Mondo Solidale

EMERGENZE UMANITARIE

Somalia, ucciso comico
faceva la parodia degli islamisti

Era un dipendente di Radio Shabelle, già al centro del mirino del gruppo qaedista di Al Shabaab che nel tempo ha eliminato già una decina di giornalisti dell'emittente. Intanto l'emergenza nel paese del Corno d'Africa prosegue, soprattutto nei campi profughi. L'ignavia del governo di transizione. Il rapporto sulla sua corruzione diffusa

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ROMA - Ora si uccidono anche i comici. Succede in Somalia, dove gli estremisti islamici non soportano l'ironia e il sarcasmo rivolto verso di loro, che reagiscono con furia omicida contro chi usa l'arma della risata come un civile "arnese" di denuncia per il cambiamento. A rimetterci la vita stavolta è stato Abdu Jeylani Marshale, dipendente di Radio Shabelle (che conta già diversi direttori e redattori uccisi da Al Shabaab) fulminato con un proiettile alla nuca e un altro al torace. Era appena uscito dalla sede di Radio, dove intratteneva gli ascoltatori con parodie dei miliziani.

Il suo modo di dire "No". In pas­sa­to il co­mi­co era sta­to già mi­nac­cia­to pro­prio da Al-Sha­baab, però lui aveva deciso di con­ti­nua­re a fare il suo la­vo­ro, che era poi il suo modo di com­bat­te­re la cupezza e le tragedie di guer­ra infinita, totalmente a carico dei cittadini inermi. Intanto in Somalia  -  al contrario di quanto vanno rassicurando gli esponenti del governo di transizione  -  gli scontri continuano, tra le forze militari "regolari" e i miliziani islamici, che comunque continuano a controllare tutte le regioni meridionali del Paese. At­tac­chi e in­ti­mi­da­zio­ni proseguono an­che con­tro gior­na­li­sti, molti dei quali vengono regolarmente eliminati fisicamente. Tutto questo, men­tre è in atto una fa­ti­co­sa ope­ra di ri­co­stru­zio­ne di un sistema sociale fondato sulle alleanze o i conflitti tra i numerosi clan e con il so­ste­gno, in verità finora poco incisivo, del­le Na­zio­ni Uni­te.

Intanto la gente inerme paga il conto. Abdu Jeylani Marshale era diventato famoso an­che per le pa­ro­die de­gli estre­mi­sti isla­mi­ci, in un pae­se dove in­fu­ria da troppi anni una guer­ra ci­vi­le, che ha già provocato centinaia di migliaia di profughi soprattutto in Kenia, dove è "lievitato" il più grande campo profughi del mondo, quello di Dadaab, con quasi 600 mila persone assiepate in un'immensa tendopoli, ormai ingovernabile, dove inevitabilmente tende a prevalere la legge del più prepotente. Tutto questo di fronte all'ignavia colpevole di un governo di transizione corrotto, la distrazione per molti versi interessata della cosiddetta "comunità internazionale" e l'isterica violenza delle mi­li­zie in­te­gra­li­ste di al-Sha­baab, vi­ci­ne ad al-Qae­da, che vogliono esercitare il loro po­te­re con la Sharia e che, quasi certamente, parteciperanno a pieno titolo alla spartizione degli incarichi di governo, all'indomani delle prossime elezioni previste, se tutto va bene, per il prossimo 20 agosto.

Gli interessi delle potenze occidentali.
Dopo Libia e Costa d'Avorio, la Francia sta per aprire un terzo fronte in Somalia? Secondo quanto affermato da un maggiore dell'esercito keniano, Emmanuel Chirchir, una potenza occidentale - la Francia per il Nouvel Observateur - nella notte tra sabato e domenica, avrebbe sostenuto l'avanzata dell'esercito di Nairobi nel sud della Somalia, verso Chisimaio, roccaforte degli islamisti Shabaab. L'ufficiale, in un'intervista al New York Times, parlò di incursioni aeree e bombardamenti dal mare che eliminarono diverse decine di miliziani, provenienti dalle navi da guerra francesi lungo le coste somale. L'operazione si chiamava Atalante, spiegò Le Figaro. L'informazione venne però smentita dall'allora portavoce dello Stato Maggiore dell'esercito francese, Thierry Burkhard

