BEIRUT - Mohammad, rifugiato sudanese, è felice, ha appena saputo che la sua domanda di reinsediamento per il Canada è stata autorizzata dall'UNHCR. La notizia è arrivata proprio quando con la moglie Geigi, rifugiata dalla Somalia, stava per intraprendere uno sciopero della fame e della sete, nel disperato tentativo di sollecitare la loro richiesta. Un finale lieto per Mohammad e la sua famiglia, ma purtroppo un'eccezione. Quasi nessuno ne parla, pochi se ne occupano, ma sono migliaia in Libano i rifugiati considerati irregolari dalla legge attuale. Sono e, spesso, vogliono essere invisibili per evitare guai con la giustizia. Arrivano in maggioranza dal Corno d'Africa e dall'Iraq e molti sono qui da anni. Le associazioni umanitarie parlano di più di 15.000 persone che vivono nell'ombra. La paura di incappare nelle maglie della giustizia contribuisce a rendere impossibile un vero censimento. L'ultimo risale al 2003, prima del grande esodo dall'Iraq, e stimava in 9.000 i migranti irregolari in Libano.
L'attesa di essere accolti. Il loro è un dramma silenzioso che si consuma nella lunga attesa che un altro Stato li accolga. Anche per Mohammad le speranze di successo della sua richiesta di reinsediamento erano davvero poche. Solo l'1% dei rifugiati nel mondo sono reinsediati in un paese terzo, di questa percentuale ben il il 20% partono dal Libano. Un numero considerevole, figlio della legge libanese che non riconosce lo status di rifugiato e assimila queste persone in fuga a migranti illegali. Il Libano, infatti, non ha mai ratificato la Convenzione delle Nazioni Unite del 1951, che definisce i diritti dei rifugiati, così la legge del 1962 relativa all'ingresso e al soggiorno degli stranieri rimane l'unico strumento che determina lo status giuridico dei non libanesi.
Un gioco con il tempo. A causa delle incoerenze giuridiche molti rifugiati vivono come clandestini, nella speranza che le loro domanda di reinsediamento sia approvata prima di essere arrestati come illegali. "Ho paura del carcere, ci sono stato quattro volte - racconta Mohammad - quando andiamo a fare la spesa abbiamo paura di essere fermati, abbiamo paura dei posti di blocco. Se io o mia moglie siamo arrestati di nuovo chi si prenderà cura di nostra figlia?" Lamis, la figlia di quattro anni ha scambiato gli uffici del "Centro libanese per i Diritti Umani" per il proprio parco giochi, mentre il padre racconta tutte le volte che lo aveva visto ammanettato e trattenuto perché non aveva un'adeguata documentazione. Geigi, che siede in silenzio al suo fianco, è stata arrestata nel 2006 e detenuta per sei mesi "sotto il ponte", il modo in cui è chiamato il centro di detenzione della Sicurezza Generale ad Adlieh. È il posto dove si sono conosciuti e innamorati. Mohammad, fuggito Sudan nel 1996, è stato arrestato l'ultima volta nel 2012 con l'accusa di soggiorno irregolare.
L'esperienza della detenzione. "Sono detenuti per nulla - ha dichiarato Marie Daunay, presidente del Centro Libanese per i Diritti Umani - sono riconosciuti come rifugiati, così le autorità sanno che non possono tornare al loro paese d'origine, ma sono ancora messi in carcere senza aver fatto nulla di male". L'esperienza della detenzione traumatizza molti rifugiati. A causa della minaccia di un altro arresto sempre incombente alcuni, come il giovane iracheno Mikhal, preferiscono rimanere segregati nei luoghi dove hanno trovato riparo e affidarsi alla solidarietà per sopravvivere. "Stiamo cercando di ottenere il reinsediamento in un altro paese, perché qui siamo illegali". A parlare è il padre n Mikhal. "Siamo fuggiti in Libano nel 2008, in Iraq ero stato minacciato di morte perché lavoravo come autista per gli americani. Vogliamo vivere in un paese che può darci un futuro". Dice l'uomo che lavora illegalmente come guardia di sicurezza in un lussuoso residence.
Avanti e indietro con il carcere. Fino allo scorso anno Mikhal conduceva una vita quasi normale, fino a quando è stato arrestato. È stato inviato al centro di detenzione della Sicurezza Generale, dove è rimasto per due mesi. In genere è a questo punto della storia che gli operatori umanitari possano prendere contatto con i clandestini e occuparsi della loro liberazione e delle pratiche di espatrio. Spesso sono rilasciati nell'attesa di una sistemazione in un paese estero, ma molte volte tornano di nuovo in carcere. Queste detenzioni, in particolare tra gli iracheni, hanno fatto notizia nel 2010, quando l'avvocato Nizar Saghieh ha rappresentato otto di loro in tribunale. "Sosteniamo che non c'è alcun testo giuridico che permette di tenere qualcuno in carcere senza una decisione giudiziaria, altrimenti si configura una detenzione arbitraria". Questa la tesi dell'avvocato.
