Mondo Solidale

Accoglienza in crisi: Campo Francesco a Gorizia e la città di cartone a Trieste

Al confine Nord-Est, un piccolo numero di richiedenti asilo afgani diventa un casus belli, con l'estrema destra e il Comune schierati contro la tendopoli temporanea creata dalla giunta provinciale di centro sinistra e intitolata a Bergoglio

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Una piccola tendopoli per richiedenti asilo afgani e pachistani nel cuore di Gorizia. Per dare loro un riparo diverso da una baracca di cartone sul greto dell'Isonzo. L'hanno chiamato "Campo Francesco" in onore del Papa, che il 13 settembre ha visitato in Friuli il sacrario della Prima Guerra Mondiale a Redipuglia. Quel giorno il Pontefice, ricordando la figura di Caino, ha stigmatizzato come contrario al Vangelo l'atteggiamento di chi, davanti alle sofferenze di chi fugge da conflitti e massacri, dice "a me che importa?". E' nato così anche un gruppo di volontari che si auto-organizza su Facebook sotto il nome: "A me importa-Campo Francesco".

Il caso politico. Il campo temporaneo esiste da appena 15 giorni. Ospitava meno di 100 richiedenti asilo. Attualmente ne sono rimasti 47 in otto tende. E' diventato un "caso". La struttura, voluta dalla Provincia di centro sinistra, è contestata dal comune di Gorizia che è guidato da un sindaco di Forza Italia. Forza Nuova e Fiamma Tricolore hanno tenuto sabato un presidio contro i "nullafacenti a spese ed a carico dello Stato Italiano nonché del contribuente Goriziano", con lo striscione "Gorizia muore a Lampedusa". Il sit-in, una trentina di persone in tutto, è stato autorizzato proprio mentre in città si svolgeva "Gusti di Frontiera", la più grande manifestazione della provincia che attira decine di migliaia di persone per una fiera gastronomica che si estende in tutto il centro cittadino. Nei giorni precedenti CasaPound aveva attaccato in città gli striscioni "Mare nostrum morte vostra".

Temendo "un disastro", Ilaria Cecot (Sel), assessore al Welfare della giunta provinciale di centrosinistra, ha sgomberato il campo, lasciando le tende vuote e portando via tutti i richiedenti asilo per un giorno. Nella stessa giornata una ventina di persone dei centri sociali hanno visitato la tendopoli.
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Intimidazioni ma anche volontariato. Cecot racconta delle tante intimidazioni subite. "Una persona del quartiere ci ha minacciato di mettere due bombe, poi è stata tirata una pietra nel campo, a seguire dieci petardi , il pericolo è già elevato". La tendopoli è stata installata grazie alla protezione civile regionale, su un terreno di proprietà provinciale in via Italico Brass che normalmente è adibito a campo di calcio. La scelta è caduta su quello spazio perché era l'unico disponibile e gli spogliatoi sono già dotati di acqua corrente ed energia elettrica. La gestione non è stata affidata a nessuno, non ci sono appalti di mezzo. "Mi sto arrangiando con il volontariato e l'aiuto della Caritas e della Asl per i pasti", spiega l'assessore.    

Accoglienza in crisi cronica. Sono tutti richiedenti asilo afgani e pachistani. Sono stati identificati dalla questura che ha rilasciato loro un foglio con l'appuntamento per l'intervista con la commissione che esamina le domande di protezione internazionale. "Siamo intervenuti perché il Comune di Gorizia rifiuta ogni reponsabilità - spiega Cecot - gli afgani vivevano sul greto del fiume Isonzo in posizione pericolosa a poche centinaia di metri dalla diga. Avevano costruito una baracca di cartone. Mangiavano un impasto di farina e acqua del fiume. L'acqua è inquinata e loro la bevevano. Queste persone giravano per la città senza alcun controllo medico, mentre noi siamo intervenuti anche dal punto di vista sanitario".

Una delle principali vie d'accesso all'Europa.
Le strutture di accoglienza di Gorizia sono piene. I 205 posti del Centro per richiedenti asilo di Gradisca d'Isonzo sono occupati dai profughi di Mare Nostrum, a cui viene data la precedenza. Segno anche dell'attenzione sempre puntata a sud e al Canale di Sicilia, mentre da anni l'altra principale via d'ingresso all'Europa è la rotta balcanica e il confine terrestre a Nord-Est. Nell'Italia che ha salvato dalla morte in mare oltre 140mila persone, dei numeri molto piccoli diventano un casus belli. A Gorizia la Caritas ospita altre 80 persone e  altre 26 sono in un albergo in convenzione con la prefettura, la quale, ci dice l'assessore, "non ritiene che sia necessaria una struttura di accoglienza permanente".
 
Il processo per truffa. La stessa prefettura è balzata agli onori delle cronache perché lo scorso 26 marzo il tribunale di Gorizia ha rinviato a giudizio 13 persone a seguito di un'inchiesta sulla gestione del centro di accoglienza di Gradisca. "Tra queste i vertici dell'ente gestore Connecting people di Trapani, imputati di associazione per delinquere finalizzata alla truffa ai danni dello Stato e di inadempienze di pubbliche forniture e due funzionari della Prefettura di Gorizia accusati di falso materiale e ideologico in atti pubblici - ricorda un rapporto di pochi giorni fa della Commissione Diritti umani del Senato - Dalle fatture mostrate alla Prefettura, nelle due strutture di Gradisca sarebbe stato fatto risultare, relativamente al periodo dal 2008 al 2011, un numero di presenze superiore a quelle effettive".

La città di cartone a Trieste. Intanto a Trieste circa 50 afgani dormono in una città di cartone in pieno centro. Hanno trovato rifugio in un edificio degradato del porto vecchio, vicino alla stazione, senza assistenza e con in tasca il foglio della questura che li rinvia a presentarsi dopo mesi per l'esame della domanda d'asilo. "Tra loro, abbiamo incontrato Mohammed che ha subìto 18 mesi di prigionia in Grecia solo perché in fuga dalla guerra - racconta l'associazione Tenda per la pace e i diritti - di notte si verificano lanci di pietre contro i richiedenti asilo da parte di ignoti. Chiediamo che venga trovata al più presto una sistemazione per queste persone".

Bisiaco nato a Kabul. Tenda per la Pace, che ha sede a Monfalcone, ha avuto i suoi problemi con gli attacchi razzisti. Persone del luogo, in alcuni gruppi su Facebook, hanno minacciato di bruciare la sede e la casa attigua dell'attivista Genni Fabrizio, per avere esposto uno striscione con la scritta "Bisiacaria antirazzista". Questo slogan è il nome di un progetto portato avanti dall'associazione e finanziato dal piano per l'integrazione della Provincia. Si tratta di una campagna di comunicazione con fotografie degli abitanti dell'area di Monfalcone, la Bisiacaria appunto. Una serie di fotografie mostrano i volti di abitanti di origine italiana e di origine straniera, con il nome e una scritta del tipo: "bisiaco nato a Gorizia; bisiaco nato a Kabul". Il termine "bisiaco", spiegano gli attivisti, deriva da bezjak, parola slovena che significa 'profugo'. Ironia della storia, il passato anche a Trieste fa capolino da una targa che ricorda gli esuli da Istria, Fiume e Dalmazia, i "fratelli italiani" accolti dopo la fine della seconda guerra mondiale, "dopo il drammatico abbandono delle loro amate terre natie".