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Migranti, quel cimitero a cielo aperto che è diventato il deserto al confine tra Tunisia e Libia, dove le persone vengono abbandonate al loro destino

Una madre e una figlia sono state trovate morte dopo che la polizia tunisina le ha abbandonate nel deserto. Le autorità di Tunisi negano qualsiasi coinvolgimento in queste pratiche disumane
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ROMA – Fati Dosso era ivoriana e aveva 30 anni. Pochi giorni fa il suo corpo è stato ritrovato in mezzo al deserto al confine tra Tunisia e Libia, assieme a quello della figlia Marie di 6 anni. Poco prima erano state catturate dalla polizia tunisina, assieme al marito e padre della piccola, Pato, e rispediti tutti insieme nel deserto, senza nulla. Solo il padre è sopravvissuto, come testimonia l'ONG Refugees in Libya, che denuncia la disumanità delle autorità tunisine, che però negano qualsiasi coinvolgimento nella pratica di abbandonare le persone in movimento nel deserto.

Un deserto trasformato in cimitero. La famiglia ivoriana aveva pianificato di trasferirsi in Europa, ma dopo diversi tentativi di attraversare il Mar Mediterraneo dalla Libia, avevano deciso di andare in Tunisia e far crescere lì la figlia, ha raccontato la ONG. Dopo due tentativi di attraversare il confine, arrivano alla città costiera di Ben Guardane, dove la polizia li ha arrestati. Poco dopo – ha raccontato Pato a Refugees in Libya - le forze dell’ordine li hanno portati nel deserto, senza acqua, insieme ad altre 30 persone circa. La madre e la figlia si sono avviate con un gruppo in una direzione, ma Pato non è riuscito a seguirle. "Non avevo più forza, respiravo a malapena", ha raccontato l’uomo, che si è poi ripreso grazie all’intervento di un gruppo di sudanesi che gli hanno dato da bere e lo hanno riportato in Libia.

La scoperta della foto con moglie e figlia morte. Una volta in Libia, Pato ha scoperto una foto e un video che circolavano sui social. Riconosce i corpi di Fati e Marie, adagiate a terra, senza vita. Non lontano da loro sono stati trovati altri cadaveri. "È difficile distogliere lo sguardo da queste scene di genitori che muoiono insieme ai loro figli", scrive Refugees in Libya su Twitter. "Non ho più la forza, se non forse per suicidarmi", racconta Pato all’organizzazione, che riposta le sue parole. Questa domenica l’uomo ha avuto un incontro con gli psicologi di Medici Senza Frontiere.

La deriva tunisina. Non è la prima volta che la polizia tunisina viene accusata di agire in questo modo, anche se il governo nega qualsiasi coinvolgimento in questa pratica disumana. Lo scorso febbraio, quando il suo Paese era alle prese con una grave crisi economica e politica, il presidente Kaïs Saïed ha ripreso le teorie del complotto affermando che l'immigrazione faceva parte di un "piano criminale per cambiare la composizione demografica tunisina”. Da allora un'ondata xenofoba si è diffusa in tutto lo Stato, soprattutto nei confronti degli africani sub-sahariani.

La comunità internazionale. Alcuni Paesi europei hanno espresso la loro preoccupazione. Il governo tedesco, per esempio, ha sottolineato il dovere di rispettare i diritti dei rifugiati e di creare canali legali e sicuri per l’immigrazione. La Tunisia ha raggiunto un controverso accordo lo scorso luglio con l’Unione Europea. Il memorandum prevede un sostegno finanziario dell'UE alla Tunisia per contenere la partenza dei migranti verso l'Europa, senza menzionare però gli abusi commessi da Tunisi. Per Human Rights Watch, questo accordo “rivela il crescente disprezzo dell'Europa per i diritti umani". "Trascurando tali abusi, l'UE rischia non solo di perpetuarli, ma anche di incoraggiare i leader più autoritari, che in questo modo si prendono il merito di avere ottenuto un sostegno finanziario per le loro economie in fallimento", conclude l'organizzazione.

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