BAD AL SALAM (Nord della Siria) - Il campo profughi Bab al Salam (porta della pace) si trova a una ventina di chilometri da Aleppo, nel nord del paese, in territorio liberato dall'esercito siriano libero (FSA). Quindicimila persone, la maggioranza bambini, che pur con tutte le difficoltà del vivere nell'emergenza (sotto le tende con 40 gradi, rischio epidemie, malnutrizione...), riescono a sopravvivere (fino a quando?) con una certa dignità, grazie a quel minimo di risorse a loro destinate da organizzazioni umanitarie internazionali e siriane grandi e piccole. Gli occidentali, peraltro, specie quelli delle grandi agenzie delle Nazioni Unite, vengono spesso criticati perché, come afferma un maestro all'interno del campo, "visitano il campo, fanno foto, trascorrono un paio d'ore e poi se ne vanno dando quasi l'impressione di essere turisti".
Il nervo scoperto della cooperazione. I veri problemi, il nervo scoperto della macchina umanitaria in Siria, comincia addentrandosi nelle zone più interne, come ci conferma Maher, 28 anni, studi in Italia, la guida dei quattro giornalisti italiani rapiti in aprile: "Io ammiro quello che stanno facendo le associazioni come l'italiana Time4life, con la quale collaboro, che fa la spola due volte al mese portando medicinali e beni di prima necessità all'interno del campo di Bab al Salam - dice - ma purtroppo si ignora che le vere difficoltà sono là dove tv e giornalisti non riescono ad arrivare, e nemmeno gli aiuti. Parlo ad esempio delle zone di campagna intorno ad Aleppo, in cui la popolazione ha preferito restare in quello che rimane delle proprie case piuttosto che fare la vita da profugo: lì è stato tutto abbandonato, le colture, l'allevamento, mancano acqua potabile per prevenire disidratazione, ma anche cibo, medicine e le apparecchiature per i pochi dottori e infermiere rimasti. Lì davvero la gente non sa di che vivere e gli aiuti internazionali giungono centellinati o sono del tutto assenti".
I costi umani di questa tragedia. L'Agenzia dell'Onu per i rifugiati (Unhcr), nel suo ultimo report, parla di 1,6 milioni di rifugiati siriani sparsi tra Turchia, Libano, Egitto, Iraq e Giordania e di 4,2 milioni di rifugiati interni, i cosiddetti "displaced". Dopo due anni di conflitto e almeno 70.000 vittime, in un appello divenuto "storico", agli inizi di gennaio, le agenzie delle Nazioni Unite, chiamate in causa a gestire i costi umani di questa tragedia, hanno chiesto ai leader politici e a tutte le parti coinvolte di cessare le ostilità e concedere agli operatori umanitari libero e sicuro accesso a tutto il territorio. Questa è infatti una delle problematiche della complessa macchina degli aiuti, che va a cozzare con la legge umanitaria internazionale: in base ad essa, infatti, gli aiuti sono sottoposti al consenso dello stato ospitante che dovrebbe consentire e garantire sostegno alla popolazione civile, con regole di imparzialità senza favorire una delle due parti.
Se gli aiuti sono vincolati ai "Sì" del governo. Ma lo scorso maggio MSF (Medici senza Frontiere) ha criticato e denunciato, con un certo turbamento da parte del mondo degli aiuti, lo squilibrio tra gli aiuti dicendo che le operazioni di sostegno alla popolazione sono incentrate su Damasco e non raggiungono le zone liberate dall'opposizione (un terzo della popolazione) chiedendo inoltre che gli aiuti non siano più sottoposti al consenso governativo e si possano anche più agevolmente espandere attraverso i confini dei paesi vicini, ricordando che 3,5 milioni di persone richiederebbero assistenza immediata soltanto nel nord della Siria.
E l'assistenza non raggiunge tutti. Il Syrian Relief Network, un insieme di Ong siriane che forniscono aiuti umanitari dentro e fuori la Siria, ha più volte fatto appello alle Nazioni Unite invitandole a lavorare di più con le organizzazioni siriane. Anche loro notano che il regime siriano monopolizza la distribuzione degli aiuti internazionali all'interno del paese, essendo l'unica legale entità che può interagire ufficialmente con i paesi donatori. Il risultato è che un'alta percentuale dell'assistenza non raggiunge i siriani che ne hanno un effettivo e disperato bisogno.
