ROMA - C'è una differenza tra casa, tana e rifugio. Tra essere rintanati, chiusi, al sicuro, o rifugiati. E' nella fuga. In una tana c'è tutto quanto si è accumulato, in un rifugio non c'è niente. Chi scappa arriva nelle nostre città senza bagagli per chiedere spazio. Poco spazio. Milioni di persone scappano da guerre che non conosciamo più. Che guardiamo da lontano. Potrebbe succedere anche a noi, rintanati senza bisogno di rifugio, eppure non è questo il punto. Il punto è che succede.
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Il significato universale dell'urlarti addosso. Sulla testa, sul collo. Un fucile visto da vicino è la prova dell'impotenza per chiunque non lo stia impugnando, rende inconsistente un collo, una testa, una gamba. I militari avevano scarpe grosse ai piedi, anfibi, divise, sguardi cattivi, voci grosse. Improvvisamente in fuga, siamo scappati tutti in fila, al buio, facendo piano. Il nostro silenzio contro le loro urla. Ci hanno imbarcato con i nostri fagotti, le valige mezze vuote. Siamo arrivati alla frontiera di un paese dove ci hanno perquisito, diviso, e ancora urlato contro. Qualcuno è sparito dietro i fucili, qualche collo si è piegato, qualche testa si è abbassata, qualche gamba è stata presa a calci. Le parole urlate sono uguali in ogni lingua. L'urlo è un linguaggio universale. Potremmo gridare tutti, o immaginarci farlo per venti minuti, non è questo il punto. Il punto è che succede. A noi oggi è successo per finta.
I fucili di plastica puntati contro. I fucili che ci hanno puntato in faccia erano di plastica, gli spari avevano un suono impotente, l'odore dei proiettili era quello delle miccette dei bambini. E come i bambini abbiamo giocato a fare tana. Siamo diventati rifugiati per venti minuti. Ma ci sono uomini di sette anni, come Jan Nawazi che oggi era alla conferenza stampa di Unhcr, che a nascondino ci ha giocato per diciassette anni prima di fare tana. Se da piccolo ti urlano addosso forse non è più possibile giocare. A guardie e ladri. Alla guerra o alla frontiera, all'avventura, agli indiani.
Dalle urla alla solidarietà. Siamo arrivati al campo profughi dopo pochi minuti. Alle urla si è sostituita solidarietà. La speranza di avere uno spazio anche se piccolo, in un paese nuovo. Forse acqua da bere, forse un posto per chiudere gli occhi. C'era una tenda e ci hanno messo dentro, in piedi, stretti. Hanno detto che ci avremmo passato la notte. Sapevamo di doverci passare centoventi secondi. L'odore di tanti che si schiacciano addosso, è la porta più rapida per poter immaginare altre vite. E non è importante che potrebbe succedere anche a noi. Conta che succede. Che non dura venti minuti, ma anni. A dire "da quanto sei al campo?", bisbigliando dentro la tenda, non è stato un altro rifugiato a tempo come noi, ma un attore. O forse no. "Sono appena arrivato", ha risposto qualcuno. Stava giocando. Ma forse no.
Lo scopo dell'iniziativa. Immaginare per poter sentire un problema può rendere più facile aiutare. Era questo lo scopo dell'iniziativa dell'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr) che all'Auditorium di Roma ha organizzato una porta immaginaria verso un incubo reale. Sentirsi rifugiati non significa solo provare la fuga. C'è differenza tra chi scappa e chi chiede rifugio. E' sempre nella corsa. Chi fugge si muove, chi chiede un rifugio vuole solo potersi fermare. Riposare, smettere di correre. Nessuno dovrebbe scappare, nessuno dovrebbe negare un po' riposo.
Quei 4.3 milioni di migranti forzati. I nostri venti minuti sono finiti nel tendone da campo, ci hanno fatto uscire. Abbiamo appoggiato le valige e i fagotti, siamo tornati alle sedie, qualcuno ha battuto le mani. Felice di essere sopravvissuto alla propria fantasia e a un viaggio immaginario che resta vero negli occhi di 42,5 milioni di persone. Il 2011 è stato l'anno con il maggior numero di fuggitivi degli ultimi 12 anni: 4,3 milioni di migranti forzati, 800 mila dei quali hanno dovuto abbandonare tutto e attraversare la frontiera del proprio paese diventando rifugiati. Gente che non ha più niente.
Il sogno di vivere nella routine. L'obiettivo di Unhcr è quello di riuscire a dare, con l'aiuto di chi può scegliere ancora di giocare a nascondino per venti minuti, la più piccola delle cose, la routine. Se non sicurezza di un futuro, almeno l'abitudine di un presente. "Nessuno sceglie di diventare rifugiato", ha detto Laura Boldrini (BLOG), portavoce dell'Unhcr. "La cucina, una doccia calda, la spesa, la scuola. Sono cose che ci sembrano normali, ma la normalità è un valore relativo". Che scompare in una tenda vuota, che si scioglie in un deserto dove vengono messi tutti quei bambini, grandi o piccoli, rimasti senza tana libera tutti. Prigionieri di guerre d'altri, fuggitivi in cerca di riposo.