Un memorandum d'intesa. In realtà nel 2005 il Governo ha emanato un memorandum d'intesa per i rifugiati registrati, che si applica a condizione che questi siano poi instradati in altri paesi. Tuttavia, secondo Nizar Saghieh, il periodo di amnistia previsto è troppo breve per soddisfare le richieste del gran numero di rifugiati in cerca di ricollocazione, date anche le limitate quote di accoglienza messe a disposizione dalla comunità internazionale. "Questo memorandum dovrebbe essere modificato per riflettere la realtà della situazione".
Jawad al-Jabburi è uno dei rifugiati iracheni che Saghieh aveva rappresentato e, nonostante il successo della sfida legale, fu costretto a rientrare in Iraq nell'ottobre 2011. Nel dicembre dello stesso anno rientrò in Libano, perché la sua richiesta di reinsediamento era in corso a Beirut. "Ho combattuto due guerre e passato molto tempo in carcere, tutto per cosa?" Oggi lavora in nero come cameriere in un ristorante per 12 ore al giorno, sette giorni alla settimana per 300 dollari al mese. "Se non vado al lavoro mi tolgono 10 dollari al giorno, e quando il padrone si aspetta una visita della polizia del turismo per i controlli di routine non possiamo andare al lavoro". Dal 2007 Jabbouri ha trascorso più di tre anni in carcere.
L'llusione del reinserimento degli iracheni. "Il reinsediamento è interamente basato su criteri e quote stabiliti dai paesi che ricevono - ci spiega Dana Sleiman, portavoce dell'UNHCR - La decisione finale spetta ai paesi di reinsediamento". La maggior parte dei rifugiati iracheni in fuga dalla guerra del 2003, come Haydar, è arrivata in Libano perché credevano che le prospettive per il reinsediamento fossero più concrete. Nel 2006 Haydar ha pagato 200 dollari a un contrabbandiere per portarlo oltre il confine siriano in Libano. Ha scelto di vivere nei sobborghi meridionali di Beirut, con la speranza di evitare spiacevoli incontri con la polizia. Tuttavia, dice, le poche volte che li ha incontrati i poliziotti hanno chiuso un occhio. Conoscono bene il dramma di questi rifugiati e sanno che arrestarlo non porterebbe a nessun risultato. "Negli ultimi anni la polizia è più disponibile a cercare soluzioni alternative all'arresto. Capiscono la situazione dei rifugiati, ma purtroppo la legge è contro di loro - ha detto ancora Marie Daunay - Non so se il divario legislativo nel Paese sarà risolto presto, ma credo che anche gli altri paesi devono impegnarsi, devono riconosce i profughi e aprire le loro porte."
L'attesa di essere accolti. Il loro è un dramma silenzioso che si consuma nella lunga attesa che un altro Stato li accolga. Anche per Mohammad le speranze di successo della sua richiesta di reinsediamento erano davvero poche. Solo l'1% dei rifugiati nel mondo sono reinsediati in un paese terzo, di questa percentuale ben il il 20% partono dal Libano. Un numero considerevole, figlio della legge libanese che non riconosce lo status di rifugiato e assimila queste persone in fuga a migranti illegali. Il Libano, infatti, non ha mai ratificato la Convenzione delle Nazioni Unite del 1951, che definisce i diritti dei rifugiati, così la legge del 1962 relativa all'ingresso e al soggiorno degli stranieri rimane l'unico strumento che determina lo status giuridico dei non libanesi.
Un gioco con il tempo. A causa delle incoerenze giuridiche molti rifugiati vivono come clandestini, nella speranza che le loro domanda di reinsediamento sia approvata prima di essere arrestati come illegali. "Ho paura del carcere, ci sono stato quattro volte - racconta Mohammad - quando andiamo a fare la spesa abbiamo paura di essere fermati, abbiamo paura dei posti di blocco. Se io o mia moglie siamo arrestati di nuovo chi si prenderà cura di nostra figlia?" Lamis, la figlia di quattro anni ha scambiato gli uffici del "Centro libanese per i Diritti Umani" per il proprio parco giochi, mentre il padre racconta tutte le volte che lo aveva visto ammanettato e trattenuto perché non aveva un'adeguata documentazione. Geigi, che siede in silenzio al suo fianco, è stata arrestata nel 2006 e detenuta per sei mesi "sotto il ponte", il modo in cui è chiamato il centro di detenzione della Sicurezza Generale ad Adlieh. È il posto dove si sono conosciuti e innamorati. Mohammad, fuggito Sudan nel 1996, è stato arrestato l'ultima volta nel 2012 con l'accusa di soggiorno irregolare.