Il governo centrale gestisce gli aiuti esteri. Nei villaggi e nei campi che si riesce a raggiungere, anche i lavoratori siriani impegnati negli aiuti esprimono risentimento nei confronti del governo, ma anche della comunità internazionale: "I donors occidentali sono eccessivamente cauti nell'entrare in contatto con noi", dice Alì, medico siriano, che lavora in uno dei container-infermieria all'interno di un campo. Rimane dunque aperto il problema di comunicazione-collaborazione con le associazioni umanitarie radicate all'interno della Syria che non sono sfruttate in modo efficace. Eppure questi gruppi potrebbero più agevolmente raggiungere i civili intrappolati nelle linee di frontiera tra ribelli ed esercito regolare in diverse zone del paese.
Il problema dell'affidabilità degli interlocutori. Naturalmente ci sono buone ragioni per essere cauti nel sostenere le associazioni siriane (basti pensare che soltanto nella distribuzione in piccola scala nei campi si è parlato di mafia dilagante), specialmente senza garanzie di monitoraggio su dove arrivano e chi riceve gli aiuti. Ma la riluttanza dei paesi occidentali è eccessiva rispetto all'acuta necessità della popolazione civile - afferma Refugee International, un'organizzazione indipendente che si occupa di rifugiati, che ritiene necessario che i responsabili delle organizzazioni siriane abbiano la possibilità di distribuire aiuti internazionali. La gestione degli aiuti da parte delle organizzazioni internazionali risulta particolarmente impegnativa non solo per l'individuazione di partner affidabili, ma anche perché obiettivamente i rischi sono molti, gli operatori hanno paura, temono i bombardamenti aerei del regime o degli jihadisti, che scorrazzano per le strade nell'intera regione, o temono anche di "innervosire" Damasco.
La frustrazione degli "invisibilil". Sempre il Syrian Relief Network, per voce del capo, Hugh Fenton, afferma che la frustrazione di sapere che molte persone non possono accedere agli aiuti è indescrivibile. "Moltissime persone sono intrappolate dalle violenze in territorio siriano e non possono essere raggiunte altre sono "invisibili" perché non registrate nei campi profughi, quindi non si conosce nemmeno l'entità dei bisogni". Fenton ricorda anche come gli aiuti debbano essere basati sui principi del diritto umanitario, quindi, imparziali senza privilegiare un gruppo piuttosto che un altro. Le associazioni locali sono a conoscenza del fatto che i rifugiati Palestinesi, Iracheni Sudanesi e Libanesi, fuggiti in Syria, non stanno ricevendo gli aiuti adeguati.
Di dieci materassi donati ne arriva la metà. Il che viene confermato anche da Farshid Nourai, coordinatore dell'Associazione Nazionale per la pace che da anni opera soprattutto in Libano all'interno dei campi profughi palestinesi e che ovviamente ha allargato ora il proprio raggio d'azione: "Ci sono due ordini di disperati - spiega - quelli che hanno trovato rifugio nei campi profughi e quelli che sono all'interno del paese, i "displaced". Poi ci sono zone, come quella siro-kurda in cui si riesce ad entrare nel paese con maggiore facilità e si può portare i materiali; altre invece, come l'entroterra, in cui risulta molto più difficile. Poi c'è da tener conto delle necessità burocratiche delle Ong occidentali con le rendicontazioni ecc... e del fatto che di dieci materassi donati, ne arriva dentro la metà.
Nella terra di tutti e di nessuno. Ti puntano la pistola addosso e addio aiuti. Allora l'idea è stata di far passare modiche quantità di denaro che vadano in mano a fidati referenti locali che poi acquistano sul loro mercato il materiale, rendicontando il tutto. Ma molti finanziatori hanno paura e si fermano prima". "Noi abbiamo provato ad entrare in Siria fisicamente aggiunge - ma non ci siamo riusciti. Allora abbiamo comprato medicine, fatto un progetto per i ragazzi facendo lavorare le persone là. Ero presente ad un incontro con MSF in cui i responsabili hanno detto: noi possiamo fornirvi 500 kit di prima necessità e voi li distribuite individuando quali famiglie, e così è stato".
I libanesi non ne possono più. Un altro aspetto interessante, che ci viene spiegato da Farshid Nourai, è quello del livello sociale dei rifugiati: "Ci sono i miserabili - dice - i più vulnerabili, ma ci sono anche i ricchi commercianti che, ad esempio, girano per il quartiere di Hamra, a Beirut, da un bar all'altro, in attesa che la guerra finisca. I più sfortunati, quelli che già prima della guerra erano di modeste condizioni sociali, sono concentrati nelle zone più depresse, anche nei campi palestinesi. Ma lì gli operatori sono abituati a lavorare nell'emergenza già da trent'anni, per cui... Si apre però l'altra questione - aggiunge Nourai - cioè gli aiuti arriverebbero solo ai siriani che si addossano agli altri e provocano una discriminazione sociale. I libanesi, ad esempio, non ne possono più, stanno raggiungendo il limite. E penso - conclude - che anche in Turchia sia lo stesso perché l'ondata dei rifugiati non si arresta. Ad esempio a livello scolastico già molte scuole libanesi hanno le loro difficoltà immagino che la situazione si aggraverà con l'arrivo dei siriani".
