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Afghanistan, un milione e mezzo di profughi in marcia di ritorno

La Stato straziato dalla guerra ai Taliban è quello che accoglie più rifugiati. Una capacità di assorbimento maggiore di quella mostrata da Europa e Asia messi assieme. Il tutto è attribuito al nuovo accordo sui rimpatri fra Kabul e Bruxelles e al brusco irrigidimento nella politica di accoglienza del Pakistan
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ROMA - Se immaginassimo di stilare una classifica dei Paesi che ospitano il più alto numero di rifugiati, l’Afghanistan meriterebbe una menzione speciale. La Stato straziato dalla guerra ai Taliban è infatti quello che accoglie più rifugiati di nazionalità afgana. Suona come una beffa: invece secondo le organizzazioni umanitarie, entro fine anno saranno 1,5 milioni gli afgani rifugiati che avranno fatto ritorno in patria, più di quelli attualmente accolti da Europa e Asia messi assieme. E ciò non perché l’estremismo religioso e le violenze settarie che li avevano spinti a fuggire siano cessate. Al contrario, il ritorno massiccio è dovuto al combinato disposto fra il nuovo accordo sui rimpatri, siglato fra Kabul e Bruxelles, e un brusco irrigidimento nella politica di accoglienza del vicino Pakistan.

Sono i Paesi più poveri a fare accoglienza. Solo un mese fa, un rapporto di Amnesty International aveva denuncia…
ROMA - Se immaginassimo di stilare una classifica dei Paesi che ospitano il più alto numero di rifugiati, l’Afghanistan meriterebbe una menzione speciale. La Stato straziato dalla guerra ai Taliban è infatti quello che accoglie più rifugiati di nazionalità afgana. Suona come una beffa: invece secondo le organizzazioni umanitarie, entro fine anno saranno 1,5 milioni gli afgani rifugiati che avranno fatto ritorno in patria, più di quelli attualmente accolti da Europa e Asia messi assieme. E ciò non perché l’estremismo religioso e le violenze settarie che li avevano spinti a fuggire siano cessate. Al contrario, il ritorno massiccio è dovuto al combinato disposto fra il nuovo accordo sui rimpatri, siglato fra Kabul e Bruxelles, e un brusco irrigidimento nella politica di accoglienza del vicino Pakistan.

Sono i Paesi più poveri a fare accoglienza. Solo un mese fa, un rapporto di Amnesty International aveva denunciato “l’egoismo dei Paesi ricchi” di fronte al dramma dei migranti, evidenziando come la metà dei rifugiati del mondo venga accolta solo da dieci paesi e fra i più poveri del pianeta. Fra questi, appunto, figurava il Pakistan dove - stima l’Onu - vivono 1,3 milioni di afgani con lo status di rifugiati e circa 700mila non registrati. Ma il Pakistan non è certo un campione dei diritti umani e, da quando le relazioni con l’Afghanistan sono nuovamente deteriorate l’estate scorsa, le autorità hanno inasprito le leggi e aumentato gli abusi contro gli afgani.

Un crescendo di molestie e discriminazioni. Sarebbero queste le ragioni che stanno spingendo sempre più afgani ad abbandonare il Pakistan e ripercorrere al contrario la strada fatta anni prima per sfuggire ai Taliban, o addirittura agli invasori sovietici a fine anni ’80. A imporre poi ad altri afgani di tornare in patria c’è una scadenza che è quasi impossibile rispettare: entro il 15 novembre, infatti, Islamabad pretende che gli afgani non registrati ottengano i necessari documenti per restare nel Paese, pena la deportazione.

Colonne di camion sovraccarichi di gente in fuga. Il risultato plastico di questa situazione è visibile a Torkham, confine afgano-pachistano: colonne di camion sovraccarichi di valigie, stoviglie, bambini varcano la frontiera diretti al centro dell’UNHCR a Samarkhel. È lì che in media 400 famiglie al giorno si presentano per chiedere all’Agenzia per i rifugiati l’assegno da 400 dollari che l’Onu garantisce a ogni membro della famiglia. Per contro, nel 2014 poco più di 400 famiglie erano passate per Samarkhel in un anno intero. “Non ricordo tempi così duri”, ha dichiarato al New York Times Maya Amertunga, direttore Unhcr nel Paese. “Più di un milione di persone si sta spostando. E ciò sta accadendo in un momento in cui l’inverno può essere una sfida alla vita o alla morta e i donatori sono già sotto stress per altri disastri nel mondo”.

Gli sfollati interni ancor più vulnerabili. Non solo: tutto ciò sta accadendo anche in un momento in cui il numero degli sfollati interni sta raggiungendo cifre record per l’aggravamento del conflitto con i Taliban. In soli due mesi, secondo il Ministero dei rifugiati, 600mila persone hanno abbandonato le loro case per via delle violenze, portando a 1,8 milioni i cosiddetti "IDP”, internally displaced people. “Gli sfollati interni stanno diventando ancora più vulnerabili per via dei nuovi arrivati”, è l’allarme lanciato da Laurence Hart, responsabile locale dell’Organizzazione internazionale delle migrazioni. “È in corso una competizione fra poveri”.

I rimpatri dall'Europa. Ad aggravare il mix di fattori, i rimpatri dall’Unione Europea di coloro che si vedono respinta la richiesta di asilo. La Norvegia quest’anno ha rimandato a casa 442 afgani, oltre la metà forzatamente. La Germania ne ha rimpatriati 2900, perlopiù “volontariamente”. E le cifre sui rimpatri dall’Ue sono destinate ad aumentare di parecchio visto che il 2 ottobre Bruxelles ha firmato con Kabul l’accordo “Joint Way Forward on migration”. Oltre alla possibile costruzione di un terminal nell’aeroporto di Kabul dedicato ai rimpatri, il documento prevede che si privilegi il “ritorno volontario”, altrimenti si procederà ai “rimpatri forzati”. Si parla di un numero massimo di 50 rimpatriati non volontari per volo, ma non viene indicato un limite al numero dei voli.

Il "bastone" del respingimento e la "carota" dei finanziamenti. Per questo (e non solo) l’accordo è stato criticato da più parti. In tanti hanno notato la coincidenza temporale fra la sigla dell’accordo e la Conferenza internazionale sull’Afghanistan, avvenuta pochi giorni dopo e nella quale sono stati garantiti 16 miliardi di aiuti economici a Kabul. In sostanza: il bastone dei rimpatri e la carota dei finanziamenti. Contropartite simili sono già state offerte in altri accordi sui rimpatri. Ma è la prima volta che Bruxelles firma un accordo di riammissione forzata con un paese in guerra. Un precedente pericoloso, oltre che di dubbia legalità in tema di diritto di asilo.