Il ricordo del profugo afgano. "Risentire quelle voci mi ha fatto ricordare tutto", ha detto Jan Nawazi, afgano, nato senza diritti poco più di vent'anni fa, fuggitivo per sopravvivere, rifugiato, e ora cittadino, proprietario di una pizzeria che vuole chiamare Kabulogna. Punto di incontro tra Kabul e Bologna, la pausa al viaggio, la tana. Racconta la sua storia a una platea da orecchie aperte per il suono di spari finti e di anfibi innocui. Si commuove ricordando a tutti che aveva sette anni quando quelle voci hanno urlato contro di lui. Ora che il suo sogno lo sta realizzando parla della pizzeria con l'orgoglio di chi ha mantenuto abbastanza voce per poter dimostrare quanto sia possibile e facile aiutare. Come altri milioni di persone chiede solo la sua routine.
Gli annoiati dalla propria normalità. E tra gli italiani - secondo un'indagine commissionata alla Doxa e presentata oggi -, 15 milioni farebbero le valigie annoiati dalla propria normalità. Dal ripetersi della propria doccia calda, della spesa, della scuola, della sveglia. C'è bisogno di un rifugiato perché una tana appaia un accogliente riparo, di una fuga per apprezzare il riposo. C'è bisogno di ricordarsi la differenza tra aiutare e rintanarsi. O forse c'è solo bisogno di un po' di fantasia.
L'Sms al 45506. La campagna di Uhncr ha aperto le donazioni. "Mandando un sms fino al 30 novembre al numero 45506 si inviano due euro. Servono a creare scuole nei campi dei rifugiati. Energia elettrica, cucine, istruzione", ha spiegato Laurens Jolles, rappresentatnte Unhcr per il Sud Europa. Servono soldi per creare speranza. Il costo dell'istruzione di un bambino senza più casa è di circa 28 euro l'anno. Unhcr conta di poter aiutare 172 mila bambini. L'intervento si svolge in 12 paesi (Siria, Iran, Pakistan, Yemen, Etiopia, Malesia, Etiopia, Kenya, Uganda, Rwuanda, Sud Sudan, Ciad, Sudan) per dare la possibilità a bambine e bambini rifugiati di tornare a scuola, riprendere gli studi nella loro lingua di origine, e proseguire il viaggio dove l'avevano interrotto. Venti minuti dopo essere stati rifugiati, noi siamo tornati a sederci. Nel rifugio di Za'Atri, in Giordania, dove vivono solo donne e bambini, simulare venti minuti delle nostre vite e delle nostre routine, oggi è ancora una fantasia impossibile.
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Il significato universale dell'urlarti addosso. Sulla testa, sul collo. Un fucile visto da vicino è la prova dell'impotenza per chiunque non lo stia impugnando, rende inconsistente un collo, una testa, una gamba. I militari avevano scarpe grosse ai piedi, anfibi, divise, sguardi cattivi, voci grosse. Improvvisamente in fuga, siamo scappati tutti in fila, al buio, facendo piano. Il nostro silenzio contro le loro urla. Ci hanno imbarcato con i nostri fagotti, le valige mezze vuote. Siamo arrivati alla frontiera di un paese dove ci hanno perquisito, diviso, e ancora urlato contro. Qualcuno è sparito dietro i fucili, qualche collo si è piegato, qualche testa si è abbassata, qualche gamba è stata presa a calci. Le parole urlate sono uguali in ogni lingua. L'urlo è un linguaggio universale. Potremmo gridare tutti, o immaginarci farlo per venti minuti, non è questo il punto. Il punto è che succede. A noi oggi è successo per finta.
I fucili di plastica puntati contro. I fucili che ci hanno puntato in faccia erano di plastica, gli spari avevano un suono impotente, l'odore dei proiettili era quello delle miccette dei bambini. E come i bambini abbiamo giocato a fare tana. Siamo diventati rifugiati per venti minuti. Ma ci sono uomini di sette anni, come Jan Nawazi che oggi era alla conferenza stampa di Unhcr, che a nascondino ci ha giocato per diciassette anni prima di fare tana. Se da piccolo ti urlano addosso forse non è più possibile giocare. A guardie e ladri. Alla guerra o alla frontiera, all'avventura, agli indiani.
Dalle urla alla solidarietà. Siamo arrivati al campo profughi dopo pochi minuti. Alle urla si è sostituita solidarietà. La speranza di avere uno spazio anche se piccolo, in un paese nuovo. Forse acqua da bere, forse un posto per chiudere gli occhi. C'era una tenda e ci hanno messo dentro, in piedi, stretti. Hanno detto che ci avremmo passato la notte. Sapevamo di doverci passare centoventi secondi. L'odore di tanti che si schiacciano addosso, è la porta più rapida per poter immaginare altre vite. E non è importante che potrebbe succedere anche a noi. Conta che succede. Che non dura venti minuti, ma anni. A dire "da quanto sei al campo?", bisbigliando dentro la tenda, non è stato un altro rifugiato a tempo come noi, ma un attore. O forse no. "Sono appena arrivato", ha risposto qualcuno. Stava giocando. Ma forse no.