La partita dei paesi vicini.
Non meno evidente, appare la partita che stanno giocando i paesi confinanti o vicini. Dall'Etiopia, all'Uganda che ha investito molto in risorse militari nell'Amison, la forza di interposizione con funzioni di peacekiping  dell'Unione Africana. Per non contare il Kenia, il cui esercito ha più volte sconfinato in territorio somalo, mostrando orgoglio nel dire che di aver saputo "spezzare la spina dorsale" di Al-Shabaab. Bastò uccidere, un po' di tempo fa una cinquantina di miliziani per far dichiarare dal governo di Nairobi al mondo di aver tolto di mezzo il gruppo di estremisti islamici. Circostanza, questa che non solo venne smentita dai vertici dell'organizzazione, ma i fatti hanno poi dimostrato che le dimensioni dell'offensiva di Al Shabaab era assai più diffusa di quanto si intendeva dimostrare.

Le forze militari in campo.
Gli Al Shabaab possono contare su circa 2.000 combattenti, di cui circa 200 stranieri arruolati nel mondo islamico, la maggior parte dei quali impegnati nel controllo del Sud della Somalia. Sul fronte opposto, il Governo Federale di Transizione con i suoi 6.000 uomini, unico baluardo di autorità statale presente sul campo. E poi l'Amisom (con 10.000 uomini) l'Etiopia (con 1.500 uomini), il Kenya (con 2-3.000 uomini), oltre che contractors e altre presenze più o meno opache in circolazione. Anche gli Usa sono presenti (con i droni, a quanto pare), loro così interessati quanto meno alla soluzione del problema della pirateria che minaccia le rotte fondamentali energetiche che transitano per il Golfo di Aden e nello Stretto di Hormuz.

Il quadro della situazione.
Sono sempre più o meno caduti nel nulla gli allarmi dell'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (Unhcr) riferiti alle migliaia di civili in fuga dai combattimenti in Somalia. Sfollati che nel tempo hanno cercato rifugio a Bosaso, lungo la costa, in attesa che i mercanti di esseri umani li trasportino nello Yemen. In questo quadro, l'Unione Europea si muove con estrema cautela, in un attendismo imbarazzante; gli Stati Uniti dicono di vigilare; l'Unione africana continua a mandare militari "di pace" ma le sue antiche (e nuove) divisioni rendono complicata ogni decisione.
 
Un discredito crescente. Nel frattempo le milizie integraliste continuano, a fasi alterne, a tenere sotto scacco il governo provvisorio, riconosciuto dall'Onu, ma inviso da una grossa fetta della popolazione e dei clan più influenti e numerosi del Paese. Un discredito crescente aumentato all'indomani del rapporto stilato da Matt Bryden, il coordinatore canadese del Gruppo di monitoraggio per la Somalia, consegnato al Presidente del Consiglio di Sicurezza dell'ONU, nel quale si dice senza mezzi termini che l'attuale governo guidato dal presidente provvisorio somalo, Sharif Ahmed, è "persona non gradita" e che "Il 70% delle entrate finisce per essere utilizzato per fini privati". Lo stesso Matt Bryden, in un'intervista a Voice of America 1, ha detto "mai ho visto simili malversazioni".

L'inferno continua. La Somalia continua dunque ad essere un inferno, per la diffusa insicurezza, per l'assenza di autorevolezza di istituzioni largamente corrotte, per le sue acque infestate dai pirati e dai trafficanti di esseri umani, che gestiscono il racket dei viaggi dei disperati verso la penisola arabica, che nessuno riesce a fermare. Ed è un inferno per le decine di migliaia di civili ammassati nei campi profughi di Mogadiscio, popolati da gente proveniente dai villaggi e he spera di sopravvivere nella capitale, in totale e assoluta dipendenza degli aiuti umanitari.