Il nervo scoperto della cooperazione. I veri problemi, il nervo scoperto della macchina umanitaria in Siria, comincia addentrandosi nelle zone più interne, come ci conferma Maher, 28 anni, studi in Italia, la guida dei quattro giornalisti italiani rapiti in aprile: "Io ammiro quello che stanno facendo le associazioni come l'italiana Time4life, con la quale collaboro, che fa la spola due volte al mese portando medicinali e beni di prima necessità all'interno del campo di Bab al Salam - dice - ma purtroppo si ignora che le vere difficoltà sono là dove tv e giornalisti non riescono ad arrivare, e nemmeno gli aiuti. Parlo ad esempio delle zone di campagna intorno ad Aleppo, in cui la popolazione ha preferito restare in quello che rimane delle proprie case piuttosto che fare la vita da profugo: lì è stato tutto abbandonato, le colture, l'allevamento, mancano acqua potabile per prevenire disidratazione, ma anche cibo, medicine e le apparecchiature per i pochi dottori e infermiere rimasti. Lì davvero la gente non sa di che vivere e gli aiuti internazionali giungono centellinati o sono del tutto assenti".
I costi umani di questa tragedia. L'Agenzia dell'Onu per i rifugiati (Unhcr), nel suo ultimo report, parla di 1,6 milioni di rifugiati siriani sparsi tra Turchia, Libano, Egitto, Iraq e Giordania e di 4,2 milioni di rifugiati interni, i cosiddetti "displaced". Dopo due anni di conflitto e almeno 70.000 vittime, in un appello divenuto "storico", agli inizi di gennaio, le agenzie delle Nazioni Unite, chiamate in causa a gestire i costi umani di questa tragedia, hanno chiesto ai leader politici e a tutte le parti coinvolte di cessare le ostilità e concedere agli operatori umanitari libero e sicuro accesso a tutto il territorio. Questa è infatti una delle problematiche della complessa macchina degli aiuti, che va a cozzare con la legge umanitaria internazionale: in base ad essa, infatti, gli aiuti sono sottoposti al consenso dello stato ospitante che dovrebbe consentire e garantire sostegno alla popolazione civile, con regole di imparzialità senza favorire una delle due parti.
Se gli aiuti sono vincolati ai "Sì" del governo. Ma lo scorso maggio MSF (Medici senza Frontiere) ha criticato e denunciato, con un certo turbamento da parte del mondo degli aiuti, lo squilibrio tra gli aiuti dicendo che le operazioni di sostegno alla popolazione sono incentrate su Damasco e non raggiungono le zone liberate dall'opposizione (un terzo della popolazione) chiedendo inoltre che gli aiuti non siano più sottoposti al consenso governativo e si possano anche più agevolmente espandere attraverso i confini dei paesi vicini, ricordando che 3,5 milioni di persone richiederebbero assistenza immediata soltanto nel nord della Siria.
E l'assistenza non raggiunge tutti. Il Syrian Relief Network, un insieme di Ong siriane che forniscono aiuti umanitari dentro e fuori la Siria, ha più volte fatto appello alle Nazioni Unite invitandole a lavorare di più con le organizzazioni siriane. Anche loro notano che il regime siriano monopolizza la distribuzione degli aiuti internazionali all'interno del paese, essendo l'unica legale entità che può interagire ufficialmente con i paesi donatori. Il risultato è che un'alta percentuale dell'assistenza non raggiunge i siriani che ne hanno un effettivo e disperato bisogno.
Il governo centrale gestisce gli aiuti esteri. Nei villaggi e nei campi che si riesce a raggiungere, anche i lavoratori siriani impegnati negli aiuti esprimono risentimento nei confronti del governo, ma anche della comunità internazionale: "I donors occidentali sono eccessivamente cauti nell'entrare in contatto con noi", dice Alì, medico siriano, che lavora in uno dei container-infermieria all'interno di un campo. Rimane dunque aperto il problema di comunicazione-collaborazione con le associazioni umanitarie radicate all'interno della Syria che non sono sfruttate in modo efficace. Eppure questi gruppi potrebbero più agevolmente raggiungere i civili intrappolati nelle linee di frontiera tra ribelli ed esercito regolare in diverse zone del paese.