Lo scopo dell'iniziativa. Immaginare per poter sentire un problema può rendere più facile aiutare. Era questo lo scopo dell'iniziativa dell'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr) che all'Auditorium di Roma ha organizzato una porta immaginaria verso un incubo reale. Sentirsi rifugiati non significa solo provare la fuga. C'è differenza tra chi scappa e chi chiede rifugio. E' sempre nella corsa. Chi fugge si muove, chi chiede un rifugio vuole solo potersi fermare. Riposare, smettere di correre. Nessuno dovrebbe scappare, nessuno dovrebbe negare un po' riposo.
Quei 4.3 milioni di migranti forzati. I nostri venti minuti sono finiti nel tendone da campo, ci hanno fatto uscire. Abbiamo appoggiato le valige e i fagotti, siamo tornati alle sedie, qualcuno ha battuto le mani. Felice di essere sopravvissuto alla propria fantasia e a un viaggio immaginario che resta vero negli occhi di 42,5 milioni di persone. Il 2011 è stato l'anno con il maggior numero di fuggitivi degli ultimi 12 anni: 4,3 milioni di migranti forzati, 800 mila dei quali hanno dovuto abbandonare tutto e attraversare la frontiera del proprio paese diventando rifugiati. Gente che non ha più niente.
Il sogno di vivere nella routine. L'obiettivo di Unhcr è quello di riuscire a dare, con l'aiuto di chi può scegliere ancora di giocare a nascondino per venti minuti, la più piccola delle cose, la routine. Se non sicurezza di un futuro, almeno l'abitudine di un presente. "Nessuno sceglie di diventare rifugiato", ha detto Laura Boldrini (BLOG), portavoce dell'Unhcr. "La cucina, una doccia calda, la spesa, la scuola. Sono cose che ci sembrano normali, ma la normalità è un valore relativo". Che scompare in una tenda vuota, che si scioglie in un deserto dove vengono messi tutti quei bambini, grandi o piccoli, rimasti senza tana libera tutti. Prigionieri di guerre d'altri, fuggitivi in cerca di riposo.
Il ricordo del profugo afgano. "Risentire quelle voci mi ha fatto ricordare tutto", ha detto Jan Nawazi, afgano, nato senza diritti poco più di vent'anni fa, fuggitivo per sopravvivere, rifugiato, e ora cittadino, proprietario di una pizzeria che vuole chiamare Kabulogna. Punto di incontro tra Kabul e Bologna, la pausa al viaggio, la tana. Racconta la sua storia a una platea da orecchie aperte per il suono di spari finti e di anfibi innocui. Si commuove ricordando a tutti che aveva sette anni quando quelle voci hanno urlato contro di lui. Ora che il suo sogno lo sta realizzando parla della pizzeria con l'orgoglio di chi ha mantenuto abbastanza voce per poter dimostrare quanto sia possibile e facile aiutare. Come altri milioni di persone chiede solo la sua routine.
Gli annoiati dalla propria normalità. E tra gli italiani - secondo un'indagine commissionata alla Doxa e presentata oggi -, 15 milioni farebbero le valigie annoiati dalla propria normalità. Dal ripetersi della propria doccia calda, della spesa, della scuola, della sveglia. C'è bisogno di un rifugiato perché una tana appaia un accogliente riparo, di una fuga per apprezzare il riposo. C'è bisogno di ricordarsi la differenza tra aiutare e rintanarsi. O forse c'è solo bisogno di un po' di fantasia.
L'Sms al 45506. La campagna di Uhncr ha aperto le donazioni. "Mandando un sms fino al 30 novembre al numero 45506 si inviano due euro. Servono a creare scuole nei campi dei rifugiati. Energia elettrica, cucine, istruzione", ha spiegato Laurens Jolles, rappresentatnte Unhcr per il Sud Europa. Servono soldi per creare speranza. Il costo dell'istruzione di un bambino senza più casa è di circa 28 euro l'anno. Unhcr conta di poter aiutare 172 mila bambini. L'intervento si svolge in 12 paesi (Siria, Iran, Pakistan, Yemen, Etiopia, Malesia, Etiopia, Kenya, Uganda, Rwuanda, Sud Sudan, Ciad, Sudan) per dare la possibilità a bambine e bambini rifugiati di tornare a scuola, riprendere gli studi nella loro lingua di origine, e proseguire il viaggio dove l'avevano interrotto. Venti minuti dopo essere stati rifugiati, noi siamo tornati a sederci. Nel rifugio di Za'Atri, in Giordania, dove vivono solo donne e bambini, simulare venti minuti delle nostre vite e delle nostre routine, oggi è ancora una fantasia impossibile.