La storia di Chiara e Louay, dalla guerra in Siria a Roma, col pranzo in famiglia
di GERALDINE SCHWARZLa vicenda di due ragazzi - lei romana, lui siriano - che si conoscono e s'innamorano. L'odissea del viaggio dalla Turchia in Grecia e poi in Germania, tra la fame e la paura di finire annegato oppure rinchiuso chissà per quanto tempo in qualche galera
ROMA - "Mi ricordo ancora il giorno che l'ho detto ai miei genitori. Era una mattina di agosto dell'estate scorsa, io ero tornata a Roma da dieci giorni da un viaggio, zaino in spalla, con una mia amica ad Istanbul. Quando ho detto loro che pensavo di tornare in Turchia mi hanno chiesto perché e io gli ho risposto che era per un ragazzo che avevo conosciuto all'ostello, volevo rivederlo. Mio padre, forse per mettermi un po' in imbarazzo, mi ha chiesto come si chiamava e di dove fosse e io, guardandolo negli occhi, ho risposto che Louay era un profugo siriano di ventisette anni, scappato dal suo paese per non arruolarsi nell'esercito di Assad e diventare un assassino".
"La solita domanda: ti puoi fidare?" Chiara ventitrè anni, romana, bionda, occhi azzurri, racconta così il primo "confronto" con la sua famiglia. "Nessuno in quel momento avrebbe mai immaginato cosa sarebbe successo, io per prima - racco…
ROMA - "Mi ricordo ancora il giorno che l'ho detto ai miei genitori. Era una mattina di agosto dell'estate scorsa, io ero tornata a Roma da dieci giorni da un viaggio, zaino in spalla, con una mia amica ad Istanbul. Quando ho detto loro che pensavo di tornare in Turchia mi hanno chiesto perché e io gli ho risposto che era per un ragazzo che avevo conosciuto all'ostello, volevo rivederlo. Mio padre, forse per mettermi un po' in imbarazzo, mi ha chiesto come si chiamava e di dove fosse e io, guardandolo negli occhi, ho risposto che Louay era un profugo siriano di ventisette anni, scappato dal suo paese per non arruolarsi nell'esercito di Assad e diventare un assassino".
"La solita domanda: ti puoi fidare?" Chiara ventitrè anni, romana, bionda, occhi azzurri, racconta così il primo "confronto" con la sua famiglia. "Nessuno in quel momento avrebbe mai immaginato cosa sarebbe successo, io per prima - racconta Chiara - ma ricordo che la reazione di mio padre, di cultura di sinistra, che in casa aveva sempre parlato di aperture agli altri e di diritti, in quel momento mi ha deluso. La domanda ricorrente, da quel giorno in poi, è stata: ma sei sicura di poterti fidare? Ed io ho cercato di trasmettergli le emozioni che avevo provato sul terrazzo di quell'ostello sgangherato di Istanbul, quando due ragazzi siriani che avevo appena conosciuto mi avevano raccontato la guerra sorridendo".
Il viaggio fatto insieme su Whats App e Skype. Una storia con dei buoni e dei cattivi, dei sentimenti e dei valori da difendere, dove tutto cominciava e finiva con la parola Siria e con una tristezza infinita. Con Louay, da quel giorno, è nata una storia d'amore che ancora va avanti e grazie a lei e al sostegno di molti amici italiani, a cui Chiara ha chiesto aiuto economico, Louay è riuscito a raggiungere la Germania e ad avere lo status di rifugiato politico. Un viaggio della speranza che Chiara e Louay hanno fatto in qualche modo, "insieme" su Whats App e Skype.
La lunga odissea di fame e paura. Prima c'è stato il gommone dalle coste della Turchia alla Grecia, poi hanno guadato fiumi, attraversato posti di blocco, superato controlli di polizia, camminato nei boschi, sventato assalti, preso botte e sono riusciti a passare dalla Grecia alla Macedonia, dalla Macedonia alla Serbia, dalla Serbia all'Ungheria e poi all'Austria per giungere infine con un treno a Monaco e poi a Francoforte. Mentre lui fisicamente sopportava la fame e la paura e attraversava confini, a piedi, pagando scafisti e intermediari, scampando alla morte, lei cercava di sostenerlo da lontano con le parole, non senza sentimenti di ansia e paura, e in tutte le spese del viaggio.
E' andata così. "Ad un certo punto - riprende Chiara - a novembre dell'anno scorso la situazione in Turchia, dove Louay lavorava nell'ostello, è degenerata. Lui non era regolare così la polizia lo ha rinchiuso, ma un poliziotto turco gli ha suggerito che se lui fosse sparito dal paese non lo avrebbero rimandato in Siria. A quel punto ci è crollato tutto addosso - dice Chiara - lui doveva scappare verso l'Europa e aveva due possibilità, o via mare, o nascosto sotto i camion che si imbarcavano sui traghetti, oppure via terra, a piedi. Non avevo soldi per aiutarlo, ma come facevo a voltargli le spalle?"
Il viaggio e i costi. Così Chiara pensa di andarlo a prendere in Grecia, fingendo un viaggio con gli amici per poi ospitarlo in macchina, sul traghetto verso L'Italia. Ma questo avrebbe fatto rischiare il carcere a tutti. Chiara decide così di chiedere aiuto e propone una colletta tra le persone che conosce per le spese del viaggio. "Ci servivano 4 mila euro - ricorda Chiara - ai quali ne ho aggiunti mille io, perché ogni confine attraversato è un costo". Il più oneroso è stato il viaggio in gommone, 1.200 euro, dalla Turchia alla Grecia. Un gommone che lo scafista porta al largo delle coste turche per poi abbandonarlo salendo a bordo di un'altra barca lasciando così senza guida il carico di persone a bordo.
Finalmente in una casa con la nuova famiglia. Per fortuna Louay è sopravvissuto, è sbarcato e ripartito. Dopo un mese e mezzo è arrivato in Germania vivo. Quest'altro viaggio e le sue avventure meritano un altro racconto. Ma lo scorso 28 luglio, nel giorno del compleanno di Chiara, a casa sua c'è stato un pranzo di famiglia e Louay era seduto a tavola. "Il più felice quel giorno - racconta Chiara - era mio padre. Da quando lo ha conosciuto sono passati i suoi dubbi e la sua diffidenza da genitore si è trasformata nell'accoglienza che ci ha sempre insegnato a casa.