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Calais, quel balzo verso la Gran Bretagna difficile da fare senza rischiare la vita o la libertà

La città francese ove ogni anno si raccolgono migliaia di migranti, soprattutto eritrei, etiopi, somali, sudanesi, siriani, afghani, arrivati dalla Grecia e dall'Italia. Si cancellano le impronte digitali bruciandosi le dita. cercano di nascondersi all'interno dei tir che attraversano il tunnel della Manica; c'è chi prova a salire mentre i camion sono fermi in aree di servizio lungo l'autostrada, e chi invece paga un intermediario

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CALAIS
- Abrham, 17 anni, è scappato dall'Eritrea quando ne aveva 14, sognando di andare in Inghilterra per aiutare i suoi tre fratelli più piccoli ed evitare il servizio militare, che nel suo paese è rimasto obbligatorio e spesso esteso a tempo indeterminato, con le reclute costrette a svolgere lavori forzati come minatori. Dopo Etiopia e Sudan, Abrahm è stato sei mesi nel terribile carcere di Sebha, in Libia, finché i parenti all'estero hanno mandato i soldi per pagare il riscatto e liberarlo. Poi la barca, il centro di Pozzallo in Sicilia, Milano, ed ora è arrivato a Calais, nel nord della Francia. Dista poco più di trenta chilometri dall'Inghilterra: "Sto cercando un camion - mi spiega - ci sono tanti controlli ma il sogno è vicino".

Si bruciano i polpastrelli.
Calais è una frontiera interna dell'Europa, dove ogni anno si raccolgono migliaia di migranti, soprattutto eritrei, etiopi, somali, sudanesi, siriani, afghani, arrivati dalla Grecia e dall'Italia, che provano a entrare nel Regno Unito. Alcuni hanno le dita bruciate per evitare l'identificazione attraverso le impronte digitali. La ragione di questa pratica nasce dagli accordi di Dublino del 1990 e aggiornati nel 2013: un richiedente asilo può fare richiesta di protezione internazionale soltanto nel primo paese europeo in cui viene identificato.

Nei cassoni dei Tir.
Per raggiungere l'Inghilterra, i migranti cercano di nascondersi all'interno dei tir che attraversano il tunnel della Manica; c'è chi prova a salire mentre i camion sono fermi in aree di servizio lungo l'autostrada, e chi invece paga un intermediario. Gli eritrei come Abrham chiamano "samsari" gli organizzatori di questi viaggi illegali. Chi non ha i soldi tenta altre vie: il 5 maggio, l'afghano Assef Husseinkhail, scappato da Kabul 14 anni fa, ci ha provato con una zattera costruita in venti giorni di lavoro con pezzi di legna e polistirene. L'ha soccorso - e rimandato in Francia - una nave al largo di Sangatte, di fronte alla "Jungle di Calais", dove ogni anno centinaia di profughi tentato la traversata via mare. Ai media francesi ha spiegato che lui comunque rischia la vita ogni giorno: "Non è pericoloso vivere qua, senza cessi né bagni, in queste capanne di plastica che rischiano di prendere fuoco?".

La lista dei caduti. Come le altre frontiere, anche Calais ha i suoi caduti. L'ultimo è un sedicenne eritreo, Mengs Medhane, del villaggio di Zeare. Il 6 maggio era salito su un camion con tre adolescenti credendo di andare verso il suolo inglese; quando ha capito che la direzione era sbagliata, è saltato dal tir, finendo schiacciato su un'autostrada francese. La lista dei migranti caduti a Calais potrebbe essere lunga: Robiel, il 4 novembre, è annegato tentando di entrare nel porto a nuoto; Yemane, morto per strada per una malattia cardiaca non curata, il 10 dicembre; Mesfin, falciato da una macchina sull'autostrada, il 12 marzo; Senay, trovato morto due giorni dopo nella tendopoli della Batellerie, e Abdullah, morto il 15 marzo soffocato all'interno di un camion. L'anno scorso invece alcuni giovani eritrei salirono su un tir che li avrebbe portati in Inghilterra: non sapevano che si trattava di un veicolo freezer. La mattina dopo li hanno trovati congelati. Morti senza nome.

Francesi e inglesi uniti nel rigore. Alla frontiera, i controlli della polizia francese e inglese sono particolarmente severi. Per questo, o per la mancanza di soldi, capita che alcuni migranti rimangano bloccati a lungo nella zona di Calais. Vivono in baraccopoli informali o in tende lungo il ciglio delle strade, in gravi condizioni igienico-sanitarie. Alcune associazioni portano del cibo ai migranti; invece, i poliziotti francesi del CRS, il corpo antisommossa, arrivano ogni tanto e fanno alcuni arresti. Inoltre, da anni, periodicamente le baraccopoli e la "Jungle" vengono spianate dalle ruspe. Quest'anno, gli sgomberi non sono mancati neanche durante i mesi più freddi, ma, da aprile, con la fine della tregua invernale, sono aumentati e spesso "mediatizzati". L'11 aprile, ad esempio, è stato distrutto il campo dei sudanesi e una parte della tendopoli della Batellerie, dove vivevano anche ragazzini di 13 e 14 anni eritrei, ignorati dalle istituzioni. Talvolta, le ruspe agiscono in modo più "mirato", per contrastare qualsiasi miglioramento delle condizioni di vita, come quando, quest'inverno, fu distrutta la cucina del campo dei sudanesi e il piccolo bagno che avevano costruito per lavarsi con un minimo di intimità. Anche per le prossime settimane, nuovi sgomberi paiono in arrivo.