all'aspetto ritenuto sacrilego. C'è da dire in aggiunta che radio e web sono mezzi essenziali per la satira politica. Nel primo caso, quello della radio, la parola comica diventa accessibile a tutti. Indipendentemente dal reddito, dunque, tutti possono accedervi. Di conseguenza, il pubblico radiofonico è più vasto ed eterogeneo. La radio, inoltre, può anche essere indipendente dal Regime e quindi dalla censura statale. Radio Shabelle di Mogadiscio non riceve soldi dallo Stato e neanche dalle Ong, un dettaglio - questo - importante.
La satira sul web. Per quanto riguarda il web, il mezzo permette di evitare la censura "esterna", ma anche quella endogena. Più privata della radio, la connessione in rete individualizza l'accesso ed evita l'auto-censura. I social network permettono allo spettatore di commentare in diretta la prestazione dell'umorista. In Somalia, come è facile immaginare, sono pochissimi i cittadini che possiedono un accesso ad internet. Tuttavia, dai commenti postati si può capire chi ascoltava Marshale e cosa pensava di lui. Da un rapido sguardo al sito sembra che una buona parte della popolazione, soprattutto tra i giovani, amavano il comico, sebbene siano in prevalenza giovani della diaspora.
All'origine della censura. Nel mondo musulmano ci possono essere tre fattori che fanno scattare la censura: quello politico, quello economico e quello popolare. La popolazione, in pratica, può non "appoggiare" alcune battute e posizioni. Nel caso di Marshale, possiamo procedere per esclusione. La sua vittima della satira potrebbe essere l'autore del suo omicidio. C'è poi da notare che gli artisti utilizzano spesso uno pseudonimo, soprattutto in atmosfere di conflitto armato, mantenendo così l'anonimato e sfuggendo, alla censura (fisica e professionale). Non era questo il caso di Marshale, che era famosissimo in Somalia e all'estero, dunque decisamente in pericolo.
La comicità in Africa. In Africa, è assai più frequente la satira e la comicità scritta o esercitata attraverso i disegni. Damien Glez, che dirige il "Journal du jeudi", settimanale satirico del Burkina Faso, ha stilato una lista di riviste africane che hanno la stessa linea editoriale della sua. "Gbich!" in Costa d'Avorio; "Le Grognon", "Le Pili-pili", "Le Phare" in Zaïre; "le Canard du Golfe" in Benin; "J. J." in Burkina Faso; "le Canard déchaîné" in Niger; "le Lynx" in Guinea; "Cafard libéré" e "Loubji" in Senegal; "Le Popoli" in Cameroun.
La satira coesiste con le tirannie. Artisti e giornalisti sono molto "attivi" su internet nel continente africano, ma la connessione internet rimane il loro principale ostacolo. Il clima, in generale, non è dei migliori, tuttavia malgrado le denuncie, i licenziamenti, il carcere ed episodi come questo avvenuto a Mogadiscio, la satira politica coesiste con i governi, anche quelli più repressivi e dittatoriali.
La saggistica sull'ironia. Esistono diversi saggi sull'ironia e sulla satira in Somalia. Emerge ovunue la natura tragicomica dell'humour di quel Paese. E questo non è una sorpresa, anzi ricorda la Palestina, terra fertile per la comicità. Vanessa Rousselot, giovane regista francese, ha di recente prodotto un docufilm chiamato "Blagues a' part" (Scherzi a parte) nel quale, durante un viaggio di un anno tra i territori palestinesi, la Cisgiordania e Israele, chiese a tutti i palestinesi che incontrava per strada di raccontarle una barzelletta. Prima increduli, poi infastiditi, gli abitanti di Ramallah, Gaza, Gerusalemme, finivano col raccontare moltissime storielle e aforismi.
Le barzellette dei palestinesi. La Rousselot intervistò anche un vecchio palestinese, collazionatore di barzellette. A partire dalla sua testimonianza, si scoprì che la quantità delle barzellette raccolte cambia a seconda del contesto politico. In altre parole, ogni Intifada (tra gli esempi) genera un aumento della produzione umoristica. Questa non è che la conferma del fatto che la violenza, la sofferenza, la tristezza stimolano la vena comica. Succede di sicuro anche in Somalia. Ridere per sdrammatizzare insomma. La prima risposta alla domanda "Mi racconta una barzelletta palestinese?" della Rousselot, durante il suo viaggio era: "Siamo palestinesi. Questa condizione è già una battuta. Siamo noi la barzelletta, non le sembra?!"
Molte le vittime dell'Umor. Far ridere prendendo in giro qualcuno nel mondo musulmano (in Africa o in Medio Oriente) fa spesso delle vittime. E di omicidi ne sono avvenuti, più di quanto normalmente si apprende da giornali o periodici. Il 20 marzo dell'anno scorso è stato assassinato il caricaturista libico Kaïs al-Hilali, che criticava Gheddafi. Prima di lui - tanto per citarne un altro - nel 1999, Muniru Turay, venne ucciso dal Revolutionnary United Front in Sierra Leone. In entrambi i casi fu la satira politica, non quella religiosa, ad essere stata "punita".