Il problema dell'affidabilità degli interlocutori. Naturalmente ci sono buone ragioni per essere cauti nel sostenere le associazioni siriane (basti pensare che soltanto nella distribuzione in piccola scala nei campi si è parlato di mafia dilagante), specialmente senza garanzie di monitoraggio su dove arrivano e chi riceve gli aiuti. Ma la riluttanza dei paesi occidentali è eccessiva rispetto all'acuta necessità della popolazione civile - afferma Refugee International, un'organizzazione indipendente che si occupa di rifugiati, che ritiene necessario che i responsabili delle organizzazioni siriane abbiano la possibilità di distribuire aiuti internazionali. La gestione degli aiuti da parte delle organizzazioni internazionali risulta particolarmente impegnativa non solo per l'individuazione di partner affidabili, ma anche perché obiettivamente i rischi sono molti, gli operatori hanno paura, temono i bombardamenti aerei del regime o degli jihadisti, che scorrazzano per le strade nell'intera regione, o temono anche di "innervosire" Damasco.
La frustrazione degli "invisibilil". Sempre il Syrian Relief Network, per voce del capo, Hugh Fenton, afferma che la frustrazione di sapere che molte persone non possono accedere agli aiuti è indescrivibile. "Moltissime persone sono intrappolate dalle violenze in territorio siriano e non possono essere raggiunte altre sono "invisibili" perché non registrate nei campi profughi, quindi non si conosce nemmeno l'entità dei bisogni". Fenton ricorda anche come gli aiuti debbano essere basati sui principi del diritto umanitario, quindi, imparziali senza privilegiare un gruppo piuttosto che un altro. Le associazioni locali sono a conoscenza del fatto che i rifugiati Palestinesi, Iracheni Sudanesi e Libanesi, fuggiti in Syria, non stanno ricevendo gli aiuti adeguati.
Di dieci materassi donati ne arriva la metà. Il che viene confermato anche da Farshid Nourai, coordinatore dell'Associazione Nazionale per la pace che da anni opera soprattutto in Libano all'interno dei campi profughi palestinesi e che ovviamente ha allargato ora il proprio raggio d'azione: "Ci sono due ordini di disperati - spiega - quelli che hanno trovato rifugio nei campi profughi e quelli che sono all'interno del paese, i "displaced". Poi ci sono zone, come quella siro-kurda in cui si riesce ad entrare nel paese con maggiore facilità e si può portare i materiali; altre invece, come l'entroterra, in cui risulta molto più difficile. Poi c'è da tener conto delle necessità burocratiche delle Ong occidentali con le rendicontazioni ecc... e del fatto che di dieci materassi donati, ne arriva dentro la metà.
Nella terra di tutti e di nessuno. Ti puntano la pistola addosso e addio aiuti. Allora l'idea è stata di far passare modiche quantità di denaro che vadano in mano a fidati referenti locali che poi acquistano sul loro mercato il materiale, rendicontando il tutto. Ma molti finanziatori hanno paura e si fermano prima". "Noi abbiamo provato ad entrare in Siria fisicamente aggiunge - ma non ci siamo riusciti. Allora abbiamo comprato medicine, fatto un progetto per i ragazzi facendo lavorare le persone là. Ero presente ad un incontro con MSF in cui i responsabili hanno detto: noi possiamo fornirvi 500 kit di prima necessità e voi li distribuite individuando quali famiglie, e così è stato".
I libanesi non ne possono più. Un altro aspetto interessante, che ci viene spiegato da Farshid Nourai, è quello del livello sociale dei rifugiati: "Ci sono i miserabili - dice - i più vulnerabili, ma ci sono anche i ricchi commercianti che, ad esempio, girano per il quartiere di Hamra, a Beirut, da un bar all'altro, in attesa che la guerra finisca. I più sfortunati, quelli che già prima della guerra erano di modeste condizioni sociali, sono concentrati nelle zone più depresse, anche nei campi palestinesi. Ma lì gli operatori sono abituati a lavorare nell'emergenza già da trent'anni, per cui... Si apre però l'altra questione - aggiunge Nourai - cioè gli aiuti arriverebbero solo ai siriani che si addossano agli altri e provocano una discriminazione sociale. I libanesi, ad esempio, non ne possono più, stanno raggiungendo il limite. E penso - conclude - che anche in Turchia sia lo stesso perché l'ondata dei rifugiati non si arresta. Ad esempio a livello scolastico già molte scuole libanesi hanno le loro difficoltà immagino che la situazione si aggraverà con l'arrivo dei siriani".