Profughi, la gente in fuga da Kobane: "Ho visto il male che gli uomini sono capaci di fare"
di YARA NARDIReportage dal campo di sfollati interni di Simel, nel Kurdistan iracheno, dove lavora un presidio della Croce Rossa Italiana assieme alla Mezzaluna Rossa irachena. Il riparo nelle case costruite a metà. Centomila pasti caldi distribuiti
SIMEL (Kurdistan iracheno). Da 40 giorni la Croce Rossa Italiana lavora per portare cibo ai profughi. Che erano, fino a dieci giorni fa, rifugiati interni - Idp (Internal displaced persons), nella denominazione dell'Onu - ossia persone fuggite dal nord dell'Iraq ad agosto scorso con le prime minacce dell'Isis e a cui invece oggi si sono aggiunti anche migliaia di siriani scappati da Kobane e da Aleppo.
L'importanza dei dipendenti locali. Paesi diversi, ma stessi sguardi pieni di paura di chi ha visto l'orrore e ora spera di ricominciare da capo. Migliaia di donne, uomini e bambini sono assistiti da un team della Croce Rossa Italiana, composto all'inizio da 28 persone e coadiuvato in ogni momento dalla Mezzaluna Rossa irachena. Oggi il team italiano (12 operatori rimasti) può avvalersi della collaborazione di dipendenti locali. La strategia sta nel fatto che, soprattutto nella preparazione dei pasti, è importante rispettare gli usi e i costumi delle popolazioni che si vann…
L'importanza dei dipendenti locali. Paesi diversi, ma stessi sguardi pieni di paura di chi ha visto l'orrore e ora spera di ricominciare da capo. Migliaia di donne, uomini e bambini sono assistiti da un team della Croce Rossa Italiana, composto all'inizio da 28 persone e coadiuvato in ogni momento dalla Mezzaluna Rossa irachena. Oggi il team italiano (12 operatori rimasti) può avvalersi della collaborazione di dipendenti locali. La strategia sta nel fatto che, soprattutto nella preparazione dei pasti, è importante rispettare gli usi e i costumi delle popolazioni che si vann…
SIMEL (Kurdistan iracheno). Da 40 giorni la Croce Rossa Italiana lavora per portare cibo ai profughi. Che erano, fino a dieci giorni fa, rifugiati interni - Idp (Internal displaced persons), nella denominazione dell'Onu - ossia persone fuggite dal nord dell'Iraq ad agosto scorso con le prime minacce dell'Isis e a cui invece oggi si sono aggiunti anche migliaia di siriani scappati da Kobane e da Aleppo.
L'importanza dei dipendenti locali. Paesi diversi, ma stessi sguardi pieni di paura di chi ha visto l'orrore e ora spera di ricominciare da capo. Migliaia di donne, uomini e bambini sono assistiti da un team della Croce Rossa Italiana, composto all'inizio da 28 persone e coadiuvato in ogni momento dalla Mezzaluna Rossa irachena. Oggi il team italiano (12 operatori rimasti) può avvalersi della collaborazione di dipendenti locali. La strategia sta nel fatto che, soprattutto nella preparazione dei pasti, è importante rispettare gli usi e i costumi delle popolazioni che si vanno ad aiutare, senza imporre qualcosa che non appartiene loro. In questa missione, molti del personale locale sono essi stessi profughi: diverse religioni, diverse tradizioni e diverse storie, unite con la CRI con l'unico scopo di aiutare chi ha bisogno.
Centomila finora i pasti distribuiti. C'è il campo di Khanke, con le tende allestite dall'UNHCR, i bambini che giocano a piedi nudi sul terreno umido e le donne che fanno il pane nei forni di pietra, un baluardo di dignità nel mezzo della miseria generata dagli esseri umani. Quegli esseri umani che formano un esercito senza dio, ma che in nome di dio uccidono, stuprano e costringono un popolo intero ad un esodo che ad oggi conta centinaia di migliaia di profughi. Ci sono gli edifici abbandonati nella città di Simel, costruzioni lasciate a metà dalla furia della guerra, dove intere famiglie hanno trovato riparo. Immobili non ancora finiti di costruire, le cui linee grigie vengono interrotte dai panni colorati messi a stendere sui fili.
Al confine turco. E poi c'è il confine turco iracheno, chiamato Ibrahim Khalil o, più semplicemente, "la dogana", come la chiamano anche gli operatori della CRI, che ogni giorno si mettono al lavoro fin dalle sei del mattino quando iniziano a confezionare i pasti caldi, che poi saranno distribuiti agli sfollati. Il confine non è un posto come tutti gli altri, qui si è solo di passaggio. Le persone vengono "censite" dall'International Organization of Migration. I bambini vengono vaccinati, gli uomini e le donne trascinano quel poco che sono riusciti a salvare, per poi ripartire con dei pullman che li porteranno nei campi profughi attrezzati per l'emergenza. Sono tutti siriani, la maggior parte viene dalla città di Kobane, dove a oggi i morti sono almeno 660.
