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Pakistan, abusi e violenze: la non vita dei profughi afgani perseguitati dalle forze dell'ordine

Quasi un anno dopo l'attentato nella scuola di Peshawar in cui persero la vita 145 persone, la situazione degli afgani fuggiti dalla guerra diventa di giorno in giorno più difficile. Sempre più spesso polizia e militari perseguono i rifugiati costretti a tornare in patria o a intraprendere il viaggio verso l'Europa

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ABUSI e vessazioni. Gli afgani rifugiati in Pakistan vivono in un clima di tensione che giorno dopo giorno va peggiorando. La vita non è stata più la stessa dopo la strage nella scuola militare di Peshawar nel dicembre 2014 in cui i talebani pachistani uccisero 145 persone, tra le quali 132 bambini. I rifugiati provenienti dal vicino Afghanistan sono vittime di un atteggiamento ostile da parte delle forze armate di un Paese sempre più sospettoso nei loro confronti.

Cugini indesiderati. La storia di Pakistan e Afghanistan è da sempre legata da un filo. Un intreccio che in alcune zone di confine diventa inscindibile per cultura, lingua e vicinanza territoriale. Per questo nei decenni milioni di afgani in fuga prima dall'invasore sovietico, poi dal dominio talebano o da lotte intestine, hanno trovato rifugio in Pakistan. E oggi questo Paese ospita una delle comunità di profughi più grande del mondo. Gli afgani in territorio pachistano sono circa un milione e mezzo, un numero cui va sommato un ulteriore milione che secondo l'Alto commisariato Onu per i rifugiati è privo di documenti. Un fiume di persone arrivate per lo più durante l'occupazione sovietica del 1979 e che da allora vivono assieme a figli e nipoti nati e cresciuti in Pakistan. Una convivenza per lo più accettata, ma che nell'ultimo anno è degenerata in politiche mirate a rimpatriare i cugini indesiderati al di là della linea Durand.

Il capro espiatorio. Dagli attentati alla scuola militare di Peshawar ad opera di militanti del Tehreek-i-Taliban Pakistan (noti anche come talebani pachistani), l'atmosfera nei confronti dei rifugiati afgani è andata via via inasprendosi. Il goverso di Islamabad ha reagito al terrorismo con misure repressive sospendendo la moratoria sulla pena di morte, istituendo tribunali militari e iniziando un percorso diplomatico per rimpatriare gli afgani presenti sul suolo nazionale.

Nel rapporto "Cosa ci fai qui? Gli abusi della polizia contro gli afgani in Pakistan", Human Rights Watch ha raccolto decine di testimonianze che raccontano una quotidianità fatta di umiliazioni e violenze. "Gli oltraggiosi maltrattamenti degli afgani da parte della polizia - afferma Phelim Kine, vice direttore settore Asia di Hrw - richiedono una risposta immediata da parte del governo che deve fare pressioni affinché vengano individuati i responsabili di tali atrocità".

Ritorsioni. La vendetta delle forze di sicurezza pachistane ha colpito direttamente i rifugiati. Violenze fisiche e molestie, incursioni nei campi profughi e la distruzione indiscriminata di abitazioni afgane. Un clima di terrore che crea danni enormi all'economia delle famiglie rifugiate. Per paura di ritorsioni, sempre più afgani evitano di uscire di casa limitando così l'accesso all'istruzione e la possibilità di lavorare che si traduce in una crescente povertà. Nei rapporti di agosto e settembre dell'Unhcr si legge: "In generale avvisi di sfratto, molestie, limitazione di movimento [...] la paura di essere arrestati o la deportazione sono state tra le cause che hanno spinto i rifugiati afgani a tornare in patria".

In trappola. La maggior parte dei rifugiati si sente in trappola. Da un lato c'è un Paese che non li vuole, dall'altro una patria, spesso mai vista prima, dove la guerra continua a mietere vittime e le condizioni di sicurezza sono ancora lontane dagli standard del tempo di pace. Per questo in molti decidono di andare in Europa dove sperano di essere riconosciuti come rifugiati. Sono circa 80mila gli afgani che dall'inizio dell'anno hanno chiesto asilo politico nel Vecchio continente. Inoltre si teme che lo sradicamento dalla realtà conosciuta e le condizioni di precarietà siano terreni fertili per i terroristi che potrebbero fare proseliti cavalcando il malcontento e il vuoto creato attorno ai rifugiati. "C'è una ragione molto semplice dietro ai continui abusi della polizia - conclude Kine - il governo sta permettendo ai responsabili di farla franca. Al contrario dovrebbe sviluppare una strategia a lungo termine che enfatizzi la protezione della popolazione afgana piuttosto che perseguire una politica vendicativa illegittima e disumana".