L'esperienza della detenzione. "Sono detenuti per nulla - ha dichiarato Marie Daunay, presidente del Centro Libanese per i Diritti Umani - sono riconosciuti come rifugiati, così le autorità sanno che non possono tornare al loro paese d'origine, ma sono ancora messi in carcere senza aver fatto nulla di male". L'esperienza della detenzione traumatizza molti rifugiati. A causa della minaccia di un altro arresto sempre incombente alcuni, come il giovane iracheno Mikhal, preferiscono rimanere segregati nei luoghi dove hanno trovato riparo e affidarsi alla solidarietà per sopravvivere. "Stiamo cercando di ottenere il reinsediamento in un altro paese, perché qui siamo illegali". A parlare è il padre n Mikhal. "Siamo fuggiti in Libano nel 2008, in Iraq ero stato minacciato di morte perché lavoravo come autista per gli americani. Vogliamo vivere in un paese che può darci un futuro". Dice l'uomo che lavora illegalmente come guardia di sicurezza in un lussuoso residence.
Avanti e indietro con il carcere. Fino allo scorso anno Mikhal conduceva una vita quasi normale, fino a quando è stato arrestato. È stato inviato al centro di detenzione della Sicurezza Generale, dove è rimasto per due mesi. In genere è a questo punto della storia che gli operatori umanitari possano prendere contatto con i clandestini e occuparsi della loro liberazione e delle pratiche di espatrio. Spesso sono rilasciati nell'attesa di una sistemazione in un paese estero, ma molte volte tornano di nuovo in carcere. Queste detenzioni, in particolare tra gli iracheni, hanno fatto notizia nel 2010, quando l'avvocato Nizar Saghieh ha rappresentato otto di loro in tribunale. "Sosteniamo che non c'è alcun testo giuridico che permette di tenere qualcuno in carcere senza una decisione giudiziaria, altrimenti si configura una detenzione arbitraria". Questa la tesi dell'avvocato.
Un memorandum d'intesa. In realtà nel 2005 il Governo ha emanato un memorandum d'intesa per i rifugiati registrati, che si applica a condizione che questi siano poi instradati in altri paesi. Tuttavia, secondo Nizar Saghieh, il periodo di amnistia previsto è troppo breve per soddisfare le richieste del gran numero di rifugiati in cerca di ricollocazione, date anche le limitate quote di accoglienza messe a disposizione dalla comunità internazionale. "Questo memorandum dovrebbe essere modificato per riflettere la realtà della situazione".
Jawad al-Jabburi è uno dei rifugiati iracheni che Saghieh aveva rappresentato e, nonostante il successo della sfida legale, fu costretto a rientrare in Iraq nell'ottobre 2011. Nel dicembre dello stesso anno rientrò in Libano, perché la sua richiesta di reinsediamento era in corso a Beirut. "Ho combattuto due guerre e passato molto tempo in carcere, tutto per cosa?" Oggi lavora in nero come cameriere in un ristorante per 12 ore al giorno, sette giorni alla settimana per 300 dollari al mese. "Se non vado al lavoro mi tolgono 10 dollari al giorno, e quando il padrone si aspetta una visita della polizia del turismo per i controlli di routine non possiamo andare al lavoro". Dal 2007 Jabbouri ha trascorso più di tre anni in carcere.
L'llusione del reinserimento degli iracheni. "Il reinsediamento è interamente basato su criteri e quote stabiliti dai paesi che ricevono - ci spiega Dana Sleiman, portavoce dell'UNHCR - La decisione finale spetta ai paesi di reinsediamento". La maggior parte dei rifugiati iracheni in fuga dalla guerra del 2003, come Haydar, è arrivata in Libano perché credevano che le prospettive per il reinsediamento fossero più concrete. Nel 2006 Haydar ha pagato 200 dollari a un contrabbandiere per portarlo oltre il confine siriano in Libano. Ha scelto di vivere nei sobborghi meridionali di Beirut, con la speranza di evitare spiacevoli incontri con la polizia. Tuttavia, dice, le poche volte che li ha incontrati i poliziotti hanno chiuso un occhio. Conoscono bene il dramma di questi rifugiati e sanno che arrestarlo non porterebbe a nessun risultato. "Negli ultimi anni la polizia è più disponibile a cercare soluzioni alternative all'arresto. Capiscono la situazione dei rifugiati, ma purtroppo la legge è contro di loro - ha detto ancora Marie Daunay - Non so se il divario legislativo nel Paese sarà risolto presto, ma credo che anche gli altri paesi devono impegnarsi, devono riconosce i profughi e aprire le loro porte."