Il caso della Tunisia. Non è la stessa cosa per quanto riguarda la Tunisia. La polemica riguardo alla messa in onda di "Persepolis" su NesmaTV è stata attaccata da un gruppo (minoritario) di musulmani ortodossi. Certo, è apparso a tutti evidente che questo gruppo era come un burattino nelle mani dei partiti estremisti. In ogni caso, la polemica era principalmente legata all'aspetto ritenuto sacrilego. C'è da dire in aggiunta che radio e web sono mezzi essenziali per la satira politica. Nel primo caso, quello della radio, la parola comica diventa accessibile a tutti. Indipendentemente dal reddito, dunque, tutti possono accedervi. Di conseguenza, il pubblico radiofonico è più vasto ed eterogeneo. La radio, inoltre, può anche essere indipendente dal Regime e quindi dalla censura statale. Radio Shabelle di Mogadiscio non riceve soldi dallo Stato e neanche dalle Ong, un dettaglio - questo - importante.
La satira sul web. Per quanto riguarda il web, il mezzo permette di evitare la censura "esterna", ma anche quella endogena. Più privata della radio, la connessione in rete individualizza l'accesso ed evita l'auto-censura. I social network permettono allo spettatore di commentare in diretta la prestazione dell'umorista. In Somalia, come è facile immaginare, sono pochissimi i cittadini che possiedono un accesso ad internet. Tuttavia, dai commenti postati si può capire chi ascoltava Marshale e cosa pensava di lui. Da un rapido sguardo al sito sembra che una buona parte della popolazione, soprattutto tra i giovani, amavano il comico, sebbene siano in prevalenza giovani della diaspora.
All'origine della censura. Nel mondo musulmano ci possono essere tre fattori che fanno scattare la censura: quello politico, quello economico e quello popolare. La popolazione, in pratica, può non "appoggiare" alcune battute e posizioni. Nel caso di Marshale, possiamo procedere per esclusione. La sua vittima della satira potrebbe essere l'autore del suo omicidio. C'è poi da notare che gli artisti utilizzano spesso uno pseudonimo, soprattutto in atmosfere di conflitto armato, mantenendo così l'anonimato e sfuggendo, alla censura (fisica e professionale). Non era questo il caso di Marshale, che era famosissimo in Somalia e all'estero, dunque decisamente in pericolo.
La comicità in Africa. In Africa, è assai più frequente la satira e la comicità scritta o esercitata attraverso i disegni. Damien Glez, che dirige il "Journal du jeudi", settimanale satirico del Burkina Faso, ha stilato una lista di riviste africane che hanno la stessa linea editoriale della sua. "Gbich!" in Costa d'Avorio; "Le Grognon", "Le Pili-pili", "Le Phare" in Zaïre; "le Canard du Golfe" in Benin; "J. J." in Burkina Faso; "le Canard déchaîné" in Niger; "le Lynx" in Guinea; "Cafard libéré" e "Loubji" in Senegal; "Le Popoli" in Cameroun.
La satira coesiste con le tirannie. Artisti e giornalisti sono molto "attivi" su internet nel continente africano, ma la connessione internet rimane il loro principale ostacolo. Il clima, in generale, non è dei migliori, tuttavia malgrado le denuncie, i licenziamenti, il carcere ed episodi come questo avvenuto a Mogadiscio, la satira politica coesiste con i governi, anche quelli più repressivi e dittatoriali.
La saggistica sull'ironia. Esistono diversi saggi sull'ironia e sulla satira in Somalia. Emerge ovunue la natura tragicomica dell'humour di quel Paese. E questo non è una sorpresa, anzi ricorda la Palestina, terra fertile per la comicità. Vanessa Rousselot, giovane regista francese, ha di recente prodotto un docufilm chiamato "Blagues a' part" (Scherzi a parte) nel quale, durante un viaggio di un anno tra i territori palestinesi, la Cisgiordania e Israele, chiese a tutti i palestinesi che incontrava per strada di raccontarle una barzelletta. Prima increduli, poi infastiditi, gli abitanti di Ramallah, Gaza, Gerusalemme, finivano col raccontare moltissime storielle e aforismi.
Le barzellette dei palestinesi. La Rousselot intervistò anche un vecchio palestinese, collazionatore di barzellette. A partire dalla sua testimonianza, si scoprì che la quantità delle barzellette raccolte cambia a seconda del contesto politico. In altre parole, ogni Intifada (tra gli esempi) genera un aumento della produzione umoristica. Questa non è che la conferma del fatto che la violenza, la sofferenza, la tristezza stimolano la vena comica. Succede di sicuro anche in Somalia. Ridere per sdrammatizzare insomma. La prima risposta alla domanda "Mi racconta una barzelletta palestinese?" della Rousselot, durante il suo viaggio era: "Siamo palestinesi. Questa condizione è già una battuta. Siamo noi la barzelletta, non le sembra?!"