Il racconto di Avin, incinta a 17 anni. È lungo questa linea che ci si prende cura dei sogni interrotti delle persone, a volte anche un semplice pasto caldo può momentaneamente alleviare sofferenze e dolori. Donne e uomini fanno file separate e composte per prendere la propria razione, mentre ci sono i bambini a ricordarti la bellezza e la felicità del caos, con le loro corse, le loro risa e la loro assoluta riluttanza a rispettare l'ordine dei grandi. È in questo scenario che vedo Avin, una giovane donna di 17 anni che accetta di parlare con me. Incinta del primo figlio, ha viaggiato per 12 giorni prima di arrivare qui. Viene anche lei, come molti, da Kobane. Quando le chiedo cosa ha visto, abbassa lo sguardo, che fino a poco prima aveva tenuto fisso su di me, e risponde: "Ho visto il male che sono capaci di fare gli uomini". Suo figlio nascerà in esilio, ma lei ha un sogno che non conosce semplicità da queste parti: "un luogo di pace dove poter crescere i miei figli".
Il pianto a dirotto della donna che viene da Kobane. A fuggire dall'orrore senza fine che ha ancora negli occhi c'è anche un'anziana donna, che scende dal bus piangendo. Non riesco a farmi dire il suo nome, piange troppo, ma riesco a capire che viene da Kobane anche lei, perché è l'unica parola che pronuncia disperatamente nel suo pianto, placato soltanto dalla carezza di un operatore della CRI, che le porge un pasto caldo. Così ci si prende cura delle persone e dei loro sogni infranti, così si prova ad alleviare il dolore oltre confine, dove lo spazio, che sia solo un passaggio per rifocillarsi o una tenda su un campo polveroso dove rimanere, non sia soltanto una privazione del futuro.
L'importanza dei dipendenti locali. Paesi diversi, ma stessi sguardi pieni di paura di chi ha visto l'orrore e ora spera di ricominciare da capo. Migliaia di donne, uomini e bambini sono assistiti da un team della Croce Rossa Italiana, composto all'inizio da 28 persone e coadiuvato in ogni momento dalla Mezzaluna Rossa irachena. Oggi il team italiano (12 operatori rimasti) può avvalersi della collaborazione di dipendenti locali. La strategia sta nel fatto che, soprattutto nella preparazione dei pasti, è importante rispettare gli usi e i costumi delle popolazioni che si vanno ad aiutare, senza imporre qualcosa che non appartiene loro. In questa missione, molti del personale locale sono essi stessi profughi: diverse religioni, diverse tradizioni e diverse storie, unite con la CRI con l'unico scopo di aiutare chi ha bisogno.
Centomila finora i pasti distribuiti. C'è il campo di Khanke, con le tende allestite dall'UNHCR, i bambini che giocano a piedi nudi sul terreno umido e le donne che fanno il pane nei forni di pietra, un baluardo di dignità nel mezzo della miseria generata dagli esseri umani. Quegli esseri umani che formano un esercito senza dio, ma che in nome di dio uccidono, stuprano e costringono un popolo intero ad un esodo che ad oggi conta centinaia di migliaia di profughi. Ci sono gli edifici abbandonati nella città di Simel, costruzioni lasciate a metà dalla furia della guerra, dove intere famiglie hanno trovato riparo. Immobili non ancora finiti di costruire, le cui linee grigie vengono interrotte dai panni colorati messi a stendere sui fili.
Al confine turco. E poi c'è il confine turco iracheno, chiamato Ibrahim Khalil o, più semplicemente, "la dogana", come la chiamano anche gli operatori della CRI, che ogni giorno si mettono al lavoro fin dalle sei del mattino quando iniziano a confezionare i pasti caldi, che poi saranno distribuiti agli sfollati. Il confine non è un posto come tutti gli altri, qui si è solo di passaggio. Le persone vengono "censite" dall'International Organization of Migration. I bambini vengono vaccinati, gli uomini e le donne trascinano quel poco che sono riusciti a salvare, per poi ripartire con dei pullman che li porteranno nei campi profughi attrezzati per l'emergenza. Sono tutti siriani, la maggior parte viene dalla città di Kobane, dove a oggi i morti sono almeno 660.
Il racconto di Avin, incinta a 17 anni. È lungo questa linea che ci si prende cura dei sogni interrotti delle persone, a volte anche un semplice pasto caldo può momentaneamente alleviare sofferenze e dolori. Donne e uomini fanno file separate e composte per prendere la propria razione, mentre ci sono i bambini a ricordarti la bellezza e la felicità del caos, con le loro corse, le loro risa e la loro assoluta riluttanza a rispettare l'ordine dei grandi. È in questo scenario che vedo Avin, una giovane donna di 17 anni che accetta di parlare con me. Incinta del primo figlio, ha viaggiato per 12 giorni prima di arrivare qui. Viene anche lei, come molti, da Kobane. Quando le chiedo cosa ha visto, abbassa lo sguardo, che fino a poco prima aveva tenuto fisso su di me, e risponde: "Ho visto il male che sono capaci di fare gli uomini". Suo figlio nascerà in esilio, ma lei ha un sogno che non conosce semplicità da queste parti: "un luogo di pace dove poter crescere i miei figli".
Il pianto a dirotto della donna che viene da Kobane. A fuggire dall'orrore senza fine che ha ancora negli occhi c'è anche un'anziana donna, che scende dal bus piangendo. Non riesco a farmi dire il suo nome, piange troppo, ma riesco a capire che viene da Kobane anche lei, perché è l'unica parola che pronuncia disperatamente nel suo pianto, placato soltanto dalla carezza di un operatore della CRI, che le porge un pasto caldo. Così ci si prende cura delle persone e dei loro sogni infranti, così si prova ad alleviare il dolore oltre confine, dove lo spazio, che sia solo un passaggio per rifocillarsi o una tenda su un campo polveroso dove rimanere, non sia soltanto una privazione del futuro.