Mondo Solidale

La "Torre di babele" nel cuore dell'Esquilino, con al centro la musica

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ROMA - C'è il ragazzino afghano scappato dai Talebani che vuole imparare la lingua e adora la chitarra elettrica; c'è il dodicenne italiano che chiede di frequentare un corso per scrittura rap; c'è l'egiziano appena maggiorenne che vive per strada ed ha un disperato bisogno di amici; ci sono tantissimi giovani italiani di seconda generazione, che imparano street art e hip hop. E poi rock band interculturali composte da bengalesi, peruviani, senegalesi o romani, che sparano note degli Evanescence e dei Coldplay, dal secondo piano di un palazzo all'Esquilino, il quartiere più multietnico di Roma.

Soprattutto un bel luogo d'aggregazione. L'impressione, entrando nella sede di MaTeMù, l'emanazione per l'aggregazione giovanile del CIES, Centro Informazione Educazione allo Sviluppo, è quella di un gruppo di giovani dalle tante provenienze accomunati dall'amore per la musica, l'arte e, soprattutto, la voglia di stare insieme. "Nella sostanza è questo - spiega Gianluca Tomei, vice coordinatore - uno spazio aperto a ragazzi dagli 11 ai 24 anni che punta ad aggregare mettendo a disposizione strumenti musicali, sale registrazioni, luoghi per incontrarsi, parlare".

In realtà è molto altro. È un progetto educativo serio che punta a raccogliere le sofferenze, le insicurezze, le sfiducie dei ragazzi, così come i talenti, la voglia di integrazione, di crearsi identità positive, di fare gruppo. Per ognuno dei 70/80 giovani che frequentano il centro ogni giorno dal lunedì al venerdì (15.30-19.00), c'è un progetto personale assestato da un equipe composta da 25 operatori, di cui 14 musicisti, una psicologa due coordinatori ed educatori. Ogni giorno si animano laboratori di arteterapia, musica rap, break-dance, corsi di sax, strumenti a corda, percussioni, canto. C'è una sala prove e incisioni, una classe di recupero scolastico, un laboratorio di writing, teatro, street art, italiano per stranieri. Tutto, interamente gratuito, grazie al I Municipio che ha offerto la sede in comodato e i fondi reperiti nei progetti FEI (Fondo Europeo per l'Integrazione) o da privati.

Le tante storie che s'inrecciano.
È in questa fase che il progetto MaTeMù cambia volto, forzato dai nuovi arrivi di minori non accompagnati africani, afghani, dei paesi delle primavere arabe e siriani. Si attrezza per l'accoglienza di giovani con storie di gravissimi abusi alle spalle in fuga da guerra, tortura, fame. L'intuizione iniziale, però, rimane la stessa: provare a superare le difficoltà della vita in un'età così delicata, attraverso la semplice integrazione vissuta, la socializzazione e l'arte. "Al di là delle storie pregresse, di cui va tenuto ovviamente conto, resta la voglia di stare assieme, di creare la 'comitiva', di incontrarsi attorno a un progetto, un sogno come quello di mettere su una band, fare teatro, imparare la lingua o semplicemente parlare".

Un osservatorio delle generazioni più giovani.
Un dato trasversale che interessa tutti, il giovane romano, così come quelli di seconda generazione o stranieri con storie drammatiche alle spalle, è la precarietà del vivere, la sfiducia nel futuro, la paura. "Un nostro ragazzo afghano - spiega Tomei -  dopo anni di tentativi, ha mollato la spugna e sta mettendo da parte i soldi per ritornare". Poi ci sono i minori ospitati nei centri di accoglienza che allo scoccare della maggiore età dovranno lasciarli e contano i giorni con terrore. O quelli italiani che fanno fatica a scommettere sul futuro. Ma MaTeMù è anche questo, la visione di una società più salda perché ha imparato a gioire delle differenze.